mercoledì 24 agosto 2016

Dalle sue origini ad oggi, la storia del "biroldo", una prelibatezza tutta garfagnina

Tempo di sagre e fra gli abbondanti e succulenti piatti che ci
Il biroldo
propone ogni paese della Garfagnana lui c'è sempre, quando prima o quando dopo, lui l'onnipresente biroldo c'è sempre. Spesso lo mangiamo con estremo gusto e sempre lo assaporiamo con noncuranza senza sapere che anche le nostre prelibatezze nostrali hanno una storia. Proprio così, perchè la storia non è fatta solo dalle guerre o dalle conquiste di condottieri famosi e per conoscersi e conoscere meglio le nostre origini non c'è di meglio che studiare le abitudini alimentari dei nostri avi. Da ciò ne viene fuori un mondo che ci spiega  molte cose, che vanno dai nostri albori, passano per spiegarci l'economia del luogo e finiscono per dirci addirittura di che malattie soffrivano i nostri antenati. Affrontare un discorso del genere per quanto riguarda il biroldo personalmente la vedo un po' dura, non avrei le competenze generali ne tanto meno conoscenza, ma un certo discorso lo possiamo affrontare con l'insaccato garfagnino per eccellenza. Molti ad onor del vero "storcono" il naso e qualche palato fine non apprezza tale bontà, poichè uno degli ingredienti principali è il sangue del maiale stesso e come ben si sa nella nostra cultura contadina allevare il maiale era però una priorità, più il maiale era grosso e grasso più ci sarebbe stato da mangiare per tutta la famiglia e la regola fondamentale era una:-del maiale non si butta via niente- e da questa filosofia nasce anche il nostro biroldo. Il mio amico ed esperto di tradizioni contadine (e non solo) Ivo Poli racconta dettagliatamente in suo articolo l'antica(e ancora attuale) ricetta per cucinare questo insaccato, ci parla di un lungo procedimento di oltre sei ore di cottura. Il biroldo si cucinava con le parti meno nobili del porco: tutta la testa, la milza, i polmoni, la lingua e
Ci si prepara per cucinare il maiale
una piccola parte di sangue (due bicchieri circa), il tutto veniva immerso in una caldaia con acqua a sufficienza e salata a dovere, dopo tre ore di bollitura veniva tolto il tutto e messo su un "tavolaccio" e si cominciava così a "scannare" la testa (n.d.r: togliere i pezzi di carne dalla scatola cranica), fatta questa operazione tutta la carne cotta veniva tagliata con un grosso coltello, dopodichè veniva spianata con le mani versandovi al contempo il sangue dell'animale, aggiungendo poi varie spezie: sale, pepe, noce moscata e cannella (naturalmente non sono note le percentuali usate che spesso diventavano un segreto da tramandare da padre in figlio), tutto il composto veniva così ben amalgamato e messo all'interno di una vescica, del budello dello stomaco e della "zia" altro grosso budello e rimesso poi a bollire nella medesima caldaia per altre tre ore, forando di tanto in tanto con una stecca di ferro questi piccoli "sacchi" in modo da far uscire l'aria contenuta al loro interno. A fine cottura i biroldi si toglievano dal pentolone e si lasciavano raffreddare all'aria aperta e messi sotto un peso per far si che potessero perdere il liquido grasso in eccesso. Ma questa ricetta e questo prodotto nostrale non è tipicamente della nostra cultura contadina, la storia del biroldo nasce da molto più lontano e la sua venuta nella nostra valle risale per lo meno a mille anni fa. Questa verosimile ipotesi nasce dall'etimologia del nome "biroldo" fatta da uno studio a dir poco interessante del famoso giornalista italo americano Frank Viviano(n.d.r: candidato otto volte al premio Pulitzer e collaboratore di un giornale locale) dove dice che questo insaccato è di origine germanica o meglio longobarda. Precisamente ci spiega che questo fiero popolo cominciò una lunga migrazione a partire dal II secolo dopo Cristo e si stabilì in Italia nel 568 guidati da re Alboino che piano piano estese il proprio dominio in tutto il territorio italico. Nel 590 i Longobardi comandati dalla regina consorte Teodolinda penetrarono nella Valle del Serchio con l'intento di rendere sicura l'antica Via Clodia (per la sua storia leggi:http://paolomarzi.blogspot.it/2016/03/la-prima--strada.html), fondamentale strada di collegamento fra la Tuscia e la Pianura Padana, in un batter d'occhio presero possesso di tutte le terre che divisero in tre zone distinte e qui si stabilirono in
soldato longobardo
maniera permanente portando con se i loro usi, costumi e anche le loro tradizioni culinarie, difatti la loro alimentazione era basata molto sul maiale, molte ricette della cucina tradizionale del nord Europa e sopratutto tedesca includono effettivamente budino di sangue di maiale e salsicce molto simili al nostro biroldo. In questo senso Viviano ci dice che questa stessa parola  e di origine puramente nordica, spiegandoci che la costruzione linguistica "bl" (radice da cui nascerebbe la parola "biroldo") è molto rara in latino ed è molto comune nelle lingue germaniche ed è per questo motivo che quando i Longobardi hanno introdotto in Garfagnana questa ricetta la potrebbero aver chiamata in riferimento al suo ingrediente principale: il sangue, possiamo così notare l'origine di questa parola in tutte le lingue parlate nel nord Europa: dal vecchio inglese blod (con una o sola), dal proto germanico (n.d.r:lingua considerata come antenata di tutte le lingue germaniche) blodam, dall'olandese medio bloet, dal tedesco blut, ma la parola che secondo Viviano taglierebbe la testa al toro è sempre la proto germanica bhloto  che probabilmente significa gonfiarsi, in riferimento proprio alle salsicce di sangue che non si gonfiano durante la cottura, da qui poi la distorsione linguistica (in questo caso toscana e ancor più giustamente garfagnina)della sillaba "bhlo" a "birol", un po' analogo -dice sempre Viviano- alla parola "blonden" in italiano "biondo", in riferimento sempre a quel popolo nordico che più di mille anni fa attraverso le Alpi. Ma come sapete bene l'Italia e la Garfagnana sopratutto è terra di campanili e c'è più di un paese nella nostra valle che si vuol prendere la primogenitura di cotanto prodotto e sempre il nostro buon Ivo Poli sostiene che la paternità del biroldo appartiene a Gallicano, tutto sarebbe provato da documenti ineccepibili -come egli sostiene- a certificare appunto questi carteggi sono le date, più antiche di
L'impasto per il biroldo
queste non esistono che parlano proprio di biroldo. Questo è esattamente il testo della delibera di consiglio della comunità di Gallicano del 1769 che -sempre secondo Ivo Poli- sgombrerebbe da ogni dubbio:


"Si fa noto che a ciascheduna persona, qualmente in esecuzione della Special Grazia accordata dall'Eccellentissimo consiglio a questa Comunità, si darà principio martedì prossimo al nostro mercato nella piazza fuori da questo Castello, e così continuerà in avvenire ogni settimana, e in caso che il detto giorno venisse impedito da festa si anticiperà il lunedì. Vi sarà poi una volta l'anno la Fiera alla quale si darà principio il 24 agosto e durerà tutto il restante di detto mese, per il qual tempo sarà lecito ad ognuno di vendere liberamente pane,vino e cibi cotti come sarebbe il biroldo" 

Di acqua ne è passata sotto i ponti da quei tempi lontani ed oggi questo salume, da piatto povero è diventato una prelibatezza ricercata anche fuori delle sue zone d'origine, tanto da essere inserito nei presidi "slow food", ovvero quell'associazione
internazionale impegnata a ridare il giusto valore al cibo, nel rispetto di chi produce e in armonia con ambiente ed ecosistemi. Insomma anche il biroldo appartiene orgogliosamente alla nostra terra.

mercoledì 10 agosto 2016

Le lettere censurate dei garfagnini nella seconda guerra mondiale.

