mercoledì 28 settembre 2016

Matteo Filippo Caldani: brigante fra i più sanguinari o pio e devoto eremita?

Gli americani ancora oggi scriverebbero "Most Wanted" (n.d.r:fra i
più ricercati) e magari aggiungerebbero anche "dead or alive" (vivo o morto). Loro ci sono abituati dai lontani tempi del Far West a metter taglie milionarie sulla testa dei manigoldi di turno, sono passati dal bandito Billy the Kid nel 1870 sul quale pendeva sulla propria testa una taglia di 500 dollari e sono arrivati fino all'attuale capo del proclamato stato islamico Abu Bakr Al Baghdadi, dove si dice che sarebbero pronti a sborsare ben dieci milioni di dollari a chiunque sappia fornire notizie decisive per la sua cattura. Ma in Garfagnana le taglie le mettevamo molto prima dei cari amici a stelle e strisce e tanto per rimanere nell'attuale l'Al Baghdadi di Garfagnana e Lunigiana nel finire del remoto 1500 era il brigante Matteo Filippo Caldani, è uno fra i briganti meno conosciuti nella nostra valle poichè non tipicamente garfagnino, il suo quartier generale era nei pressi dei paesi di Aiola, Ugliancaldo e Monte dei Bianchi, per meglio capirsi nella valle lunigianese del torrente Lucido, una zona di confine appunto fra Lunigiana e Garfagnana, scelta ad hoc dal brigante stesso e dalla sua banda perchè per queste disagevoli strade passava la famosa via Francigena, strada di
transito di nobili, pellegrini e commercianti di ogni sorta. Le sue scorribande colpivano senza distinzione sia la Lunigiana che la Garfagnana stessa e per questo sia il ducato di Modena,la Repubblica
di Lucca e la stessa città di Firenze misero ben presto una taglia su Matteo Filippo Caldani considerato uno dei banditi più sanguinosi di tutta la Toscana. Nel suo curriculum non mancavano furti, percosse e violenza di ogni genere che talvolta sfociavano anche nel sequestro di persona. Ma la fama non la raggiunse certo per le nefandezze perpetrate, al tempo i briganti di Garfagnana e non, depredavano indistintamente con cattiveria inaudita tutti alla solita maniera. La sua storia però è ben diversa ed è una vicenda che prende nello stesso tempo la strada della leggenda e della devozione. 
Il Pizzo d'Uccello sulle Apuane
rifugio di Matteo Filippo Caldani
Un giorno il malfattore ebbe l'occasione di rapinare dei suoi preziosi anche un emerito ecclesiastico che passava con il cavallo per quelle ombrose selve. Dopo averlo "ripulito" dei suoi averi legò lui e la sua servitù agli alberi vicini e decise soddisfatto del bottino ottenuto di tornare al suo nascondiglio nelle scoscese del Pizzo d'Uccello. Nel cammino in località Pontevecchio fu attratto dal suono di una campanella, il leggiadro suono proveniva da una chiesetta, dette così ordine ai suoi masnadieri di fermarsi e furtivamente si avvicinò alla porta della chiesetta, vide dei bambini che stavano cantando un ode alla Madonna, d'un tratto a tale immagine la sua anima si turbò, la vita gli scorse davanti agli occhi, rivide tutte le sue malefatte e la sofferenza delle sue vittime e si interrogò se la sua esistenza fosse giusta. Riprese sconvolto e impensierito la sua strada e ad un tratto uno spaventoso temporale colpì lui e la sua banda, i tuoni squarciavano il cielo e sinistri bagliori si intravedevano in lontananza, giunti alla maestà di Vezzanello sotto la pioggia battente il bandito sciolse la sua banda, licenziò servi e compagni di ventura e ognuno prese la sua strada. Una volta rimasto solo, con un colpo sul fondoschiena allontanò il cavallo con ancora in groppa lo scrigno pieno di preziosi che era stato appena rubato, nello stesso istante si levò di tasca la chiave del piccolo forziere e la gettò nell'impetuoso fiume sottostante dicendo: - Sarà più facile ritrovare questa chiave che salvare la mia anima...- . Guadò a piedi il fiume, si inerpicò sul Monte San Giorgio e cominciò a fare vita da eremita. Le sue giornate le trascorreva in meditazione, si cibava solamente di bacche e castagne e mentre d'estate il posto era soleggiato e ben accogliente, l'inverno violente bufere colpivano il monte mettendo a dura prova l'ex brigante. Nel frattempo la saggezza e la fama di questo eremita crebbe a dismisura, tanto che da tutte le Apuane la gente saliva fino sul monte per conoscere quello che ora era un pio uomo. La vigilia di Natale successe tuttavia un fatto eccezionale,
L'eremita
un pescatore, nel fiume ai piedi dell'eremo, catturò una trota di grandezza spropositata, a tale pesca miracolosa egli pensò bene di donarla al povero eremita e quando gli portò il pesce successe il miracolo: nel ventre fu ritrovata la chiave dello scrigno gettata nel fiume anni prima. Questo fu il segno che oltre al perdono degli uomini era arrivato anche il perdono di Dio. Il mito vuole ancora che lungo la strada che sale a Ugliancaldo, da qualche parte sia nascosto ancora il tesoro che rubò il brigante proprio in quei giorni. 
Realtà o leggenda perciò? Diciamo subito che Matteo Filippo Caldani è esistito veramente, non si legge però da nessuna parte (nelle sue biografie per così dire ufficiali) che egli fosse un brigante. Si dice che era un nobile veronese, nato nella città scaligera nel 1573, studiò lettere a Padova, passò poi da Roma e dopo la precoce morte dei genitori cominciò il suo girovagare per l'Italia. Attraversando la Garfagnana e fermandosi successivamente in Lunigiana- gli venne veduto il monte San Giorgio, verso Pizzo di Uccello, un oratorio, sopra quale avanzava un poco di campanile-. A Monzone il Caldani conosceva il notaio Prosperi, il quale intercesse per lui  con il vescovo di Luni per potersi ritirare come eremita sul monte in questione. Detto fatto il 20 agosto 1604 Caldani iniziò la sua vita monastica, riportò a nuova vita l'eremo e nel 1606 fu ordinato sacerdote. Nel 1609 Papa Paolo V concesse indulgenze ai pellegrini che salivano fino all'eremo di San Giorgio.Infine nel 1668 Frà Matteo Filippo Caldani morì dopo una lunga e devota vita.

