mercoledì 22 febbraio 2017

Una millenaria storia: il contrabbando di sale in Garfagnana e le famigerate "vie del sale"

Cosa c'è di più banale, insignificante e tremendamente normale di un
Contrabbandieri pronti per partire
pugno di sale? Si, avete capito bene del semplice sale... Oggi lo troviamo da tutte le parti: dal grande centro commerciale, fino ad arrivare nella più modesta bottega sotto casa. Ma una volta non era così. Per lunghi secoli fu chiamato l'oro bianco e questo prodotto di Madre Natura segnava la fortuna di tutti gli stati che riuscivano a controllarne la produzione e il commercio. Naturalmente gli stati imponevano su questo primario bene tasse da capogiro, favorendo di fatto un imponente contrabbando. La Garfagnana fu tra le principali protagoniste di questo illecito traffico, nato in tempi medievali e terminato solamente con la fine della seconda guerra mondiale. Tutto si svolgeva lontano dalle strade principali e la circolazione avveniva sui molti percorsi montani che furono
 denominati "le vie del sale", battuti questi dai più coraggiosi contrabbandieri. Prima di approfondire l'argomento guardiamo perchè il sale era considerato un bene tanto prezioso.
In primis il sale era quell'elemento che rendeva appetibili tutti
Venditore di sale
quei cibi "arrangiati" di una cucina poverissima, ma sopratutto il sale era l'unico conservante disponibile, all'epoca naturalmente non esistevano frigoriferi o altri tipi di conservanti e grazie proprio al sale si potevano salvaguardare e immagazzinare scorte di cibo per lungo tempo, ad esempio ciò rese possibile alle navi di affrontare lunghi viaggi rendendo possibili floridi scambi commerciali. Da non tralasciare il fatto che poi nei lunghi inverni garfagnini dove il brutto tempo non permetteva le coltivazioni, le riserve di cibo sotto sale salvavano da sicura carestia e inoltre in un economia rurale e di pastorizia come quella garfagnina era l'elemento fondamentale per la lavorazione e la trasformazione del latte in formaggi. Questo minerale aveva poi virtù anche in medicina: era usato come disinfettante per ferite o addirittura come purgante. Insomma, per ben capirsi chi amministrava questo commercio aveva un potere immenso, poichè teneva in pugno la sopravvivenza di un popolo intero. Proprio per questi motivi che il sale diventò una delle merci più contrabbandate, pensiamo ai suoi enormi ricarichi dato che la sua filiera commerciale era infinita, bisognava pagare il
Una grida di Francesco IV duca
di Modena sulla diminuzione
del prezzo del sale
produttore, il sensale, i facchini, il trasporto (già quest'ultima voce faceva triplicare il prezzo)e "dulcis in fundo" le carissime tasse statali, ecco allora nascere le famigerate "vie del sale", bazzicate come detto dai più famosi contrabbandieri della valle. Queste vie partivano dal mare versiliese o ligure, valicavano le Apuane, giungevano in Garfagnana e continuavano su per gli Appennini fino ad arrivare ai margini della Pianura Padana. In Garfagnana con la definizione "vie del sale" non si indicava una strada precisa e ben definita (sarebbe stato fin troppo facile per le gendarmerie locali individuarle) ma bensì di una fitta rete di stradine e mulattiere più o meno nascoste che salivano e scendevano per le nostre montagne. Dove spesso i garfagnini e i versiliesi si incontravano per vendere e comprare sale era proprio in quegli insospettabili hospitali che servivano anche per rifocillare i pellegrini di passaggio, ma avevano pure la funzione di proteggere questo contrabbando, diventarono quindi un punto nevralgico di spaccio, a conferma di questo una delle principali "vie del sale" passava proprio per L'Isola Santa, ed era proprio li nel hospitale di San Jacopo che avveniva fuori dagli sguardi indiscreti il pagamento o lo scambio di merci fra contrabbandieri. Di lì, il contrabbandiere garfagnino proseguiva attraverso i sentieri e verso i paesi di Torrite, Careggine, Castelnuovo e Camporgiano.
Isola Santa centro di spaccio del sale
Un'altra strada alternativa partiva sempre da Torrite e raggiungeva i paesi di Sassi, Molazzana e Gallicano, importante era anche quella via che passava dalla Foce di Petrosciana e di li scendeva verso Fornovolasco e i paesi limitrofi, luogo di scambio e smistamento era l'hospitale di Santa Maria Maddalena, oggi volgarmente conosciuto come "la chiesaccia". La più famosa rimane però la Via Vandelli che aveva il compito di servire la zona dell'Alta Garfagnana, qui si registrò infatti un'efferato omicidio a causa proprio del sale (per il caso leggere http://paolomarzi.blogspot.it/il-caso-del-sandalo-rosso-html) e anche di qui poi si diramavano altre mulattiere che servivano i borghi vicini, fra le più percorse c'era la Piazza al Serchio -Gramolazzo che risaliva il torrente Acqua Bianca, arrivava a Nicciano, Castagnola ed Agliano, quest'ultimi affacciati proprio sul bellissimo lago di Gramolazzo. Trasportarlo poi non era affatto semplice, il sale è pesante e sui sentieri scoscesi delle montagne lo si spostava in sacchi piuttosto leggeri per non appesantire troppo i muli, i viaggi erano faticosi e in caso di pioggia bisognava immediatamente proteggere il carico. La dura vita del contrabbandiere non finiva qui, il Ducato di Modena in Garfagnana e in tutto il suo regno in genere incentivava a denunciare questi fuorilegge, anche in maniera segreta. Ma è appunto in quel preciso momento storico che la figura del contrabbandiere raggiunse un immagine leggendaria in tutta la valle, quest'uomo era colui che
la Via Vandelli percorso di
contrabbandieri di sale
sfidava le leggi dello Stato oppressore per favorire gli interessi della gente comune. Il contrabbando di sale era visto con grande favore dalla popolazione che non solo non denunciava i loro eroi ma li difendeva in tutte le maniere dagli "sbirri". Fu un vero problema questo per il Ducato, in Garfagnana ci fu una vera sollevazione a favore dei contrabbandieri, perdipiù i gendarmi non favorivano i buoni rapporti e spesso nei confronti della povera gente che difendeva i fuorilegge si lasciavano andare a non poche crudeltà. A dimostrazione di questa avversione per i tutori della legge ci sono dei documenti comprovanti che all'avvicinarsi degli "sbirri", in paese veniva suonata la campana a martello. In poco tempo i contadini che erano nei campi si radunavano nella piazza del borgo, armati di "bastoni, falci e forcon", difendendo i contrabbandieri o i paesani ricercati perchè in possesso di piccole quantità di sale. Quasi sempre accadeva che i gendarmi fuggissero a gambe levate, lasciando di fatto libero l'arrestato. Ci fu un caso ben documentato che racconta la non felice "visita" dei gendarmi. Ciò accadde nei pressi di Castelnuovo: 

“Arrivarono li soldati per esercitar il loro carico in virtu delli
"Gli sbirri" estensi
ordini, et mandati dai Provveditori al sale, capitasse in casa del suddetto Marco inquisito, al quale havendo trovato certa quantità di sale di contrabando volessero levarla, al che opponendosi Giovanni suddetto, tolse una stanga da carro con quella mortalmente percotendo uno di essi ministri, et li suddetti Pietro et Giacomo, dandosi l’uno, all’altro aiuto et favore cooperativo insieme con molti altri, che per hora si tacciono, ferissero anco li due altri uno pur mortalmente, et l’altro di percossa grave, et importante, ne contenti di questo Antonio suddetto instigato da Battista dasse campana a martello convocando molta gente e gridando dall'alto, ammazza,ammazza...". 

Tale ormai era diventata la sicurezza dei contrabbandieri che lo smercio di sale avveniva alla luce del sole. Nei paesi durante questa pubblica vendita accadeva quasi sempre che si formassero lunghissime file e nell'attesa del proprio turno capitavano addirittura delle memorabili risse. Tuttavia tutta questa convinzione d'impunità si manifestò in tutta la sua prepotenza il 20 maggio del 1720, quando Giacomo Giacomelli contrabbandiere d'eccellenza si presentò con i suoi muli carichi al mercato di Castelnuovo Garfagnana, vendendo pubblicamente sale "con aperto scandalo universale", la gente nonostante la meraviglia accorse in fretta e furia e in men che non si dica il sale finì e il Giacomelli se ne andò tranquillamente come era venuto. Naturalmente il malvivente non la passò liscia, l'onta subita dal governo locale proprio sotto le finestre di"casa" fu troppo grossa e fu così che subì una condanna in contumacia al bando perpetuo, in alternativa dieci anni di galera.Il Giacomelli non cascò mai nella rete della giustizia era un pesce troppo grosso, i contrabbandieri di lungo corso sfuggivano alla cattura perchè spesso erano armati e
Commissione per la tasse
 su sale e tabacco 1851
organizzati in bande, eccezion fatta per Pietro detto il Broccolo (o Bossolo) che andava pure lui impunemente a vender sale con il suo cavallo, fu catturato e condannato a remare per diciotto mesi. Rimaneva però il fatto che quando "gli sbirri" stavano per molto tempo senza catturare nessun presunto manigoldo si rifacevano allora sui miserabili, su coloro che facevano questi traffici per sbarcare il lunario, capitava però qualche volta che il giudice comprendesse la situazione. Fu il caso di Francesco da Pieve Fosciana che aveva in casa circa venti chili di sale, questa quantità fu ritenuta adatta all'uso personale e familiare, fu "mandato liberatamente assolto". 