Federico Fellini nelle sue molteplici interviste aveva avuto da subito ben chiaro il concetto di censura. Nei suoi film molta ne aveva subita dal solerte censore di turno e in una conversazione con Lello Bersani (n.d.r: noto giornalista R.A.I esperto di cinema)così definiva esplicitamente l'essenza della parola "censura": "La censura è sempre uno strumento politico, non è certo uno strumento intellettuale. Strumento intellettuale è la critica, che presuppone la conoscenza di ciò che si giudica. Criticare non è distruggere. C'è una censura italiana che non è invenzione di un partito politico, ma che è naturale al costume stesso italiano. C'è il timore delle autorità e del dogma, la sottomissione al canone e alla formula, che ci hanno fatto molto ossequienti. Tutto questo conduce dritti alla censura. Se non ci fosse la censura gli italiani se la farebbero da soli". Niente di questo è più vero, da tempo immemore l'Italia subisce (quando più e quando meno)i tagli più o meno velati dai vari censori, infatti si parla già di censura durante il Risorgimento,poi nel Regno d'Italia, per non parlare durante l'era fascista e durante le due guerre mondiali, ma non facciamoci sorpresa(questo per avvalorare la tesi di Fellini) se anche oggi la falce del censore si abbatte sulla nostra nazione, nel 2015 la Freedom House ha classificato la stampa italiana come "party free" (parzialmente libera), mentre nel rapporto dello stesso anno "Reporter senza frontiere" pone l'Italia al 73° posto per libertà di stampa, meglio di noi anche Burkina Faso e Botswana. Ma quello che interessa a questo articolo non è una disquisizione sulla libertà di stampa oggi, ma bensì(tanto per rimanere nel nostro orticello garfagnino)delle molte lettere censurate dei soldati garfagnini nel corso della seconda guerra mondiale, fu censurata anche quella corrispondenza spedita dai familiari verso il povero militare ed è stato grazie all'ottimo lavoro del professor Mario Pellegrinetti di Camporgiano che sono tornate fuori queste lettere, sono tornate a galla queste frasi oramai dimenticate nel tempo e all'epoca cancellate con inchiostro indelebile perchè nessuno mai le leggesse, con quel timbro sopra apposto che valeva più di mille parole: "VERIFICATO PER CENSURA". Tutto questo oggi è raccolto nel bel libro intitolato "Sotto l'inchiostro nero" anno 2001 del professor Giuseppe Pardini, edizioni M.I.R. Ma prima di leggere queste lettere, per capire meglio questo articolo bisogna capire meglio come funzionava la macchina della censura nella II guerra mondiale. Nel conflitto il ruolo della censura ebbe carattere di controllo sopratutto per quello che riguardava il diffondersi di notizie disfattiste fra i civili
Castelnuovo Garfagnana bombardata
(foto di Nicola Simonetti)
provenienti dalle lettere dei soldati dal fronte di guerra, si aveva paura  del diffondersi del panico
 a tali notizie, di ribellioni da parte della gente e quant'altro potesse sovvertire l'ordine pubblico. La censura colpiva anche le lettere che partivano dalla Garfagnana dirette ai soldati, qui il timore era diverso, si aveva terrore di influenzare la volontà del combattente nell'apprendere le difficoltà economiche ed alimentari della famiglia. Così come nella prima guerra mondiale eventuali frasi non ammesse erano cancellate con inchiostro di china, se invece erano considerate gravi la corrispondenza veniva "tolta di corso", praticamente sequestrata e trattenuta dall'ufficio censura che segnalava il fatto all'autorità giudiziaria per provvedimenti che potevano essere molto pesanti per i civili e pesantissimi per i militari, indagini sarebbero state fatte anche nei confronti dei destinatari. La macchina censoria come avete ben capito era una macchina perfetta, ben oliata e ben organizzata, essa si divideva in tre comparti: posta estera, posta interna e posta militare, ogni reparto aveva i suoi censori che in base a regole ben precise cancellavano o ammettevano le missive, questa brutta prassi di sorveglianza includeva tutti gli italiani e la nostra Garfagnana non ne era esente, difatti in questo articolo esamineremo lettere garfagnine degli anni 1943-1944, gli anni più terribili della guerra in Garfagnana. Da queste lettere e specialmente dalle parti censurate possiamo vedere realmente qual'era lo stato d'animo dei nostri soldati che scrivevano a casa, si può anche leggere sopratutto lo stato in cui versava la popolazione nella nostra valle: i morsi della fame si facevano sentire e la disperazione aumentava ogni giorno di più, tutte queste notizie non dovevano pervenire nè al soldato,nè alla sua famiglia. Infine prima di presentare gli stralci di queste lettere censurate consentitemi un ultima annotazione e
lettera censurata
farei notare una differenza degli scritti nei due anni analizzati. Nel 1943 prevale lo sconforto di una guerra senza fine, la paura per la sorte dei figli e la preoccupazione per la scarsità di cibo. Nel 1944 le cose non migliorano,tutt'altro, il nervosismo aumenta, lo sbando e la confusione totale regna sovrana, la Garfagnana è diventata zona di guerra: alleati da una parte, tedeschi dall'altra e i partigiani sempre pronti all'azione. Naturalmente nel mezzo ci sta la gente comune che è quella che continua a soffrire maggiormente.


Brani di lettere censurate del 1943
  • Enrico Domenici Vergemoli al soldato Giulio Domenici arruolato nella Milizia Marittima d' Artiglieria: "Io qui non so come contenermi, le viti senza potare, i campi chi vuoi chi li vanghi, per era meglio se avevo abbandonato tutto. Chissà la Padrona quando vedrà che non possiamo fare nulla come la intenderà" Probabilmente lettera inviata dal padre contadino a suo figlio. La censura cancella questa frase per non far inquietare il soldato impegnato su un fronte delicato come quello siciliano
  • Bertoli Costante 39a Compagnia Genio a Bertoli Enny Pieve Fosciana: " Vorrei che finisse presto questa guerra per poter tornare fra di voi, ma certo se finisse presto la guerra si perde di sicuro e se si dovesse vincere ce ne sarebbe ancora per degli anni. Mi dispiace molto dover perdere questa guerra dopo tanti anni di sacrifici, ma continuare ancora come si fa? Io son già più che stufo di questa vita, si tira avanti anno per anno, senza mai finire" Brano di corrispondenza depennato perchè considerato disfattista e fuorviante
  • Salotti Francesco Aeroporto a Salotti Dora Fosciandora: Anche noi qua (Torre del Lago) ci aspetta un bel film Luce (bombardamenti), speriamo di no ma per quanto si vede...Anche Pantelleria e Lampedusa è stata occupata. Certo che il morale è un po' giù, ormai abbiamo la guerra in casa". Il censore si accanisce su questa lettera per due motivi: questa lettera da informazioni militari ai civili e in seguito infonde sfiducia fra la popolazione
  • Soldati italiani in Africa
  • Turriani Ernesto Pieve Fosciana a Aldo Turriani: " Io se avessi vinto al lotto non sarei stato così contento. Nel nostro Re e nel Maresciallo Badoglio ho avuto sempre grande fiducia e però speriamo che obbediamo senza reticenza alcuna. Sono sicuro che con coscienza lavoreranno per il  nostro benessere e del nostro Paese". Questa lettera fa riferimento alla caduta del fascismo avvenuta il 25 luglio 1943. Mussolini è stato posto in arresto per ordine del re, il nuovo capo del governo è Badoglio inviso ai nazisti che con ogni probabilità censurano (o fanno censurare) questa lettera inneggiante proprio a Badoglio e al Re
Brani di lettera censurati nel 1944
  • Gambini Olimpia Aosta a Carla Palizi Gallicano: "Sono due mesi che la roba con la tessera viene data a gocce, cioè l'olio ed i grassi in nessuna maniera. Al mercato nero trovi tutto ma a che prezzi" La censura non vuol far sapere che le razioni di cibo ormai stanno terminando
  • M Rossi Molazzana al figlio Rossi G. 106o Battaglione Genio: "Dai retta alla tua mamma e non ai compagni, sta fermo al tuo posto, non tentare un'altra volta la fuga, faresti male, ti mettono al muro". Dopo l'armistizio dell'8 settembre è il caos totale, le diserzioni sono migliaia, ma questo non deve essere conosciuto
  • Carabiniere Cassetti Mario, Tenenza Carabinieri Castelnuovo Garf. a Cassetti Vittorio Pola:" Vi faccio sapere che ieri ci hanno fatto fare giuramento e ci è toccato farlo tutti, anche quelli che non volevano". L'appena costituita Repubblica Sociale decise di rimpolpare i ranghi della Guardia Nazionale Repubblicana con circa quarantamila Carabinieri Reali. Il
    Castelnuovo G bombardata
    (foto Nicola Simonetti)
    censore qui non vuole far sapere che ci sono state forzature nell'arruolamento
  • T.F Filicaia a F.L Germania:" Attualmente lavoro nella strada di Arni sotto la direzione tedesca. In Italia comandano loro. Attualmente richiamano classi a tutto spiano. Chi si presenta chi no, dandosi al bosco a fare resistenza contro i repubblichini. Non si può più andare oltre le cose si mettono male". Non si deve far sapere che ormai i tedeschi hanno il potere assoluto e che il governo della Repubblica Sociale e assoggettato al volere nazista.
Ricordiamo che la censura continuò ben oltre il termine della guerra, per esempio al nord Italia la censura militare cessò alla fine del 1945, esclusa la zone "calda" di Trieste dove si protrasse ancora per molto tempo. Per la Germania esistono documenti censurati nel 1947! Alla fine di tutto voglio chiudere con un articolo della nostra Costituzione che Benigni a definito "la più bella del mondo"
Art. 21 della Costituzione
. Questo è l'articolo 21 e l'incipit così dice: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure...". Ma come ben si sa fra il dire e il fare...



Un ringraziamento particolare per questo articolo va all'amico e lettore del mio blog Francesco Saisi che gentilmente mi ha suggerito di scrivere questo pezzo. Grazie !!!

mercoledì 3 agosto 2016

La galleria del Lupacino. L'opera più grandiosa della Lucca-Aulla

Costruire in Garfagnana non è mai stato facile, naturalmente più grandi sono le opere da realizzare e più complicata diventa la loro edificazione. Ponti, strade e le vie di comunicazione in genere nella valle sono state sempre e lo sono ancora un grande problema. Il nostro territorio per sua conformazione ha creato sempre difficoltà anche al più in gamba degli ingegneri e i tempi di costruzione si sono allungati sempre all'inverosimile diventando addirittura biblici. Ma quest'opera di cui andrò a raccontare le batte tutti (almeno nella valle), roba da far invidia perfino alla Salerno- Reggio Calabria, infatti i suoi studi di fattibilità cominciarono nel 1840, la sua costruzione fu autorizzata dal governo di sua maestà re Vittorio Emanuele III il 27 aprile 1916 e fu inaugurata dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi il 21 marzo 1959, ben 42 anni, 11 mesi e 6 giorni dopo dall'approvazione dei lavori, nel frattempo erano passate due guerre, una dittatura, la monarchia era decaduta, ed eravamo già al terzo presidente della Repubblica, e la linea ferroviaria Lucca- Aulla non era stata ancora completata, rimaneva l'ultimo grande ostacolo per congiungersi con l'altro capolinea e questo ostacolo si chiamava Monte Lupacino. Questa è la storia della galleria del Lupacino, un cunicolo di quasi ottomila metri dentro la montagna che in dieci minuti avrebbe permesso di unire la stazione
la galleria del Lupacino oggi
(foto tratte da F.L.A.com)
di Piazza al Serchio con la stazione di Minucciano- Pieve Casola. Questa fu l'opera più imponente e complicata della ferrovia Lucca- Aulla. I fatti praticamente cominciarono quel lontano 21 aprile 1940, quando in pompa magna per il giorno del compleanno di Roma le autorità fasciste accolsero per la prima volta il treno a Piazza al Serchio (29 anni dopo Castelnuovo Garfagnana...), consideriamo che tale tratta (Castelnuovo- Piazza al Serchio) già esisteva da tempo immemore, messa in funzione dall'allora "Montecatini" vera potenza monopolistica nel campo dell'escavazione del marmo che gestiva questa tratta esclusivamente per il trasporto dei blocchi di marmo. La crisi economica del 1929 colpì però anche le industrie marmifere e ciò portò al crollo dell'escavazione del marmo garfagnino e l'interesse della gestione di quel segmento di ferrovia cominciava a pesare sulle spalle della Montecatini stessa, la manutenzione diventava sempre più
la ferrovia del marmo
(foto collezione Fioravanti)
dispendiosa, era ormai venuto il tempo che la responsabilità di questo pezzo di linea passasse all'amministrazione statale e così fu. Dall'altra parte nel versante massese nel 1943 la ferrovia di Equi Terme raggiunse Minucciano. Per congiungersi con Piazza al Serchio, per completare l'opera non rimaneva che l'ostacolo più duro il famoso Monte Lupacino, per superarlo era necessario lo scavo di una galleria di quasi otto chilometri. Per la precisione 7515 metri. I lavori su questa galleria a onor del vero erano già cominciati nel 1922, ma ben presto si interruppero 
(alla fine del 1923), quando erano stati realizzati 800 metri di scavo dal lato garfagnino e 400 dal lato Lunigiana. Nel 1942 (in piena guerra mondiale) ripresero perchè il federale di Lucca Mario Piazzesi voleva fare un figurone con Mussolini, dato che si era sbilanciato un po' troppo quando comunicò personalmente al duce  che i lavori della ferrovia garfagnina ormai erano entrati in fase di ultimazione..., il tutto però si risolverà come si suol dire gettando un po' di "polvere negli occhi": fu data una ripulitina ai cantieri e una "grattata" al monte. Con la guerra in corso i lavori naturalmente non andarono avanti, ma poi grazie a Dio terminò anche questo flagello e dopo essersi "leccate le ferite" arrivò anche il
I lavori in galleria
(foto tratte da F.L.A.com)
momento della ricostruzione e di un nuovo impeto di sviluppo, c'era da rimettere in piedi quello che era stato bombardato (il ponte della Villetta), ma c'era anche da portare avanti quello che era rimasto in sospeso e nel marzo 1946 si riprese a scavare nella galleria di valico. Nel lato opposto lo scavo fu ripreso nel dicembre 1947. Sinceramente questa ripresa dei lavori fu una mano santa per l'economia della valle, duemila disoccupati cominciarono nuovamente a lavorare nel compimento della galleria e Loris Biagioni, sindaco di Castelnuovo e padre costituente sollecitava il governo di inserire una volta per tutte nel programma dei lavori pubblici i fondi per il completamento della linea. Il 10 dicembre 1946 ci fu la svolta, il ministro dei trasporti Ferrari e il ministro dei lavori pubblici Romita  assicurarono che per il ripristino della linea, tutte le opere erano già state appaltate. Il ministro Romita in persona illustrò i lavori in corso alla galleria del Lupacino, garantendo la disponibilità finanziaria per terminare i lavori. La realizzazione proseguì senza intoppi temporali e si arrivò finalmente al 17 settembre 1956. Sessant'anni esatti sono passati da quel giorno quando il ministro Romita insieme all'allora ministro