Lo spaccio di sale in tutta la Garfagnana durò fra alti e bassi quasi mille anni, fu un fenomeno veramente esteso che si ripresentò e terminò una volta per tutte con la fine della seconda guerra mondiale. Testimonianze del 1944 ancora oggi ci parlano di contrabbando di sale in maniera diversa di quello che fu per tanti secoli addietro. Anche durante la guerra la carenza di sale in tutta la valle si fece sentire e allora ci pensavano le donne della Versilia a favorire questo commercio a prezzo di un lungo e faticoso
Donne nella produzione di sale in Versilia,
 (foto Sentieri della memoria.comune di Massa)
lavoro. Carrette spinte a mano si recavano sulla spiaggia e riempivano di acqua marina ogni tipo di contenitore, preferibilmente damigiane per il vino o fusti rivestititi di zinco. La produzione si realizzava in luoghi appartati, in stalle dismesse, in posti comunque non visibili ai tedeschi o ai fascisti. La legna veniva recuperata nelle pinete, si accendevano così grandi fuochi e dentro questi recipienti l'acqua veniva messa al fuoco, una volta portata ad ebollizione e alla conseguente vaporizzazione non rimaneva altro che sale. Per rendere un po' l'idea della cosa si può dire che da ogni damigiana d'acqua si poteva ricavare ben due chili di sale. Una volta imballato invece, erano sopratutto gli uomini che si preoccupavano di salire in montagna per venderlo, usando ancora i vecchi e ultra secolari sentieri di una volta, dirigendosi così
(foto Sentieri della memoria comune di Massa)
verso la Garfagnana e dato che soldi ne circolavano pochi, talora il sale veniva scambiato con farina, patate e castagne. I viaggi su e giù per le montagne in quel periodo non si fermarono mai, si facevano sia d'estate che d'inverno, con la neve e il gelo e con ai piedi solamente zoccoli di legno.

E allora pensandoci bene, quanta storia c'è dietro un semplice:
 -Scusa, mi potresti passare il sale?-



Bibliografia:

  • Archivio di Stato di Modena
  • "Il cammino del Volto Santo. Dalla Lunigiana, attraverso la Garfagnana, fino a Lucca", "Sentieri e vie di contrabbando:il sale" di Normanna Albertini
  • "I sentieri della memoria", La Via del Sale

mercoledì 15 febbraio 2017

La "Bernadette" della Garfagnana: Anna Morelli. Quando la Madonna apparve a Gramolazzo

Non è facile credere a ciò che non si vede, questa regola vale ancor
Gramolazzo,anni 30 al Canale della Gattaia
(collezione Silvio Fioravanti)
di più in campo religioso ed è da sempre stato tema di scontro fra scienza e credenti. La scienza dal canto suo dice che i miracoli e le apparizioni mistiche sono frutto di visioni riconducibili eventualmente anche a delle patologie e chiude il tutto in un ottica esclusivamente razionalistica, essi obbiettano che non sussiste alcun fondamento scientifico che dimostri l'esistenza di questi fenomeni soprannaturali e che comunque sia, ancor prima bisognerebbe dimostrare l'esistenza di colui che si presume ne sia all'origine, cioè Dio stesso. Queste affermazioni fanno rivoltare nella tomba tutti i Papi sepolti nelle Grotte Vaticane e la Chiesa inorridisce e afferma che la Fede è sopra ogni cosa e che non tutto quello che non si vede, non esiste. L'amore non si vede, la speranza, la gioia, non si vedono ma esistono, ma se non credi in Dio, nei suoi miracoli e nelle apparizioni perchè non può vederli con i tuoi occhi, allora non dovresti credere all'amore e ai sentimenti che governano il mondo. Così si riassume in maniera molto semplicistica l'infinita lotta fra scienza e Chiesa. Tutto questo bel discorso fa da introduzione ad un fatto molto controverso e (forse volutamente) poco conosciuto avvenuto esattamente 70 anni fa in Garfagnana, quando a Gramolazzo apparve la Madonna, ma prima di iniziare nel racconto dei fatti mi è necessario dire che ognuno dei miei cari lettori è libero di trarre le proprie conclusioni su questi lontani accadimenti in maniera libera e spassionata, da parte mia visto il delicato argomento mi rifarò puntualmente ai fatti di cronaca e al materiale in mio possesso.

La protagonista di questa vicenda era Anna Morelli una ragazza di Gramolazzo (frazione del comune di Minucciano)malata dal 1941, la
Anna Morelli "la miracolata"
(foto collezione Paolo Marzi)
povera donna non riusciva più ad inghiottire cibo e quel poco che deglutiva non riusciva assolutamente a digerirlo e lo vomitava puntualmente, gli era stato diagnosticato un male terribile che minava seriamente la vita stessa. Medici di ogni sorta e da ogni dove l'avevano visitata ma le speranze date da questi luminari erano sempre ridotte al lumicino. Il 1947 fu l'anno che la malattia degenerò, ma fu anche l'anno della svolta, quando da un possibile prodigio miracoloso la Madonna apparve alla ragazza nella sua camera da letto dove giaceva ormai inerme. La Santa Vergine stando al racconto dell'ammalata non pronunciò parola ma toccò la fanciulla sullo stomaco, la parte malata, e miracolosamente dove la Madonna pose la sua mano apparve sulla pelle una croce vermiglia e oltretutto l'oscuro male sparì. Immaginatevi voi, giornalisti, fotografi, autorità civili ed ecclesiastiche accorsero nel remoto paesino garfagnino per conoscere quella che al tempo fu definita "la miracolata". Tutti volevano raccogliere testimonianze e intervistando gli abitanti del borgo confermavano le tesi conosciute:- Creda pure a me che l'ho vista, quella aveva il diavolo in corpo!- così all'epoca affermava un giovane del posto. La ragazza da parte sua mostrava a tutti la sua rossa croce a testimonianza della sua guarigione e così di parola in parola accorrevano per vederla da ogni parte della Valle del Serchio (e non solo). Gramolazzo era diventato il paese della "miracolata", divenuto meta ove l'umanità stanca e sfiduciata da anni di guerra andava a ritemprare la propria Fede, "andando- come dicevano le cronache del tempo- a toccare con mano profana il segno tangibile di una volontà sconosciuta". La cosa assunse, come spesso accade in questi casi i contorni del fanatismo, i pellegrini entusiasti assediavano la casa di Anna notte e giorno e i
La camera da letto di Anna,
dove ebbe la sua prima visione
(foto collezione Paolo Marzi)
giornalisti ripetevano come pappagalli le solite domande sull'ormai famigerata apparizione, domande a cui la ragazza aveva ormai risposto un migliaio di volte. Nel frattempo, sappiamo come sono fatti i cronisti, andarono a scavare nel privato della giovane e venne fuori che proprio la giovanotta aveva velleità da pin up e che proprio l'anno prima era stata eletta "Stella di Garfagnana" in un concorso di bellezza a carattere regionale. I tagliandi per decretare la vincitrice provenivano a bizzeffe alla redazione del giornale promotore, i maligni dicevano che ella stessa avesse finanziato la sua elezione, ma i maligni, si sa, non mancano mai

La storia non finì qui,anzi tutt'altro, la Madonna apparve più volte ad Anna Morelli, ed ecco dunque di seguito quello che un giornalista scrisse quando anche lui fu presente ad una di queste apparizioni.

"La fede muove le montagne, io mi sono mosso per molto meno, un volgarissimo telegramma. E sono stato fortunato: ho visto Anna
La folla assedia la casa di Anna Morelli
(foto collezione Paolo Marzi)
mentre vedeva la Madonna. Il miracolo è atteso per le quindici, aveva richiamato a Gramolazzo increduli fedeli da tutti i paesi vicini. Ho chiesto alla ragazza dove sarebbe avvenuto il miracolo. Mi ha risposto con un sorriso:- Non lo so; dove mi sentirò di andare in quel momento- E intanto con grazia femminile accendeva una profumata sigaretta. Non crediate che con questo Anna sia un po' civetta. Tutt'altro. Ha smesso di tingersi le labbra e le unghie, parla con una certa disinvoltura, ma con una serietà assoluta. Posa compiacente davanti all'obbiettivo, cita senza riluttanza libri che ha letto e films che ha visto. Chiedo cosa ne pensa di Bernadette, il film della miracolata di Lourdes. L'ha visto ma non esprime giudizi. Alla quattordici e dieci Anna mi dice:- Scusi non posso più rimanere devo scendere in strada-. Tento di trattenerla ma la ragazza è in preda ad un evidente nervosismo. Scende, la seguo. Ad un certo punto si getta in ginocchio e, pallidissima in volto, congiungendo le mani e sbarrando gli occhi mormora:- Eccola !-. La folla si inginocchia, piange sommessamente. Anna, la "miracolata" con lo sguardo fisso in avanti, sorride e mormora parole incomprensibili. E' in estati. Riesco a percepire alcuni monosillabi privi di senso:- Si...No...-. Per accertarmi del suo stato di sensibilità la pungo per due volte inaspettatamente, con uno spillo. Due goccioline di sangue, la ragazza non sente e non fa un movimento. Gli occhi sbarrati, fissi nel vuoto vedono...Sviene. La portano di peso in casa. Dopo un attimo riprende i sensi. Grosse lacrime le scorrono sulle guance fra i singhiozzi che la fanno scuotere tutta, racconta della visione avuta:- Anna il segno che ti ho impresso ti resterà in eterno, Dillo e fallo vedere a tutti. Il cuore di Gesù sanguina per i peccati degli uomini.. Farai costruire un santuario-. Giù nella strada la folla inginocchiata prega."


Le apparizioni successivamente continueranno ed usciranno dai nostrali confini per giungere in quel di Marina di Pisa e
Grotta di Villa Santa
a Marina di Pisa ieri
precisamente alla grotta di Villa Santa. Siamo nel 1948 e già questo luogo era stato precedentemente visitato da celesti apparizioni, stavolta per mezzo di una piccola di quattro anni Paola Luperini, fattostà che anche Anna Morelli fu richiamata insieme ad altri veggenti in questo posto, ancora oggi considerato sacro. La testimone Lola Roncucci, signora pisana, oggi abitante a Livorno apre il suo scrigno dei ricordi e rammenta nitidamente di quella ragazza garfagnina e proprio di un episodio che vale la pena di raccontare, quando ad Anna in una precedente visione le fu detto dalla Vergine di invitare alla grotta gli infermi e gli ammalati in un dato giorno. La notizia fu ripresa da tutti i quotidiani e arrivò all'orecchio di una ragazzina di 14 anni Ilva Borghini di Rio Marina (Isola d'Elba). La bambina elbana aveva una brutta storia alle spalle, il padre la gettò dalla finestra per delle futili divergenze e nella caduta la piccola rimase paralizzata irrimediabilmente. Comunque Ilva quel giorno raggiunse Marina di Pisa, arrivò in barella. Come lei erano presenti molti altri malati provenienti da tutta Italia e tutti erano in preghiera, quando ad un certo punto della veglia, Anna attorniata dai sacerdoti presenti ebbe la visione. La folla presente, come racconta la testimone Lola Roncucci, rimase sbalordita quando dal cielo sopra la testa della veggente garfagnina cominciarono a scendere petali di rosa bianchi, Anna li raccolse e questi si tramutarono in ostie, una di queste era grande e rotonda, le altre due erano attaccate insieme. Terminata l'apparizione Anna le divise a pezzetti che distribuì ai presenti, l'ostia più grande rimase al prete. Uno di questi pezzettini toccò proprio ad Ilva Borghini, una volta ingerito udì una voce che le diceva:- Ilva, alzati e cammina-, prima con titubanza e poi in maniera più decisa la bambina scese dalla barella, cominciò a camminare superando anche diversi ostacoli, salendo scalini, schivando tronchi di albero e poi tornò improvvisamente indietro raggiungendo la barella da dove era venuta e tornò sorprendentemente paralizzata. La ragazzina spiegò che quando camminava la Madonna continuava a parlarle dicendole così:-Vedi Ilva ti ho dimostrato di poterti guarire per concessione di mio Figlio, ma lascio a te la decisione e la scelta. Vuoi essere guarita o rinunci alla guarigione per la conversione dei peccatori? Domani torna qui, mi vedrai e solo
Grotta di Villa Santa a Marina di Pisa oggi
allora mi dirai quale è stata la tua decisione-
. Figuratevi voi, la decisione per la madre e la giovane quattordicenne era a dir poco combattuta. Tale combattimento cessò il giorno dopo, quando la Madonna riapparve alla piccola che decise di rimanere inferma per la conversione dei peccatori. Negli anni a venire per Ilva fu un continuo calvario, fu seguita da un padre spirituale, in seguito a

questi avvenimenti si fece poi suora. 
Nel 1951 ci fu una delle ultimi apparizioni per Anna Morelli, ma quanto le disse la Madonna quel giorno di sessantasei anni or sono fa ancora rabbrividire il sangue nelle vene: - Grandi calamità vi attendono. Malattie cattive ed epidemie infesteranno il mondo: molti moriranno. Piogge fortissime arriveranno e devasteranno, allagando e sotterrando ogni cosa; fulmini scenderanno dal cielo distruggendo case e raccolti, tutta la terra sarà in movimento e neppure il mare vi risparmierà. Vi saranno fame, disordini e ribellioni, sangue innocente che correrà per la strada; il fratello ucciderà il proprio fratello e prestissimo ci sarà anche la guerra; microbi nuovi e terribili presto infesteranno la terra...-

Ben presto la Chiesa cercò di stendere una cortina di fumo su questi fatti. La ragazza fu fatta refertare da una commissione medica che la giudicò "soggetto isterico ed epilettico", e la croce sullo stomaco? "Tracce ecchimotiche" e la brutta malattia? "All'esame radiologico appaiono tracce di ulcera cicatrizzata". Insomma la Chiesa Cattolica Romana credette di non autorizzare il culto, per quali motivi non lo so e tutt'oggi rimangono (almeno a me) misteriosi, bisognerebbe ricercare negli archivi vaticani della "Congregazione per la dottrina della Fede", ma il vostro umile cronista a così tanto non arriva. Entrando un po' di più nel particolare posso solo dire che la Chiesa Cattolica giudica questi avvenimenti in base a tre fasce: le accetta e ne diffonde il culto, non le condanna e nemmeno le approva, o le condanna attraverso scomuniche e diffide. I fatti di Anna in Garfagnana rimangono nel limbo, cioè non sono stati condannati ma nemmeno approvati. Tengo a sottolineare un fatto, che le apparizioni mariane "autorizzate" dal inizio della storia della Chiesa Cattolica sono circa quindici e che le apparizioni della Madonna a Medjugorje a tutt'oggi non sono accettate dalla Chiesa, anzi...
Per Anna "la miracolata" così come rapidamente arrivò la notorietà e la fama altrettanto rapidamente arrivò l'oblio, voluto e preteso da Santa Romana Chiesa...



Bibliografia:

  • Domenica del Corriere 21 dicembre 1947, anno 49,n°51
  • Profezie di fine millennio di Anna Maria Turi, edizioni Mediterranee 1996
  • "Lumen Gentium" Vaticano II paragrafo 12
  • "Il Tirreno" , 1 settembre 1997 "Parlano i testimoni delle apparizioni a Villa Santa"