dei trasporti Angelini e ad una moltitudine di autorità assistettero alla caduta dell'ultimo diaframma di roccia della galleria che separava le due stazioni di Piazza al Serchio e di Minucciano-Pieve Casola. Ma quante difficoltà! Quante tribolazioni, prima di arrivare a quel giorno, anche per l'impresa Scandovi di Bologna,
specializzata in costruzioni ferroviarie (che si era aggiudicata l'opera) l'ostacolo del monte Lupacino si rivelò più duro e terribile del previsto e quando si presentò il conto a fine lavori fu salatissimo. Il prezzo pagato per questa galleria fu presentato
la lapide in memoria
dei caduti a Pieve San Lorenzo
in vite umane, ben sette furono le vittime che negli anni di costruzione persero la vita in questa infrastruttura e giustamente vanno ricordati uno per uno:


  • Guazzelli Umberto da Piazza al Serchio
  • Casini Giovanni da Piazza al Serchio
  • Traggiai Ottavio da Pieve San Lorenzo
  • Borghesi Vittorio da Piazza al Serchio 
  • Peghini Augusto da Pieve San Lorenzo
  • Spinetti Renato da Pugliano
  • Clini Alfredo di Pesaro 
Ma non solo, per centinaia di lavoratori il Lupacino significò l'invalidità permanente che si presentò sotto forma di silicosi, malattia contratta durante i lavori di scavo. Anche i numeri ci parlano di un opera ciclopica: furono impiegate 600.000 mila giornate di lavoro per un costo di cinquecentomila lire per chilometro, in più furono impiegate 150 mila metri cubi di murature e furono eseguiti 400 mila metri cubi di scavi, che la natura e la roccia consentì solo un poco alla volta, prima con la realizzazione dei cunicoli di avanzamento e successivamente degli
Lavori nella galleria del Lupacino
(foto tratte da F.L.A.com)
allargamenti. Molti tratti erano poi in contro pendenza e in altri, dove la montagna era attraversata dai corsi d'acqua, fu necessario non solo impermeabilizzare la gallerie ma intervenire addirittura sul letto dei torrenti. 

Eccoci così al fatidico 21 marzo 1959 e all'inaugurazione ufficiale della galleria del Lupacino e al definitivo completamento della linea Lucca- Aulla. Il tutto si svolse alla presenza del (toscano) Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Un giorno di festa per la Garfagnana,che rimane ancora oggi esclusivo nella storia della valle perchè è stato
Il Presidente Gronchi
a Pieve San Lorenzo
l'unico presidente (in veste ufficiale) a far visita alla Garfagnana. Quel giorno il treno presidenziale partì da Minucciano- Pieve Casola attraversò la galleria del Lupacino, giunse a Piazza al Serchio e continuò il tragitto a valle, nella notte per festeggiare il grandioso evento sui monti delle zone come tradizione del tempo voleva per i grandi avvenimenti vennero accesi grandi falò in omaggio al presidente e per la felicità del completamento della ferrovia. Mai felicità fu più effimera però, con l'inizio degli anni sessanta l'Italia era alle prese con la costruzione delle autostrade e gli italiani si gettavano nell'acquisto di automo
bili, il treno adesso rappresentava il passato. Nel 1911 quando il treno arrivò a Castelnuovo (e li si fermò) era il mezzo più veloce
possibile, nel 1959 al compimento della Lucca- Aulla rappresentava solo un rammarico perchè mai come allora il treno era arrivato veramente in ritardo di ben 48 anni. Così il senatore Cesare Angelini parlamentare di Lucca ebbe a scrivere sul numero speciale de "La Garfagnana" in occasione della visita di Gronchi:"Che dire della ferrovia? E' venuta troppo tardi? Fu iniziata quando la ferrovia rappresentava l'unico mezzo efficiente di trasporto e quindi di progresso; viene completata quando il traffico da anni ha scelto altri mezzi, preferibili per percorsi non eccessivi, sia per il trasporto delle persone che per quello delle cose. Comunque-anche in ritardo- ben venga la ferrovia, ma essa potrà essere di reale utilità alla Garfagnana se invece di adibirsi al solo traffico locale, sarà percorsa anche da treni che congiungono rapidamente il sud e il nord alle sue magnifiche vallate. Si potranno così aprire nuove vie ai commerci e più ancora a quel turismo all'incremento del
Il presidente Gronchi
a Piazza Al Serchi
quale la Garfagnana deve sentirsi decisamente impegnata per conseguire quel processo sociale ed economico cui giustamente ambisce".

Tale articolo non rimarrà che nei decenni una voce vuota e inascoltata... a voi trarre le amare conclusioni...



Fonte: Studi del Professor Umberto Sereni 

mercoledì 27 luglio 2016

La tana di Castelvenere. Quando la storia è dentro una grotta...