mercoledì 8 febbraio 2017

Vecchie storie di paura in Garfagnana

E' proprio durante il lungo e rigido inverno garfagnino che
le persone si riunivano "a veglio", questa parola aveva la capacità di riscaldare, divertire e distrarre le persone che nelle fredde sere invernali si riunivano (quando a casa di uno, quando a casa di un altro) davanti al focolare, qui si discuteva dei più svariati problemi,della dura giornata di lavoro nei campi e si raccontavano pure le vicende più incredibili e racconti meravigliosi. Il momento saliente della serata era infatti quando poteva capitare di raccontare storie di paura, in quel momento anche i ragazzi e i bambini che fino a quel momento erano distratti o appisolati in qualche "cantone" della casa si risvegliavano prontamente e aguzzavano le orecchie. La luce tremolante delle fiamme nel camino, la penombra della casa e l'abilità di raccontare dell'anziano oratore di turno creavano un'atmosfera tutta particolare, ad aggiungere gusto alla narrazione c'erano le "mondine" quasi pronte sul fuoco e l'aspro vinello nostrale era il coronamento della veglia. La tradizione orale di questi racconti così è andata avanti per secoli fino ad arrivare a noi, grazie sopratutto al recupero e alla trascrizione di questi racconti da parte di associazioni culturali come il "Gruppo vegliatori di Gallicano" o "La Giubba" di Piazza al Serchio. Le storie che andrò a narrare oggi sono tratte in buone parte dall'egregio lavoro fatto da Umberto Bertolini e Ilaria Giannotti e quelle che ho scelto sono racconti di paura al di fuori dell'ordinario, non legate alla pura tradizione garfagnina dei buffardelli o degli streghi (di cui già ampiamente ho scritto) ma bensì riguardano vicende verosimilmente accadute (così almeno giuravano i protagonisti...), di spiriti e fantasmi. Solitamente prima di cominciare con un racconto il cantastorie faceva delle raccomandazioni, tanto per creare un po' di pathos negli ascoltatori e rammentava alle donne presenti se avevano raccolto i panni lavati dei
loro figli messi ad asciugare all'aria aperta, tale faccenda doveva essere fatta prima che le campane avessero suonato l'Ave Maria della sera, perchè c'era la convinzione che dopo quell'ora per le vie dei paesi garfagnini si aggirassero esseri maligni e se malauguratamente avessero solamente sfiorato i panni stesi, questi potevano procurare brutte malattie  ai bambini  che le avessero indossati. In caso di dimenticanza bisognava "raccattare" questi vestiti il mattino seguente all'ennesimo suono delle campane. Ci si raccomandava anche di non bere alle fontane dopo l'or di notte (n.d.r: l'ordinotte era un'ora dopo l'Ave Maria, cioè quell'ora che segnava la fine del giorno e l'inizio della notte) poichè si "poteva pigliare lo spirito maligno", però si ci si poteva dissetare solo dopo aver detto "Acqua corrente, ci beve il serpente, ci beve Dio e ci bevo pure io". Dopo questi buoni consigli di rito si cominciavano a raccontare le storie di paura; una fra le più famose narrava le vicende di MATT'MATTEO. Questo racconto è probabile che abbia un fondo di verità e riferisce dei fatti accaduti ad un pastore di Vagli
All'inizio della Valle Arnetola, lungo il corso della via Vandelli si aprono numerose grotte, in quei luoghi si ha come l'impressione che le Apuane ti si stringano tutto intorno, alcune di queste grotte
Le buche della Valle Arnetola
sono profondissime  e le loro acque interne come per magia affiorano proprio nel territorio di Vagli. Una di queste buche, la buca del Pompa, effettivamente faceva sbucare le proprie acque cristalline nei pressi di un lavatoio. Nelle vicinanze di questa buca portava a pascolare le pecore Matt'Matteo, un pastore molto giovane, esuberante e vivace, sempre allegro e con il suo zufolo in bocca. Un brutto giorno il pastorello volle affacciarsi alla buca, gli era parso di sentire delle voci, ad un tratto il suo caprone gli rifilò una forte testata che lo fece precipitare negli abissi. Matt' Matteo morì. La notizia rattristò tutto il paese e quel che era peggio la povera madre non aveva neanche il corpo su cui piangere. La mamma venuta a conoscenza che le acque della maledetta buca si raccoglievano nei pressi della fonte del lavatoio volle andare lì ad aspettare il corpo del figlio, difatti alcuni giorno dopo le acque restituirono il berretto e lo zufolo, ciò rafforzò ancor di più la convinzione che prima o poi il cadavere del figlio sarebbe ricomparso. Fu tutto vano, i giorni passavano e la madre non si muoveva più dal lavatoio e chiamava in continuazione il figlio, i paesani portavano alla povera donna cibo ed acqua per sostenerla ma la morte dopo un mese circa giunse anche per lei, il dolore fu troppo forte da sopportare. Dopo i fattacci chi passava nelle vicinanze del lavatoio, specialmente dopo le uggiose giornate di pioggia c'è chi vedeva fra la nebbia la povera mamma seduta sul bordo della vasca che guardava nell'acqua ed emetteva un gemito di disperazione da far gelare il sangue nelle vene. 

L'altra storia se si vuole è abbastanza recente ed è figlia dell'immigrazione e il protagonista è esistito per davvero. I fatti raccontano di tale LEONZIO (nome volutamente creato ad arte per celare la vera identità). Leonzio era emigrato in Inghilterra ed era tornato in Garfagnana  come si suol dire con le tasche piene, con tutti i soldi guadagnati si era comprato una dimora di tutto
rispetto che per la sua grandezza e magnificenza era soprannominata "il castello". Ma come si sa i denari non insegnano nè la buona educazione, nè le buone maniere, per di più non andava mai in chiesa e non sopportava i poveri. Comunque sia decise per il suo ritorno di offrire ai paesani più ricchi un succulento banchetto presso il castello. Di ritorno dall'aver ordinato le provviste per la grande cena passò davanti al cimitero del paese, vedendo un teschio lo calciò in modo sprezzante così dicendo:- Stasera faccio un grande banchetto e giacchè ti ho trovato ti invito, così mi dirai come si sta nell'aldilà-. Arrivò così la sera e la cena ebbe inizio, i più prelibati piatti erano presenti in quella casa, l'orchestra non smetteva mai di suonare e tutti i commensali gridavano:- Viva Leonzio !!!- e quando la festa era proprio all'apice si sentì bussare alla porta, tanto forte che il castello tremò. Leonzio dette il permesso ai suoi servi di andare ad aprire con il preciso ordine di far entrare chiunque fosse stato ricco o di prenderlo a calci se era un povero. Il servo andò ad aprire e si spaventò tantissimo, così tanto da mettersi seduto per la paura, aveva visto un'orribile ombra, quest'ombra chiedeva di vedere il padrone dal momento che era stata invitata. Riferite le parole dell'essere a Leonzio, prontamente cancellò l'invito, aveva capito che quella "cosa" era l'anima di quel teschio che aveva calciato in giornata. Immediatamente fece chiudere tutti i portoni e le finestre con chiavistelli a doppia mandata ma l'ombra non si fermò, con una tremenda spallata abbatté il grosso portone d'ingresso, gli invitati furono presi dal panico generale, chi scappava a destra, chi a manca ma la creatura rassicurò tutti, voleva solo ed unicamente Leonzio, che fu così avvolto fra le spire dell'ombra che lo immobilizzò dicendogli queste parole:- Nipote mio ascoltami, ti do una brutta notizia, oggi tu morirai, credevi di regnare invece da ora in poi penerai con me per tutta l'eternità all'inferno-. Quel giorno stesso Leonzio morì e nessuno ebbe più il coraggio di entrare in quel palazzo che ben presto fu invaso dai topi che per prima cosa mangiarono il suo ritratto.La prossima novella mescola storia e paura e anche queste vicende fanno riferimento a fatti reali. L'episodio avvenne verso la metà del 1700, quando la nuovissima ma impervia Via Vandelli diventò un'arteria importantissima per i commerci con il mare (leggi la sua storia http://paolomarzi.blogspot.it le-strade-garfagnine-di-una-volta-.html). La strada era trafficata sopratutto dai mercanti di sale e quello che successe in quel terribile inverno di tre secoli fa, fece prendere il nome a quel tratto di via FOSSA DEI MORTI. Qui alcuni mercanti estensi
La Via Vandelli
in un rigido inverno si recavano a Massa per approvvigionarsi di sale, furono colti da una tempesta di neve senza precedenti. I cavalli e i mercanti erano assiderati dal gran freddo, il vento e la neve battevano pungenti nei loro volti e praticamente non riuscivano ad andare avanti, si rifugiarono in un avvallamento del terreno che diventò ben presto la loro tomba, con ogni probabilità furono colti da una slavina. Da allora i cavatori di marmo e i passanti quando nevica odono ancora in quel luogo i lamenti dei morti e lo scalpitare dei cavalli.


Così si concludeva una sera "a veglio" di un tempo lontano, ognuno riprendeva le proprie cose, le madri si caricavano in braccio il bimbetto impaurito e infreddolito e si andava a casa propria a riposare per il giorno dopo, non rimaneva però che un'operazione da fare, l'ultima persona che lasciava la stanza aveva il compito di battere il ceppo ardente con le molle del camino, le scintille che uscivano dalla cappa camino andavano a portare prosperità nei campi. 

mercoledì 21 dicembre 2016

Garfagnana milionaria: quando la Dea bendata si fermò a Sassi

Giornali dell'epoca
(foto tratta da "La Pania" n 111)
Era proprio durante questo periodo di festività natalizie che le speranze di una vita fantastica, fra agi, lussi e benessere si rinvigoriva in tutti gli italiani. Era il periodo in cui tutti (o quasi) acquistavano almeno un biglietto della lotteria Italia che veniva estratto puntualmente il giorno della befana nella trasmissione di punta della R.A.I del sabato sera. Tutti lì, davanti al televisore, nella trepidante attesa che venissero estratti i nostri numeri incantati, come al solito la speranza veniva delusa ma rimaneva un briciolo di fiducia per il giorno dopo, quando sul giornale venivano pubblicati i numeri di serie vincitori dei cosiddetti "premi minori", chissà, magari la macchina nuova ci scappava e forse ci scappava pure la cucina tanto desiderata dalla moglie. Ora ci hanno tolto anche questa magia...e il nostro Paese è stato aggredito dai giochi moderni, dove tutto è all'insegna della velocità e dell'immediatezza: gratta e vinci di ogni tipo e foggia, superenalotto e scommesse sportive la fanno da padrona e hanno dato il "de profundis" a tutte quelle lotterie nazionali che cadenzavano il tempo e le speranze di esistenze migliori. Pensate che negli anni d'oro delle lotterie, la lotteria Italia arrivò a staccare nel 1988 ben 37 milioni e mezzo di biglietti, oggi grazie agli ultimi "nostalgici" fra tutte è l'unica sopravvissuta e non arriva nemmeno ad otto milioni di tagliandi venduti. Addio quindi all'estrazione legata alla Regata di Venezia, alla "nostrale" lotteria del Carnevale di Viareggio e alla storica lotteria del Gran Premio di Merano.
A proposito di Merano, la lotteria di questa ridente cittadina trentina rimarrà per sempre nella memoria di tutti i garfagnini. La Garfagnana è stata sempre terra di gente con pochi fronzoli nella testa, gente contadina che contava sulle proprie braccia e sulle proprie forze per emergere da una vita grama, ma quel giorno in quel
Il biglietto della lotteria
di Merano del settembre 1964
lontano settembre 1964 la Dea bendata si fermò a Sassi, nel comune di Molazzana.