Laggiù in fondo alla valle scorre il torrente Turritecava, le auto
la grotta di Castelvenere
sembrano piccoli puntini variopinti che si muovono lungo quella striscia bianca che lo costeggia, sopra la testa le pareti che sembrano di marmo salgono a strapiombo fin su la vetta del Monte Gragno, un senso di vertigine ci prende anche se siamo in un ampio piazzale di pietra su cui scorre un piccolo ruscello. Ci ipnotizza e ci affascina quel senso di vuoto sotto i piedi, quelle milioni di tonnellate di pietra sopra la nostra testa e quel vuoto di fronte, rotto in lontananza dall'altra sponda della Valle di Turritecava. Siamo a 650 metri sul livello del mare all'imboccatura della Tana di Castelvenere, un grande imbuto profondo circa 50 metri. In fondo al quale si diramano due gallerie delle quali, quella di sinistra è stata esplorata per 1700 metri. Da questi cunicoli che si
Gli strapiombi del Monte Gragno
restringono e si allargano sgorga continuamente tanta acqua che nell'ampio imbuto d'ingresso si forma un piccolo ruscello e poi giù lungo i fianchi del monte crea un susseguirsi di cascate. Questa è la grotta di Castelvenere, nota anche come buca di Casteltendine, buca di Notrecanipe e buca della Penna di Cardoso, riveste molteplici interessi archeologici, speleologi, storici e naturalistici. Nell'ormai lontano 1975 vi furono rinvenuti dei bronzetti femminili e ermafroditi risalenti a 2500 anni fa, senza dubbio questa grotta (è bene dirlo) si può considerare sicuramente la più importante della valle da un punto di vista archeologico avendo fornito anche parecchi reperti dell'età del bronzo, etruschi e romani. Ma la scoperta più grande rimangono però questi "idoletti" di bronzo, da questi oggetti si presume che la grotta sia stata un tempio della
i bronzetti di Castelvenere
fecondità dove si recavano le donne afflitte da infecondità per implorare gli dei di liberarle dalla sterilità, si ipotizza che ha scopo votivo (un po' come si fa oggi con i santi) questi piccoli manufatti fossero poi depositati dentro l'antro. La datazione di questi oggetti la possiamo collocare a 500 anni prima della nascita di Cristo, si tratta quindi come detto di figure umane molto

schematiche alte fra i 4 e i 5 centimetri, caratterizzate da tratti sessuali marcati ed hanno una terminazione a punta, probabilmente fatti in questo modo perchè si potessero conficcare nel terreno. Sono presenti pochi esemplari (circa 30) con caratteristiche diverse, c'è anche addirittura un bronzetto a forma di cane. Gli archeologi inoltre ci dicono che sono di produzione etrusca e
I bronzetti con
il cane
risalgono al tempo in cui gli etruschi penetrarono nelle nostre terre costruendo piccoli villaggi, nella media e nell'alta valle del Serchio, importante asse di collegamento con le altre aree etrusche a nord dell'appennino. Ma la vita della grotta non finì sicuramente a quel tempo ma continuò oltre, ce lo dicono altri ritrovamenti di epoca romana, tra i quali un piccolo pugnale e non solo,  anche le monete ritrovate ci dicono di una lunga frequentazione di questo luogo, dall'età augustea (43 a.C) fino al III secolo dopo Cristo. Particolarmente abbondanti sono stati i ritrovamenti di ceramiche del I e del II secolo d.C in prevalenza vasellame fine, utilizzato forse per le libagioni (n.d.r: la libagione nelle religioni antiche era un offerta alle divinità di sostanze liquide, tipo: vino,latte ecc..., versate sugli altari o per terra). Intanto passano i secoli e dopo gli etruschi e i romani arriviamo ai longobardi e un piccolo gruppo di materiali fra cui frammenti di terra sigillata africana e di calici di vetro attesta che la grotta è stata
Ritrovamenti nella grotta
utilizzata fino a quell'epoca, forse per un'ultima ripresa delle pratiche del culto pagano o più semplicemente come rifugio nei difficili anni delle guerre gotiche o dell'invasione longobarda a conferma di questo è il muraglione eretto poco sotto l'ingresso, sebbene di datazione incerta pare comunque un'opera di difesa che chiudeva di fatto l'unica via d'accesso alla tana. Con il passar dei secoli la grotta ha perso il suo bel significato originale ed è diventata rifugio per briganti, luogo di regolamento di conti e quanto pare anche di omicidi. Ci viene tramandato oralmente di quella brutta storia che vide la morte di un commerciante di pentole di rame per mano delle guardie ducali, erroneamente fu scambiato per un brigante locale, ci raccontano che questo posto è stato anche luogo di faide comunali per il possesso dei prati per pascolare gli animali sul monte
anche monete romane
Gragno, ma la storia più bella rimane senz'altro la leggenda delle figlie di Venere. Da questa leggenda prende il nome la grotta, andiamo a vedere allora il perchè di questa particolare denominazione. La parola castello etimologicamente parlando ha svariati significati,la parola deriva dal latino medievale castellum che è un diminutivo del classico castrum che ha due significati, uno al singolare castrum e cioè forte e uno al plurale castra che significa accampamento, in questo luogo della montagna garfagnina si dice che vi si accampasse Venere, da qui Castelvenere cioè l'accampamento di Venere. Qui Venere dea dell'amore, della bellezza e sopratutto della fertilità aveva trovato dimora alle sue figlie che spesso veniva a trovare. A queste figlie la dea romana voleva un gran bene sopratutto perchè erano le figlie che nessuno conosceva. Tutti infatti conoscevano i suoi ben più famosi figli
Per arrivare alla grotta
maschi come Enea o il più conosciuto Cupido, ma a queste ragazze volle dare un compito comunque importante per farle sentire anche loro considerate, quello di fare un censimento nella nostra valle di tutte le donne che non potevano avere bambini per invitarle poi in questa grotta per essere fecondate da Venere in persona per così poi popolare una valle che per millenni era stata inaccessibile e sterile sotto tutti i punti di vista. Così grazie a Venere le donne che non potevano avere figli riuscirono a partorire e con la loro prole poterono coltivare e rendere fertile la terra di questa valle, considerata misera e povera fino all'arrivo delle figlie di Venere. Questa leggenda si dice proprio che faccia parte del culto della dea stessa che gli antichi avevano presso questa grotta, quindi anche questa storia sarebbe vecchia di ben 2000 anni.

La nostra valle non finisce mai di stupirci, delle volte siamo a due passi da tesori e da luoghi dal valore e dalle bellezza inestimabile e che spesso nessuno conosce, questa è una buona occasione per visitare quella che è un vero e proprio tesoro della nostra valle.
Vorrei chiudere con una nota polemica se mi consentite. Tutti questi tesori sopra citati sono visitabili presso il Museo Nazionale di
L'interno della grotta
Villa Guinigi a Lucca, così come potrete visitare tante altre cose e scoperte della nostra Garfagnana in giro per la provincia e per la regione. Ma quando ci decideremo di far tornare tutto a casa e di fare noi garfagnini un museo che accolga tutte le nostre bellezze sparse per l'Italia? Un sogno questo e come tale rimarrà...