Prima di raccontare queste incredibili vicende degne della miglior commedia all'italiana conosciamo un po' più da vicino la storia di questa lotteria, per capire di conseguenza la portata di quello che successe più di cinquant'anni fa in questo piccolo paese garfagnino che oggi non conta nemmeno duecento anime. 
La lotteria del Gran Premio ippico di Merano fu istituita in piena era fascista da un quasi capriccio del gerarca fascista Achille Starace, segretario nazionale del partito. Starace infatti vantava di essere un provetto cavallerizzo e un buon intenditore di cavalli e invidiava moltissimo il colonnello Pollio che a capo della S.I.C
Benito Mussolini e Achille Starace
(società incremento corse) organizzava a destra e a manca corse ad ostacoli. Capitò così l'occasione che la società che gestiva l'ippodromo di Maia a Merano (in provincia di Bolzano) fallisse, lasciando di fatto terra fertile all'ambizioso gerarca che convinse Mussolini a far "resuscitare" il tutto, portando motivazioni che allo stesso duce fecero gola. In questa maniera e a questo evento fu così associata una lotteria nazionale che con i proventi dei biglietti venduti si potevano accumulare denari per la realizzazione del futuristico quartiere EUR di Roma e perdipiù si poteva investire negli anni futuri anche in altri grandiosi progetti che Mussolini aveva in mente per "la città eterna". Fu così che il 30 agosto 1935 in pompa magna venne inaugurato il redivivo ippodromo alla presenza del duce in persona e al fautore di questo progetto Achille Starace (che nel frattempo era diventato presidente della S.I.C...). Il 20 ottobre del solito anno, di fronte ad un pubblico enorme convogliato a Merano con treni speciali (mentre gli altri ippodromi d'Italia quella domenica erano chiusi) si svolse il primo Gran Premio e la prima estrazione della lotteria, che prima dell'avvento della famosa
Una vecchia foto dell'ippodromo di Merano
lotteria Italia vantava la maggior dotazione: il suo primo premio nel 1935 ammontava nientepopodimeno che a un milione di lire.

Arriviamo così dopo questo necessario preambolo a Sassi, dove tutto cominciò il 28 settembre 1964. Un lunedì all'apparenza come gli altri, il giorno prima c'era stata la seconda giornata di campionato di serie A, si parlava che di li a pochi giorni si sarebbe inaugurata l'autostrada del Sole ed inoltre in quella domenica appena trascorsa si era corso il Gran Premio ippico di Merano e di conseguenza si era tenuta anche l'estrazione della seconda lotteria nazionale più importante, evento questo che cambiò letteralmente i destini di questo paese. La lieta notizia arrivò con il "postale" del mattino(n.d.r: l'autobus di linea che oltre ai passeggeri portava la posta e i giornali) che recava con se i quotidiani da vendere. All'apertura del giornale gli abitanti trasecolarono, il biglietto con il primo premio era stato venduto in paese, "L'Unità" del tempo così citava:"il biglietto vincitore del primo premio del Gran Premio di Merano potrebbe appartenere ad uno dei cento abitanti dl Sassi, frazione di Nolazzana, nell'alta
L'Articolo de "L'Unità", in rosso
il pezzo in questione
Garfagnana, in tale località, infatti, è stato venduto il tagliando vincente. Non è stato ancora possibile, tuttavia, aver'una conferma: Sassi non ha telefono e non è collegata da alcuna strada carrozzabile"
. I
 150 milioni di lire di premio erano clamorosamente arrivati in questa frazione del comune di "Nolazzana" (come menzionava erroneamente "L'Unità"), in tasca a qualche fortunato locale. Tanto per rendersi conto della vincita è bene fare subito una comparazione, che secondo un programma di attualizzazione monetaria il montepremi incassato nel 1964 corrisponderebbe ad oggi a un milione e seicentomila euro, figuratevi allora lo stupore e la curiosità che si insinuò nel paese per scoprire il vincitore. In men che non si dica il bar Pucci che all'epoca faceva da posto pubblico ed era anche l'unico telefono presente in paese, fu aggredito dalle telefonate dei giornalisti di tutta Italia, la signora Giulia che gestiva il
Sassi inizio '900
(foto Banca Identità e Memoria)
bar ormai era esasperata dalle chiamate che giungevano da ogni dove e all'ennesima domanda di chi fosse il vincitore si lasciò andare nella stizzita affermazione che il fortunato era "il pievan di Gallicano", ma tale espressione era un modo di dire, che nel parlare locale alludeva ad una persona conosciuta ma senza un riferimento specifico, purtroppo la Giulia non aveva fatto conto che questa frase era prettamente garfagnina se non addirittura strettamente circoscritta al posto, cosa che naturalmente non sapevano i giornalisti giunti da tutta Italia che prendendo alla lettera queste parole andarono di corsa all'attacco del pievano di Gallicano Don Lino Togneri per intervistarlo, il parroco andò su tutte le furie oltre a non aver vinto un bel niente dovette dare giustificazione ai parrocchiani e al vescovo che chiedevano lumi, minacciò addirittura di querela la povera Giulia, ma compresa la buona fede della donna rinunciò al proposito, in tal modo il mistero continuava ancora. La questione si faceva più ingarbugliata e 
fra depistaggi e tentativi di speculazione i fatti assumevano i contorni di una spy story, ci fu chi contattò i giornalisti pronto a rivelare il nome del vincitore in cambio del pagamento di centomila lire. L'attenzione al contempo si spostò allora sull'ufficio postale e sulla persona del Pè della Posta(n.d.r:al secolo Giuseppe Pieroni titolare dell'ufficio postale all'epoca, fra l'altro amico e collega del mio babbo), posto in cui si era venduto il tagliando vincente SERIE I NUMERO 73991, abbinato al cavallo Luopinot. Sotto interrogatorio il Pè della posta rivelò di aver avuto dall'amministrazione P.T un blocchetto di soli cinque biglietti, rammentando di averli venduti all'Ugo, al
Giornali dell'epoca
(foto tratta da "La Pania" n 111)
Pierluigi e all'Ottavio(n.d.r:abitanti di Sassi), il quarto lo aveva comprato egli stesso e il quinto proprio non se lo ricordava a chi lo aveva ceduto, dato che era stato venduto mesi addietro. Intanto in paese circolava insistente una voce che voleva in Ermete Rossi il fortunello di turno. Ermete Rossi, era un ragazzotto del paese, emigrato da qualche tempo in Svizzera. I giornalisti in quell'occasione sciamarono da lui e dai suoi familiari, ormai da tutti era indicato come il vincitore della lotteria. Arrivò perfino la televisione a intervistare gli abitanti per sapere secondo loro chi fosse il misterioso sorteggiato e tutti indicavano sempre e solo l'Ermete. Le circostanze e i fatti confermarono la notizia e gli eventi dimostrarono sopratutto il buon senso del ragazzo che colpito da cotanta ricchezza non si lasciò trasportare da una pericolosa euforia che porta spesso altri vincitori nel giro di pochi anni a scialacquarsi tutto il patrimonio, anzi, non si lasciò andare a spese azzardate o a folli imprese economiche ma si affidò ai saggi consigli di Don Natale, tornando di fatto in Svizzera a lavorare con meno assili e una diversa tranquillità, naturalmente non si dimenticò della famiglia e nemmeno delle buone indicazioni ricevute da Don Natale a cui regalò per riconoscenza una fiammante FIAT 850. Nemmeno oggi Ermete ha
(foto tratta da "La Pania"n 111)
perso la buona abitudine di venire a visitare tutti gli anni i suoi cari. Per i paesani non rimase altro che quel quarto d'ora di notorietà a cui spesso si riferiva il profeta della pop art Andy Warhol, ai giornalisti della carta stampata e della televisione riferirono di non essere diventati milionari...per onestà e correttezza, rifacendosi al fatto che il Pè della Posta aveva loro offerto di acquistare i biglietti della lotteria a credito, ma siccome non era per loro buona creanza comprare a credito, lo avevano pregato di dar loro tempo per andare a prendere i soldi a casa per il sospirato tagliando, che nel frattempo era stato acquistato da Ermete. Peccato poi che l'ultimo biglietto disponibile fu comprato dallo stesso Pè della Posta, per evitare una brutta figura con l'amministrazione P.T di dover riconsegnare un blocchetto non completamente venduto, significato questo che da parte dei paesani non c'era proprio questa corsa al biglietto.

Così si concluse questa storia, in breve tempo tornò tutto alla
Sassi oggi
normalità in paese, ognuno riprese le sue abitudini e i suoi lavori, in fondo tutti felici e contenti, perchè la fortuna in qualche modo si era ricordata di questo piccolo paese ai piedi delle Apuane che in tempo di guerra era stato devastato dalle bombe,in molti videro in questi accadimenti il destino che finalmente aveva saldato i suoi debiti.