mercoledì 13 luglio 2016

Gli Apuani e il culto dei morti. Usi, costumi e religione di un popolo mai domo

"...Nuje simmo serie...appartenimmo a morte!". "Noi siamo seri
apparteniamo alla morte", così si conclude a mio avviso una delle più belle poesie di sempre del panorama italiano: 'A livella" di Antonio De Curtis per tutti conosciuto semplicemente come Totò. La morte infatti da sempre è considerata una cosa seria da tutti i popoli, da tutte le religioni, da chi crede e da chi non crede e il culto stesso dei morti è l'espressione della pietà che gli esseri umani provano verso i defunti e della speranza di una vita futura. Il culto dei morti si manifesta nei riti funebri diffusi in tutte le società, nella costruzione dei cimiteri, nella elaborazione di credenze relative al destino dell'anima e all'aldilà, e questo già da tempi lontanissimi, addirittura la specie Homo Sapiens ha da sempre sepolto i morti. In molte sepolture preistoriche sono stati ritrovati resti di corpi dipinti con l'ocra e decorati con conchiglie, corna di cervo e altri oggetti ornamentali.Questo fa pensare che già i nostri lontani antenati praticassero riti funebri e avessero elaborato credenze relative al destino dei morti e all'aldilà e così è per quanto riguarda gli antichi abitanti della Garfagnana: gli Apuani.
la natura, oggetto di
adorazione degli Apuani
Innanzitutto andiamo ad analizzare qual'era la religione di questi nostri antichi antenati, poichè è la religione stessa che è legata a doppio filo con il culto dei morti. La loro adorazione consisteva nel venerare le forze della natura,la loro era una speciale adorazione per foreste, boschi, vette e fiumi, tutti i luoghi di culto erano segnalati da una pietra o da un simulacro e tutti i nomi di divinità che ci sono pervenuti sono di origine celtica. La divinità guaritrice ad esempio si chiamava Bormanus che i romani interpretarono come Apollo, mentre Poeninus divinità delle montagne fu (sempre dai romani) equiparata a Giove, il Dio Bekkos, da cui prende il nome il Monte Bego era rappresentato nelle incisioni rupestri 
come un Minotauro, cioè metà uomo e metà toro, sempre dai celti gli Apuani presero anche il culto del Dio Belenos protettore della luce, che era venerato fino alle coste adriatiche italiane, non mancava nemmeno il culto di Ercole, come in tante altre popolazione italiche. Naturalmente a tutta questa adorazione di Dei venivano associati svariati riti, uno dei più singolari era sicuramente l'usanza di gettare nei fiumi o nei torrenti oggetti personali come armi e gioielli, ciò probabilmente veniva fatto per due motivi a seconda dei casi. Il primo motivo consisteva nell'offrire questi preziosi monili alla divinità stessa, il secondo ad impedire ad altri l'uso degli oggetti personali di un defunto e proprio ai defunti era dedicato un rito che forse secondo miei studi e in tal modo era praticato solo dai Liguri. Ma prima facciamo un po' di cronistoria, tanto per chiarire meglio l'argomento. Già 4000 anni prima di Cristo (così dicono gli scienziati) l'uomo cominciò a stabilirsi in maniera permanente nella nostra valle, si costituirono i primi villaggi, i primi allevamenti e le prime coltivazioni, con la stabilità si cominciarono pure a seppellire i morti e i primi ritrovamenti risalenti al Paleolitico medio vedono i morti seppelliti sui fianchi o seduti e talvolta supini, posti sotto le capanne o in grotte. Verso il 2000 a.C si sviluppa il rito apuano dell'incinerazione. I villaggi stavano diventando
sempre più grandi, si costituirono i primi castellari (n.d.r: insediamenti apuani collocati su sommità)e la presenza di questi centri abitati testimonia anche la presenza di vere e proprie necropoli. Queste tombe, riferiscono gli archeologi, si sono conservate nei secoli piuttosto bene, sia perchè scavate nel sottosuolo, sia perchè oggetto di superstizione.I corredi funebri ammassati accanto ai morti offrono agli studiosi una panoramica di oggetti di uso comune, si trovano gioielli, vasi, ciotole tutti provenienti da questi "campi di urne", dove gli Apuani erano soliti incendiare i propri morti. Infatti come detto questa è una pratica quasi esclusiva degli antenati garfagnini, un rito nato a quanto pare nell'età del bronzo e portato avanti fino ad epoca romana (circa 5000 mila anni) con la sola variante dei materiali delle tombe: non più lastre, ma tegoloni, non più terracotta locale ma vasi ed accessori in uso al mondo romano. Ma guardiamo come si svolgeva questo rito apuano dell'incinerazione.Il rito di cremazione più noto ai posteri rimane quello descritto da
Oggetti ritrovati in tombe apuane
Omero nell'Iliade e con buona probabilità non si discostava molto da quello nostrale.

Dopo che era stata tagliata una quantità di legname dai boschi, veniva innalzata una pira e più grande era questa pira e più grande era l'importanza del defunto. All'alba, alla presenza di tutti gli abitanti del villaggio la catasta di legna veniva incendiata e solo il mattino seguente i fratelli e i parenti più stretti dopo aver spento le ultime braci con il vino raccoglievano i resti in un urna che veniva deposta in una buca scavata nel terreno e protetta da pietre. Le necropoli liguri erano caratterizzate da tombe cosiddette a "cassetta"( n.d.r: la forma ricorda difatti una simil-cassetta) costituite da rozze lastre di pietra locale, quattro di
un esempio di tomba acassetta
queste pietre formavano le pareti(dove si sarebbe collocata l'urna con le ceneri),le altre due avrebbero fatto, una il fondo ed una il coperchio. Talvolta tutto intorno potevano avere la protezione di altre pietre messe li a fare da funzione drenante. Le

dimensione di queste tombe a cassetta variavano, andavano da due metri, a quaranta centimetri di lunghezza e da un metro, a venti centimetri di larghezza. Era usanza che nella tombe venissero messi oggetti personali del defunto, come probabilmente a credere in un ulteriore vita nell'aldilà, inoltre con ogni probabilità la tomba veniva posta nello stesso luogo dove era stata innalzata la pira, come testimoniano i resti carbonizzati ritrovati intorno alle fosse che custodivano "la cassetta". Nella stessa tomba poteva venire sepolto più di un morto, talvolta un uomo ed un bambino. Ma guardiamo come era formato un "cimitero" Ligure Apuano. Le necropoli presentavano dei veri e propri recinti tombali, questi recinti seguivano in genere l’andamento del terreno, erano di solito a pianta quadrata o circolare, si ipotizza che tale differenza fosse derivata dal fatto che le strutture a forma circolare fossero destinate ad individui di sesso maschile che svolgevano ruoli importanti, mentre le cassette a recinto quadrato contenevano i resti di individui appartenenti allo stesso nucleo
Una tomba a cassetta
familiare
. Le tombe solitamente erano sormontate da cumulo di sassi disposti intenzionalmente a copertura della lastra di chiusura della cassetta.
Ancora riti, usanze e costumi di questa indomita gente che non finirà mai di sorprenderci e che ci rendono sempre più fieri di averli avuti come il primo vero e proprio popolo che abitò la nostra Garfagnana.

mercoledì 6 luglio 2016

La mirabolante vita del Beato Ercolano in Garfagnana: miracoli, pacificazioni e leggende