Bibliografia:

  • "Sassi milionaria" di Aldo Bertozzi da "La Pania" n°111 settembre 2016
  • Daniele Saisi blog "Attualizzatore excell, traduttore valori monetari"
  • "A Lucca i 150 milioni della lotteria" su "L'Unità"  28 settembre 1964
  • Archivio storico lotterie nazionali

mercoledì 14 dicembre 2016

L'Organizzazione TODT in Garfagnana e nella Valle del Serchio

Fritz Todt era un uomo qualunque, un signore serio, schivo, nato nel 1891 a Pforzheim, città confinante con la famosa Foresta Nera, era figlio di una Germania borghese e benestante, quella stessa Germania che poi alcuni anni dopo si butterà a capofitto in due scellerate guerre mondiali che porteranno alla fame un intero popolo. Il padre di Fritz era proprietario di alcune industrie e lui non potè far altro che intraprendere gli studi di ingegneria civile che interruppe per partecipare alla prima guerra mondiale come ufficiale nell'aeronautica militare nel fronte occidentale. Finita quella maledetta guerra finalmente riprese gli studi che concluse brillantemente laureandosi nel 1920 a Karlsruhe. Nel 1921 entrò a lavorare come ingegnere nell'impresa di costruzioni Sager & Woerner per la realizzazione di gasdotti e strade.
Una storia questa uguale ad altre mille, una storia comune, insignificante, di un uomo medio, che però indirettamente legherà il suo nome ai destini di molti garfagnini(e non solo).
Tutto cambiò a metà degli anni '30 del 1900, quando conobbe il cancelliere del Reich germanico Adolf Hitler a cui fece subito un eccellente impressione, tant'è che fu messo a capo di un ufficio tutto nuovo per l'attuazione della grande rete autostradale tedesca che grazie all'imponente mole di lavoro si riprometteva di assorbire una parte della disoccupazione germanica. Ma non solo, allo scoppio
"Un uomo qualunque":Fritz Todt con la moglie
della seconda guerra mondiale Todt divenne progressivamente responsabile dell'attuazione logistica e infrastrutturale dello sforzo bellico del Reich: la rete stradale dei territori occupati, le linee ferroviarie, i rifugi di sottomarini e inoltre si doveva occupare di erigere fortificazioni, bunker e rifugi a protezione ed in difesa dei nuovi territori occupati: la linea Sigfrido, il Vallo Atlantico e la famosa Linea Gotica, da tutto questo nacque la famigerata "Organizzazione TODT", meglio conosciuta con l'acronimo di O.T.

L'organizzazione TODT sarà una struttura paramilitare che all'inizio riunirà operai di più di mille imprese di costruzioni private. La quantità di manodopera impiegata fu enorme, dagli iniziali 35.000 lavoratori in poco tempo si passerà a ben 340.000. La prima grande opera di questa organizzazione fu la realizzazione di una serie di fortificazioni lungo il confine francese per oltre 500 chilometri, in soli diciassette mesi questi uomini riuscirono a costruire il Westwall (n.d.r.: il muro dell'ovest), più comunemente conosciuto ai più come linea Sigfrido. Per questa costruzione verranno impiegate più di sei milioni di tonnellate di calcestruzzo, pari a più della metà della produzione annua di cemento della Germania. I giornali
Todt con Hitler mentre gli illustra la
costruzione di un ponte
esaltarono quest'opera, la propaganda celebrò l'avvenimento come un trionfo della TODT. L'onore della O.T crebbe ancor di più quando ebbe il privilegio assoluto di edificare in Assia il celeberrimo "Nido dell'Aquila" quartier generale di Hitler. La popolarità di Fritz Todt era alle stelle. Il 17 marzo 1940 fu nominato ministro degli armamenti, ispettore generale per le strade, ispettore per le acque e l'energia elettrica e plenipotenziario dei lavori edili e per non farsi mancare niente gli fu conferito il grado di Maggiore Generale della Lufwaffe. Nel frattempo la TODT era sempre più impegnata su tutti i fronti di guerra. Arrivò così nella nostra valle nel settembre 1943 per completare gli ultimi tratti della Linea Gotica, ultimo e fondamentale avamposto difensivo che gli alleati dovevano affrontare prima di giungere nella Pianura Padana(sulla storia della Linea Gotica. In quegli anni la TODT toccò il suo apice in quanto a manovalanza, ormai erano qui impiegati oltre un milione e mezzo di lavoratori, una cifra spaventosa, però raggiunta "grazie" al lavoro coatto. Molti garfagnini furono costretti a lavorare forzatamente, rastrellati nelle case e portati a dare di picco e mazza sui nostri monti per ore e ore a scavare trincee nella roccia, tale sorte toccò anche ai prigionieri di guerra e a chi l'8 settembre aveva abbandonato l'esercito e in maniera volontaria si presentava ai lavori,
"Il nido dell'Aquila" oggi, costruito dagli
uomini della TODT
altrimenti sarebbe stato deportato nei campi di concentramento del nord Europa. Intanto nel 1942 "l'uomo qualunque" Fritz Todt morì in un misterioso incidente aereo, il comando dell'organizzazione passò sotto la guida de "l'archietetto del Reich" Albert Speer, che come il suo predecessore non si risparmiò nell'impiego di uomini e mezzi. Oltre ad un numero spropositato di operai, l'organizzazione potè contare su un parco smisurato di autocarri e macchine speciali, riversati questi anche in buona parte nella Valle del Serchio, punto nevralgico del fronte. Già nel 1938 il Genio Militare Italiano ordinò la costruzione di fortificazioni nelle coste versiliesi e nelle montagne garfagnine, i lavori non furono completati ma vennero ripresi proprio dagli ingegneri della TODT che avevano a capo l'ingegnere Hosenfled, il quale collocò le sue sedi a Borgo a Mozzano: la sede tecnica a Palazzo Giorgi e la sede amministrativa a Palazzo Santini. In soli dieci mesi si riuscì a creare tutte le difese che partivano dal Piaggione, toccavano Domazzano e 
arrivavano fino a Borgo a Mozzano, era un intersecarsi di camminamenti, muri anticarro, postazioni armate, gallerie, campi minati e chilometri e chilometri di filo spinato, ma l'errore commesso fu però clamoroso, un vero e proprio smacco morale per gli infallibili ingegneri TODT e in effetti fu così e non si considerò che costruendo posizioni difensive in quel tratto di valle si rendeva possibile un eventuale incursione americana attraverso la Val di Lima (raggiungibile da Pistoia), rischiando in questo modo di essere presi clamorosamente alle spalle (per la storia della Linea Gotica "garfagnina" leggi: http://paolomarzi.blogspot.it//conosciamo-lalinea-gotica.html). Kesserling, capo supremo delle forze tedesche in Italia ordinò di far indietreggiare il
Palazzo Giorgi a Borgo a Mozzano
sede della TODT (Foto bargarchivio)
fronte di ben 20 chilometri, attestando gli avamposti nelle zone di Molazzana, Gallicano, Ponte di Campia, in questo arretramento furono distrutti, ponti, strade e gallerie. Così anche in quella zona furono impiegati nei lavori forzati altri garfagnini, che furono questa volta facilitati nei lavori dalla morfologia delle montagne, la linea fu modellata seguendo le postazioni vantaggiose che offriva la natura. Si calcola che in tutti questi bunker e gallerie costruite nella Valle del Serchio vi abbiano lavorato al servizio della TODT più di tremila abitanti delle zone circostanti, per dodici mesi circa. Lavori forzati, duri, interminabili, senza essere minimamente pagati se non con una inqualificabile brodaglia, perdipiù tutti i lavoratori catturati durante i rastrellamenti, una volta finito il turno di lavoro venivano trattenuti nel campo di concentramento di Anchiano (n.d.r:piccola frazione di Borgo a Mozzano), ideato proprio a questo scopo. Don Alberto Santucci scrive: "Avendo fatto i tedeschi un campo di
Coprifuoco a Borgo a Mozzano,
pena la fucilazione (foto Paolo Marzi)
concentramento alla Socciglia,nei pressi di Anchiano, il Proposto si recava ogni giorno la, a visitare e a confortare i concentrati e spesso otteneva dal comandante tedesco la liberazione di alcuni di essi"
. Nella messa della domenica si riusciva pure a portare qualche indumento contro il freddo pungente e perfino qualcosa da mangiare a questa povera gente. Accadde però un episodio drammatico, l'11 agosto 1944. Otto uomini del campo di Anchiano vennero portati a lavorare a Forte dei Marmi, quando nei pressi di una località versiliese assistono alla fucilazione da parte dei tedeschi di 31 rastrellati, per eliminare testimoni scomodi vennero fucilati anche loro, si salverà solo uno. Rimarrà invece eroica l'impresa del geometra Silvano Minucci di Borgo a Mozzano, 
che si arruolò volontario nella TODT per non finire negli spietati campi di concentramento. Con la sua professione infatti aveva contatto più con le carte che con la terra e riuscì in questo modo ad intercettare e ricopiare in tre copie un accurato rilevamento topografico delle opere di difesa, delle aree minate e in pratica di tutte le postazioni tedesche. La preziosa mappa fu in seguito recapitata a Lucca al comando militare alleato della V armata con l'aiuto di Annamaria Cheli e di altre staffette che portavano nascosti dentro la canna della bicicletta i preziosi documenti. Ma
Ricostruzione della mappa di Silvano
Minucci (Archivio Isrec Lucca)
di prezioso non c'erano solamente queste mappe, altra preda ambita 
dai partigiani locali erano i magazzini TODT, difatti questi magazzini erano ricchi di ogni ben di Dio, dalle cibarie, agli attrezzi da lavoro e perfino armi e questo è quello che a proposito successe a Franco Bravi che in quel 1944 aveva appena diciassette anni e che già aveva lavorato nella TODT sia all'Isola Santa (comune di Careggine) che a Borgo a Mozzano e proprio in quei giorni era fuggito dal campo di concentramento di Anchiano per paura della deportazione in Germania, unendosi di fatto ad una piccola formazione di partigiani: 

”Il mattino dopo decisi di partire: Presi quattro o cinque fette di polenta di neccio e seguii la strada che mi aveva indicato (un conoscente di nome Amedeo Dini), e cioè: la Formica, via Nova, la Gatta. Quando arrivai era quasi mezzogiorno e fino ad allora non avevo visto nessuno. Mi sedetti sopra un sasso per riposarmi, perché ero assai stanco e mi misi a mangiare la polenta. Dopo pochi minuti sentii dei passi, mi girai e vidi un uomo con un fucile in mano che mi disse: -Cosa ci fai da queste parti?-. Allora io risposi: -Mi
Tunnel nella montagna,
linea gotica Borgo a Mozzano
(foto Paolo Marzi)
manda il Volpe- e allora lui mi domandò come mai il Volpe mi mandasse da loro. Gli raccontai la storia e mi disse di andare con lui. Dopo circa cento o duecento metri c’era una capanna coperta a piastre e una coperta a paglia, e dentro c’erano una decina di uomini. Mi presentò a uno che disse di essere il capo. Mi chiese il nome e quanti anni avevo. Gli dissi che mi chiamavo Bravi Franco e avevo diciassette anni e mezzo. Volle sapere dove avevo lavorato con i tedeschi e gli raccontai che prima lavoravo a Isola Santa, poi mi trasferirono a Borgo a Mozzano da dove ero scappato. Mi disse che per il momento non aveva armi da darmi, ma che nel giro di qualche giorno sperava di poterle avere, infatti dopo due giorni mi chiamò e mi consegnò un moschetto che disse di aver avuto dai carabinieri di Vagli. Mi insegnò come si caricava e mi disse di conservare bene le cartucce perché erano preziose perché poche.
 Verso sera mi chiamò di nuovo e mi domandò, sapendo che avevo lavorato a Isola Santa, se sapevo di preciso dove era il magazzino viveri della TODT e se era in un posto dove fosse facile attaccarlo per procurarsi dei viveri e se mi sentivo il coraggio di farlo. Gli dissi di sì e così il giorno dopo, verso le tre, si partì in sette compreso il capo che disse di chiamarsi “Lupo” (naturalmente come nome di battaglia). Gli altri rimasero lì a fare la guardia. Si arrivò sopra Isola Santa passando dal passo di Scala
Tunnel nella montagna,
linea gotica Borgo a Mozzano
(foto Paolo Marzi)
e da lì con il binocolo si osservavano gli operai che finivano il turno di lavoro. Appena venne buio si scese in paese, ma ci fermammo dietro un muro, perché si sentivano dei passi. Si vide un uomo che io riconobbi subito: era uno che lavorava con me prima che andassi a lavorare a Borgo a Mozzano. Lo chiamai per nome, si chiamava Bertoni, si fermò ed ebbe un po’ di paura vedendoci tutti armati. Gli dissi le nostre intenzioni e se sapeva quanti tedeschi c’erano. Mi rispose che erano solo due, i soliti che passavano tutti i giorni a controllare gli operai sul lavoro.

-Allora sono anziani- gli dissi -e uno parla abbastanza bene l’italiano-.
-Si, è proprio lui- mi rispose -ho saputo che è austriaco, non sparate perché ce ne sono altri alle baracche del cantiere. Speriamo che non se la prendano con noi paesani-
Ci si avvicinò al magazzino e si rimase alcuni minuti ad osservare cosa facevano. Finalmente uno venne fuori e accese una sigaretta. Allora il capo ed altri due partigiani, che erano i più vicini, gli intimarono di alzare le mani, lui le alzò subito e l’altro, nel sentire le voci, venne sulla porta e nel vedere tutti gli uomini armati, le alzò subito anche lui.
Bracciale per lavoratore TODT
(Foto Paolo Marzi)
Si entrò dentro, ma di viveri c’era poca roba. Si presero subito i fucili e una decina di pani e un centinaio di scatolette di carne. Quello che parlava italiano si raccomandò di non prendere le armi, altrimenti li avrebbero fucilati. Però noi per essere più sicuri, si presero i fucili e uno di loro, quello che parlava italiano, lo portammo fin sopra il paese. Gli rendemmo i fucili dopo aver tolto le cartucce e gli si disse di aspettare una mezz'oretta prima di tornare al magazzino.
Si seppe poi che il giorno dopo i tedeschi presero in ostaggio alcuni uomini del paese, ma visto che erano tutti uomini che lavoravano con loro e che non c’era stata violenza da parte dei partigiani, furono rilasciati lo stesso giorno “.

Negli ultimi anni di guerra quando la sorte della Germania nazista
Tessera per lavoratore
TODT
era ormai segnata, molti gruppi della TODT furono richiamati a rafforzare le divisioni decimate da anni di combattimento. Ma il loro intervento, mentre tutto il mondo nazista stava crollando non servì in alcun modo a ritardare la fine del Terzo Reich.





Bibliografia:


  • "L'organizzazione TODT e le sue attività in Italia durante la seconda guerra mondiale" di Carlo Alfredo Clerici  "Uniformi e Armi"1995
  • "Mediavalle e Garfagnana tra antifascismo guerra e resistenza" di Feliciano Bechelli, Pezzini Editore 2016
  • "Racconti di guerra vissuta" di Tommaso Teora, Banca dell'identità e della memoria 2014

mercoledì 7 dicembre 2016

La macchina da scrivere, un'invenzione a due mani fra un garfagnino e un lunigianese