Predicazioni nel 1400
Diciamocelo chiaramente il mondo è stato e sarà sempre un mondo fatto da molta cattiveria, dove il più forte mangia il più piccolo, dove i mali che affliggono il nostro pianete da millenni sono sempre i soliti: carestie, povertà e guerre. Niente è cambiato, sicuramente la situazione è migliorata (forse...) con l'andare dei secoli, ma queste caratteristiche principali esistono sempre e sempre esisteranno. Infatti non era un mondo migliore (tutt'altro) quello dove nacque la voglia e la volontà di predicare la parola del Signore dei frati francescani e domenicani in giro per l'Italia. Siamo nel XV secolo e il quadro generale della situazione del mondo allora conosciuto era un vero e proprio disastro. L'Europa fatta di nazioni cristiane era molto spesso divisa. Re cristiani che non facevano altro che organizzare guerre per difendersi da altri Re cristiani per estendere il loro potere economico e bestemmia suprema, alcuni dicevano di agire nel nome di Dio. Anche la nostra "Italietta" era divisa: stati contro altri stati, città contro città. Dentro la Chiesa Cattolica poi regnava il caos assoluto, era il secolo del grande scisma, dei Papi a Roma e degli anti papi ad Avignone, per non parlare poi degli scandali all'interno di essa, con un clero non all'altezza del suo sacro compito. Proprio in questo grande "carrozzone" in quei decenni si sviluppò un movimento di predicazione che aveva come compito il risveglio spirituale ed ecclesiale attraverso il contatto diretto con la gente. Si andava quindi di città in città, di paese in paese e si predicava contro lo strozzinaggio, il lusso, contro la corruzione ed il gioco d'azzardo, inoltre contro lo sfruttamento e la perversione sessuale. In prima linea in questa predicazione erano gli ordini mendicanti dei domenicani e dei francescani. Questi organizzavano gruppi ambulanti di missionari, muniti di autorizzazione papale, mandati e  chiamati talvolta anche dai governanti locali che speravano con questa operazione in un ritorno positivo di immagine. Anche la Garfagnana ebbe i suoi predicatori e fra questi spiccava su tutti (in quel periodo) la figura del francescano Ercolano da Piegaro. Il beato
Il beato Ercolano
particolare di un dipinto di Azzi
del 1638
Ercolano lasciò un segno indelebile nella nostra valle, a lui si debbono fatti straordinari e pacificazioni che lo hanno portato ancora oggi ad essere venerato ed osannato dai fedeli. La sua vita vide luce appunto a Piegaro, un paesino in provincia di Perugia sui confini toscani intorno al 1390. Insieme al suo amico Alberto da Sarteano decise così in gioventù di entrare nell'ordine di San Francesco. Con il tempo insieme al beato Alberto passò dai frati conventuali (per intendersi quelli che sono sono nella basilica di Assisi) ai francescani osservanti, che sotto la guida di San Bernardino da Siena proponevano il ritorno ad antiche e rigide regole. Fu così che si incamminò per l'alta Toscana fino a raggiungere Lucca, quando nel duomo della città stava predicando la Quaresima, successe l'imponderabile. I fiorentini assalirono la città e la misero sotto assedio. I giorni passavano e Lucca ormai era allo stremo della sua resistenza, stretta inesorabilmente dai morsi della fame, fu a questo punto che il buon frate vista l'emergenza non esitò a dare il suo aiuto alla città delle mura. Si incamminò nelle campagne e riuscì a rimediare ed a introdurre oltre le mura, grano ed animali da carne, ma non solo, predisse l'imminente ritiro delle truppe fiorentine, cosa che puntualmente si verificò. Frà Ercolano divenne con questo episodio una figura intoccabile e in compenso i lucchesi gli donarono il convento di Pozzuolo. Ma non era qui nella piana lucchese dove sentiva di svolgere a pieno la sua missione, lui amava i poveri e con i poveri voleva stare e la Garfagnana a quel tempo faceva il caso suo.Arrivò così nella nostra valle nel 1414 e incoraggiato dall'amico Papa Eugenio IV fondò due conventi , uno nei pressi di Barga e uno a Pieve Fosciana. In uno di questi colli posti sopra le rive del Serchio venne a pregare. Le cronache riportano che le sue predicazioni preferite con le quali strappava lacrime alle folle riguardavano la Passione di Cristo e fu proprio su uno di questi colli dove arringava la gente che fondò il suo primo convento, proprio nei pressi del paese di Mologno (dove adesso sorge l'attuale chiesa di San Bernardino). Fu però
San Bernardino (Mologno)
costretto ben presto a fuggire da quel luogo malsano, vicino al fiume Serchio, il pericolo di malaria era tangibile e si trasferì a Barga nell'odierna chiesa di San Francesco (dove sorge l'ospedale).

A Pieve Fosciana decise invece di stabilire la sua base. La popolazione donò al fraticello un terreno dove sorse il suo secondo convento e lo storico Sigismondo Bertacchi nella sua "Descritione Historica della Provincia della Garfagnana" (XVII Secolo)così scriveva:"Si dice che il convento dei Frati dell'Osservanza di San Francesco fu fondato dal Beato Ercolano, nel 1435. Lo voleva erigere vicino a Castelnuovo, ma la comunità alla quale si era rivoltò glielo negò, allora ricorse agli uomini della Pieve Fosciana che glielo concessero. In cambio lui promise loro che non avrebbero mai avuto nè peste nè tempesta nel loro territorio. Infatti questo fu vero. Dove si mise a costruire il convento non c'era acqua. Il beato Ercolano prese la zappa e dette quattro zappate da una parte dove scaturì una sorgente...". Qui insieme al suo discepolo Jacopo da Pavia iniziò a costruire questo modesto conventino (- satis humilem et pauperem- assai umile e povero) che divenne metà di pellegrini e viandanti da ogni dove. Ma come detto erano tempi di guerre e di
Ex convento San Francesco Pieve Fosciana
(foto tratta dal blog Giro-Vagando)
lotte interne e la Garfagnana grazie all'intervento di Frà Ercolano riuscì a risparmiare molte vite. La parola di Ercolano era molto ascoltata anche dai potenti locali e diverse volte molte guerre interne alla nostra valle furono scongiurate per un suo intervento. La sua popolarità fra la gente povera aumentava a dismisura proprio grazie a queste guerre evitate, la gente lo adorava tanto che l'antico cronista dell'epoca tale Romano da Firenze (teologo e storico francescano) riferisce (fra altre cose) di questo umilissimo uomo che andava in giro per le strade della Valle del Serchio con il saio rattoppato e che da tutti era conosciuto come il "Padre Santo". Nel 1439,l'amico Papa Eugenio IV lo inviò però in Egitto ed in Terra Santa con una missione francescana che aveva il compito di promuovere l'unione con i cristiani orientali. Rientrò nel 1441 e di li a poco si ricorda forse la sua più spettacolare predicazione, quando a Pieve Fosciana si caricò di una croce pesantissima e seguito da tutto il popolo si inerpicò per San Pellegrino in Alpe. Ma ormai le fatiche e i lunghi pellegrinaggi avevano minato la salute di Frà Ercolano e nel 1451 (presumibilmente il 28 maggio) circondato da fama di grande santità morì. Nel 1456 fu sepolto nella chiesa del suo convento, ma quattro secoli dopo (1856)in seguito alla demolizione del convento
Processione per il Beato Ercolano
a Pieve Fosciana 1921
(foto archivio Silvio Fioravanti)
originale, le sue reliquie furono poste nella chiesa della Pieve. Nel 1860 Papa Pio IX ne riconobbe il culto pubblico di un uomo fra i più venerati di tutta la Garfagnana.

mercoledì 29 giugno 2016

Superstizioni e credenze popolari garfagnine

"Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male".
Questa frase di Eduardo De Filippo racchiude tutto il concetto della superstizione stessa e delle credenze popolari.Tutti i popoli e le terre così come anche la Garfagnana hanno superstizioni e credenze che risalgono alla notte dei tempi. Hanno origine nelle tradizioni antiche, nell'ignoranza e nella paura, nate in tempi lontani dove il timore dell'ignoto prevaleva su quello della ragione. In questa ignoranza ci sguazzavano la Chiesa e gli stregoni di turno che facevano leva proprio su queste angosce riuscendo di fatto a ritagliarsi un ruolo importante e necessario nella società. Arrivati ormai nel XXI secolo queste primitive credenze le vorremmo ignorare, ma inevitabilmente influenzano ancora il modo di pensare e di agire delle persone. Ecco allora in questo poche righe un viaggio nelle superstizioni e nelle credenze popolari garfagnine, naturalmente non è possibile fare un elenco esaustivo di quali e quanti sono i gesti e le espressioni legate alle superstizioni, mi limiterò a ricordare quelli a me conosciuti e ricercati, argomentandoli per categorie.

CREDENZE RELIGIOSE

PERDONO
Una volta durante il Sabato Santo allo sciogliere delle campane (che erano state legate nel momento in cui Gesù era stato deposto nel sepolcro)chi si trovava a lavorare lontano in montagna, quando sentiva suonare le campane si inginocchiava e così recitava: - Terra bacio e terra sono, Gesù mio vi chiedo perdono-.

I NODETTI
Un tempo le donne ad inizio Quaresima prendevano un nastro colorato, con questo in mano cominciavano a recitare un Padre Nostro al giorno. Ad ogni Padre Nostro recitato, la donna faceva un piccolo nodo al nastro. Alla fine del periodo quaresimale il nastro contava così quaranta nodi (come i giorni della Quaresima) e il Sabato Santo lo avrebbero portato alla persona per la quale avevano chiesto la grazia.

BRUCIARE L'OLIVO
Quando si cominciavano ad addensare all'orizzonte nubi minacciose che presagivano bufera e che di conseguenza avrebbe messo in pericolo un raccolto, era abitudine dei contadini garfagnini di bruciare un ramoscello di olivo benedetto, in questo modo gli effetti del temporale sarebbero stati mitigati

LE CROCI SUL PANE
Al tempo che il pane si faceva in casa era abitudine fare una croce
sul pane che ancora doveva lievitare. Poi al momento di infornarlo ne veniva fatta un'altra sulla bocca del forno. Quando poi il pane veniva mangiato si faceva molta attenzione che non ne cadesse nemmeno una briciola per terra, perchè poi si sarebbe stati condannati a ricercarla nell'aldilà, facendosi luce solo con delle fiammelle che venivano accese sulla punta delle dita

LE PREGHIERE ALLA MADONNA
Quando si cominciano le litanie alla Madonna bisogna sempre finirle e mai lasciarle a metà, poichè si costringerebbe la Madonna stessa a finirle da sola e non è buona cosa.

LE METEORE O LE STELLE CADENTI
Le meteore o le stelle cadenti che solcano i cieli sono le anime che vanno in Paradiso

LA BUCCIA
Quando si riesce a sbucciare un frutto in modo che la buccia rimanga integra si toglie un'anima dal Purgatorio 

LA CROCE E L'ASINO
L'asino (o meglio il miccio) che ha una evidente croce sul groppone si dice che sia un asino discendente da quello di San Giuseppe che usò per portare Gesù Bambino lontano dalle persecuzioni di Erode

CREDENZE TRADIZIONALI

IL CUCULO
Chi abitualmente attraversava un bosco e sentiva il cantare del cuculo di solito recitava questi versi:- O cuculo dal buco tondo, quanto anni ho da stare al mondo?-. Contando i "cu cu" si conoscevano gli anni di vita che rimanevano.

IL GREMBIULE
Così si diceva nei lustri passati, che quando una moglie si toglieva il grembiule da cucina e inavvertitamente le cadeva per terra, significava che il marito era impegnato in cose poco serie... 

LA CIABATTA
Era usanza che nell'ultima notte dell'anno le ragazze in cerca di marito salissero in cima alle scale di casa e che con il piede lanciassero giù la ciabatta. Secondo la posizione di caduta (con la punta avanti o indietro, dritta o obliqua) avrebbero saputo fra quanto tempo si sarebbero maritate.

SPAZZARE I PIEDI
Bisogna stare ben attenti a non spazzare i piedi ai giovani, perchè si credeva che non avrebbero mai trovato un fidanzato/a

I FUNGHI 
Si dice anche tutt'oggi che nel periodo di funghi, molti "fungai" indossano la camicia o la giubba alla rovescia. Facendo così, si troveranno in quantità maggiore

I PANNI STREGATI
Era usanza delle massaie garfagnine di togliere dopo il tramonto i panni stesi al sole ad asciugare, perchè si credeva che gli streghi avrebbero potuto "segnarli" o fare qualche altra strana malia.

VERSARE IL VINO
Versare il vino con la mano sinistra ad un amico era segnale di tradimento.

LA SCOPA DIETRO LA PORTA
Tenere la scopa dietro la porta di casa portava a due credenze. Si pensava in questo modo di tenere gli spiriti maligni fuori dall'uscio e agli invitati si impediva di seminare  discordie e malumori in famiglia

CREDENZE LEGATE AI GIORNI DELL'ANNO

  • Se il Natale cade di venerdì, l'anno successivo sarà un buon raccolto
  • Il primo uovo che si toglieva dal pollaio il giorno dell'Ascensione (che si celebra quaranta giorni dopo Pasqua) si credeva che, se fosse stato posto sopra il tetto avrebbe protetto la casa dalle intemperie dell'inverno
  • Nell'approssimarsi di una bufera c'era il concreto pericolo che la grandine rovinasse i raccolti allora si procedeva a mettere fuori di casa un sacchettino con un po' di cenere tolta dal ciocco di Natale, ciò avrebbe protetto (insieme a delle preghiere rivolte alla Madonna)le piantagioni.

QUELLO CHE NON E' UN BUON PRESAGIO

  • Se un cane nella notte abbaia sette volte
  • Mettere il pane in tavola alla rovescia
  • Spazzare la sera in casa allontana la fortuna
  • Il canto della civetta

QUELLO CHE E' UN BUON PRESAGIO

  • Sentire il canto del grillo
  • Vedere un ragno di sera 
  • Quando la fiamma del fuoco del camino è vivace e scoppiettante significa che stanno per arrivare buone notizie.
Finisce qui questo breve ed incompleto viaggio nelle credenze popolari garfagnine, senza dimenticarci che la superstizione è un modo irrazionale con cui l'uomo esorcizza le proprie paure e cerca nel contempo di esercitare un controllo sui fenomeni rari e misteriosi. Del resto noi tutti istruiti o ignoranti, giovani o vecchi, qualche volta abbia ceduto alla tentazione del dubbio: "Non è vero ma prendo le mie precauzioni...". 

La maggior parte delle notizie raccolte fanno parte del bel libro di Paolo Fantozzi "Racconti e tradizioni popolari delle Alpi Apuane"