Possiamo dirlo senza ombra di dubbio che in fondo il p.c da cui
Una lettera di Carolina battuta
con la macchina da
scrivere di Fantoni Turri
scriviamo non è che l'evoluzione naturale della macchina da scrivere e quindi l'antenata dei moderni computer. Perchè questo pensiero? Proprio nei giorni passati un amico conoscendo la mia passione per la storia mi domandò se sapevo niente a proposito dell'invenzione della macchina da scrivere, poichè aveva un confuso e lontano ricordo che tale invenzione fosse opera di un garfagnino. Ad onor del vero presi le sue parole con un po' di sufficienza e scetticismo, dicendogli che niente conoscevo al riguardo ma che comunque mi sarei documentato. Giorni dopo mi ritornarono alla mente le sue parole e per pura curiosità cominciai a ricercare qualcosa sull'argomento e in effetti come si suol dire mi "si aprì un mondo" ed ebbi clamorosamente in parte conferma delle sue parole. Tale storia ha scombinato quello che davo per certo, cioè che la macchina da scrivere in Italia fu brevettata da Giuseppe Ravizza nel 1855, questo apparecchio era denominato "cembalo scrivano", così chiamato perchè dotato di tastiera simile a quella di un clavicembalo. L'avvocato Ravizza nel corso degli anni creò ben 17 modelli, purtroppo però non riuscì mai a trovare uno sponsor che ne sostenesse una produzione industriale, ciò non accadde all'americano
La macchina da scrivere di Ravizza 
Cristopher Latham Shoeles che presentò la sua trovata nientedimeno che alla fabbrica d'armi Remington. I fratelli Remington non erano convinti dell'invenzione ma stipularono comunque un contratto con Sholes, che per dodicimila dollari cedette tutti i suoi diritti. La macchina da scrivere nel 1876 cominciò così la sua produzione industriale e la sua diffusione in scala mondiale. Questo era tutto quello che sapevo su questa scoperta, e non immaginavo certo che la Garfagnana entrasse a buon titolo in questa invenzione. Ma bando ai preamboli andiamo subito al nocciolo della questione e raccontiamo questa storia che si sviluppa e trova nuove documentazioni nel corso degli anni. La vicenda nasce dai più nobili sentimenti, quali l'amore e la pietà umana. Siamo agli inizi del 1800 e il protagonista di questi fatti è anche Pellegrino Turri da Castelnuovo Garfagnana. Il Turri nacque nel capoluogo garfagnino da una famiglia nobile nel 1765, da giovanotto si trasferì a Reggio Emilia dove faceva parte delle Guardie Nobili del Duca di Modena con il grado di brigadiere, lì conobbe il conte Agostino Fantoni di Fivizzano, diventarono grandi amici, tanto che Pellegrino diventò uno di casa. In questa casa di Reggio Emilia Pellegrino Turri fece conoscenza anche con la sorella del conte, la contessina Carolina, tra i due nacque dapprima un'affettuosa amicizia che a quanto pare si trasformò ben presto in amore. Questa relazione non partì sotto una buona stella, le cose non cominciarono bene dal punto di vista
Pellegrino Turri
della salute, tant'è che la vista della contessina andava via via sempre peggiorando a causa di una brutta malattia che la portò in giovane età alla completa cecità. L'innamorato si impietosì di fronte all'infermità e nel 1802 decise di mettere in pratica
 la sua eccentricità, il suo ingegno e sopratutto i suoi studi meccanici per rendere più facile e autonoma la vita alla contessa cieca, creando un macchinario che permettesse alla ragazza di scrivere senza ricorrere all'aiuto di intermediari e che sopratutto in quel modo potesse proseguire la corrispondenza privata con l'amato garfagnino, facendo si, che la relazione potesse continuare. Questa per anni è stata la versione e la convinzione originaria, cioè che la paternità della macchina da scrivere fosse da attribuire al Turri, e in parte è vero ed è confermato, ma studi recentissimi (2010) ridisegnano nuovamente questa storia. Il ricercatore fivizzanese Rino Barbieri spulciando l'Archivio Fantoni conservato a sua volta nell'Archivio di Stato di Massa ha trovato documenti inconfutabili che assegnano l'invenzione primaria non a Pellegrino Turri, ma all'amico Conte Agostino Fantoni, fratello della contessina cieca. A testimonianza di quanto detto ci sono anche alcune lettere battute con la macchina da scrivere in questione che dissipano ogni dubbio e che sono consultabili presso l' Archivio Storico di Reggio Emilia. Questi a seguire sono poi gli stralci di lettere datate 1802 (quindi prima di Ravizza e di Sholes) che non lasciano alcun se o alcun ma in sospeso sulla questione della paternità dell'invenzione. La lettera è inviata dallo stesso Agostino Fantoni allo zio Giovanni. "Ti do avviso che ho inventato uno strumento onde l'Anna (n.d.r: nome completo della contessina Anna Carolina Fantoni)possa scrivere liberamente, se in questa settimana verrà il legnaiolo per la posta ventura ti scriverà di proprio pugno, mi struggo di vedere come riuscirà in pratica la mia idea, ma mi lusingo da alcuni tentativi fatti che riuscirà perfettamente" e in un'altra successiva lettera sempre scritta allo zio si dice ancora: "l'istrumento per scrivere a occhi chiusi non lo potuto far ancora eseguire da un maestro che
lettera battuta da Carolina con la
 macchina Fantoni Turri
finora ho atteso invano e questo non è lavoro da effettuarsi senza l'assistenza di chi lo ha ideato, un informe abbozzo da me fatto ti produsse quelle due righe dell'Anna...in questi ultimi giorni ho trovato il modo per fare il gambo alle lettere T.D.B.Q che finora non avevo potuto trovare".
Questa invece è una lettera che scrive la contessina per interposta persona allo zio ed a un certo punto dice:"...spero di scrivervi due versi con il metodo di Agostino..." e ancora una testimonianza scritta da Glauco Masi editore di Livorno dove si sottolinea che il conte Agostino è molto preso nelle sue cose in quei giorni tanto che:"Agostino è un gran pezzo che non mi scrive ne so il perchè, ho piacere che abbia trovato la maniera per far scrivere l'Annina, così potesse trovar quelle di guarirla dai suoi incomodi, povera ragazza!" ed infine una nuova missiva di un amico di Agostino, tale Baldassar Vetri (ingegnere e matematico in quel di Pisa) che scrive sempre allo zio Giovanni: "...l'ingegnosissima invenzione del tanto caro al mio cuore Agostino..." e ancora:"...egli si è reso caro e memorabile all'umanità...".

Il marchingegno fu poi messo in pratica e non immaginiamoci certo una moderna macchina da scrivere ma piuttosto pensiamo ad un qualcosa di primitivo e al tempo stesso efficiente con un telaio certamente in legno (o forse in metallo), rimane il fatto che la contessina Carolina definì questa strana macchina "la tavoletta" o con il più ricercato appellativo di "la preziosa stamperia". Probabilmente dentro questa piccola struttura in legno si potevano far scorrere dei quadratini anch'essi di legno che portavano in incisione traforata le diverse lettere dell'alfabeto riconoscibili al tatto. La scrittura avveniva mediante un'asticella che seguiva la fessura delle lettere allineate nel binario a formare le parole, inoltre si può notare nelle missive rimaste ai posteri che i caratteri sono privi di apostrofi e punteggiatura varia e le lettere impresse sono tutte maiuscole.
Ma dopo tutto questo vi domanderete voi, Pellegrino Turri da Castelnuovo Garfagnana, allora che cosa c'entra? Eccome se c'entra! Come abbiamo letto non fu l'originario inventore di tale prodigio ma perfezionò l'invenzione dell'amico in maniera molto significativa e profonda, inventando di fatto quella che diventò negli anni a venire la celeberrima carta carbone. Di questa invenzione il Turri ne può assumere pienamente la paternità. Già nel 1802 la "carta nera" così come era chiamata, fornì efficacemente alla "preziosa stamperia"
Il brevetto della carta carbone
di Wedgwood,
invenzione "rubata" a turri
l'inchiostro,in modo che si potessero leggere nitidamente tutte le lettere che in origine erano semplicemente traforate. La funzione della "carta nera" era praticamente quella che tutti oggi ancora conosciamo e consisteva in una carta rivestita da uno strato di inchiostro asciutto, di solito unito a della cera. Anche qui però qualcuno fu più furbo e lesto del nostro concittadino e come si sa sono i brevetti che danno la primogenitura a un idea e così l'inglese Ralph Wedgwood il 7 ottobre 1807 depositò l'esclusiva della cosiddetta carta copiativa.

E per gli amanti del pettegolezzo come prosegui la storia fra Pellegrino e la contessina? A quanto se ne sa nel 1808 la contessa madre Maddalena Fantoni scrive al benemerito garfagnino facendogli capire che sua figlia avrebbe avuto bisogno di un marito...la macchina da scrivere per quanto utile e dilettevole non le bastava più: "Le basterebbe un uomo- scriveva la contessa- passati i quarant'anni (n.d.r: Turri al tempo ne aveva 43...), ben mantenuto, che non le faccia mancare da mangiare, nè da vestire, senza sforzi e che fosse di bona morale; non occorre poi tanta nobiltà, non importerebbe neppure in Reggio, ma anche in quei paesi circonvicini. Lei desidererebbe questo marito: io desidero che riesca a trovarglielo...". L'ingegnoso Pellegrino Turri dopo il velato (ma neanche troppo...) invito, con dispiacere non se la sentì di portare avanti la relazione, la differenza di età era troppa, fu così che ognuno prese strade diverse. La contessina trovò comunque l'agognato marito nella persona del trentenne Domenico Ravani Pollai, le nozze ebbero luogo il 23 ottobre 1809. Pellegrino Turri morì diciannove anni dopo quel matrimonio, era il 1828, mentre Carolina spirò nel 1841 a Reggio Emilia, lasciando alcuni figli i quali due giorni dopo la morte della madre donarono a Giuseppe Turri, figlio di Pellegrino la famosa macchina da scrivere in segno di profonda riconoscenza per quanto aveva fatto il padre. Di quella "preziosa stamperia" non rimase niente e niente è arrivato ad oggi. Il figlio di Pellegrino Turri verosimilmente la smarrì e forse la gettò ritenendola cosa inutile, di quel congegno di legno e ferro non è rimasto nemmeno un disegno. 
il libro
Tuttavia ci vollero più di venti anni prima che fosse apportata qualche modifica alla "macchina", ci volle più di mezzo secolo prima che in Italia se ne costruissero più modelli e ci vollero più di settanta anni prima che prendesse il via una produzione industriale in America. Nella nostra Garfagnana e nella vicina Lunigiana eravamo arrivati prima di tutti e fu un'altra occasione persa per far primeggiare su tutti il nostro genio italico.
Per chiudere in modo completo quest'articolo segnalo che su questa vicenda addirittura è stato scritto anche un apprezzato romanzo che si intitola "Le parole perdute"(titolo originale "The blind contessa's new machine" ovvero "La nuova macchina della contessa cieca") scritto da Carey Wallace (scrittrice americana) edito da Frassinelli, la storia ricalca verosimilmente il caso, con i nomi originali,i fatti di Pellegrino e Carolina e la miracolosa macchina da scrivere. 


Ringrazio per l'ispirazione a questo articolo l'amico Alessandro Veneziano



Bibliografia

  • Documentazione Rino Barbieri
  • Typewriter-macchine da scrivere
  • Archivio di Stato Reggio Emilia
  • La prima macchina da scrivere fu costruita in Garfagnana. Almiro Giannotti "La Garfagnana" n°6/1979