La leggenda come si può vedere si fonde nella realtà e per conoscere la verità la miglior soluzione è forse prendere un po' dell'una e un po' dell'altra. A mio avviso Matteo Filippo Caldani fu veramente un brigante, può darsi non dei peggiori e nemmeno probabilmente era a capo di una banda. Tanto meno credibile può essere la storia della trota pescata, magari si può pensare che un pentimento ci sia stato veramente, d'altronde l'essere umano è fatto di carne e di spirito. Si può inoltre dedurre secondo le (brutte) consuetudini del tempo che per sfuggire alle grinfie dei soldati ducali e alla prigione era buona soluzione per i malandrini mettersi sotto le gonne di Santa
I ruderi dell'eremo di San Giorgio
Romana Chiesa e piuttosto che viver galeotto era meglio campar da frate. Non si discute poi come detto che con il tempo non si fosse ravveduto e una volta ravveduto e tornato sulla retta via forse tornava male agli agiografi di allora far sapere che tale pio uomo in gioventù fosse stato un poco di buono, si poteva perdere di credibilità, pensare che la Chiesa fra le sue schiere nascondesse dei farabutti non è e non era buona cosa oggi come allora, ed ecco pertanto che nasce la leggenda, il racconto o la saga per spargere fumo su quella che forse una volta era la verità.

Questa è la modesta opinione di chi vi scrive, perchè come ebbe a dire il filosofo Blaise Pascal nel 1670: - L'opinione è la regina del mondo!-.





Bibliografia:

  • Escursioni Apuane rubrica condotta da Fabio Frigeri

mercoledì 21 settembre 2016

"Il giro del diavolo". Un rito millenario fra storia vera, leggenda e religione

Come si suol dire "quando il diavolo ci mette lo zampino". Papa
"Il giro del diavolo"
(foto di Giorgio Galeotti)

Francesco ebbe a dire non più di due anni fa che la vita dell'uomo è una battaglia (e questo si sapeva...), ma sopratutto è una lotta continua contro il diavolo, spesso, continua Papa Francesco:- ci fanno credere che Satana è un mito, una figura, un'idea, ma il diavolo esiste e noi dobbiamo lottare contro di lui indossando l'armatura di Dio- e questo ben lo conosceva anche San Pellegrino quando abbandonò la corona (era figlio di Romano re di Scozia) e le terre di Scozia per andare a portare la parola di Dio in Europa e per l'Oriente, destino volle che il suo viaggio terminasse proprio nei pressi di "una selva ombrosa", luogo inospitale, selvaggio, dove i suoi inverni sono spazzati da gelide nevi e le sue estati sono fresche e tranquille. Questa zona della Garfagnana era conosciuta come Thermae Salonis, posta a 1525 metri d'altezza, terra di confine fra l'Appennino e la Pianura Padana (per tutta la sua storia leggi http://paolomarzi.blogspot.it/san-pellegrino-in-alpe-la-storia-del.html). Come ogni posto sconosciuto si immaginava che su questi monti si trovassero animali mitologici governati da forze del male e le forze del male si manifestarono proprio quando Pellegrino si stabilì in questo posto che con i secoli poi prenderà il suo nome.
Il paese di San Pellegrino in Alpe
La lotta con il demonio da quel momento fu incessante, ogni sorta di tentazione veniva propinata al sant'uomo e proprio a queste tentazioni si rifà un antico rito che ormai si ripete da secoli proprio a San Pellegrino. Questo rito è conosciuto come "Il giro del diavolo". La storia di questo rito (d
ati storici alla mano), misto fra tradizione e leggenda parte ben prima del 1110, anno in cui per la prima volta si cita in un documento la chiesa-ospizio di San Pellegrino e si rifà ad una vicenda reale e precisamente al fatto di erigere a scopo devozionale una chiesa dedicata all'ormai defunto e santo San Pellegrino (morto nel 643 d.C), naturalmente a quell'altezza reperire materiale per costruire la chiesa era quasi impossibile e allora il vescovo ebbe una bella pensata imponendo ai fedeli che salivano ad onorare il santo di recare ognuno con se una pietra per la costruzione dell'edificio, oltre a ciò e in questo modo anche i peccati sarebbero
la chiesa
stati espiati. Ben presto tutto il materiale fu raccolto senza ombra di spesa alcuna e il tempio (una caratteristica e massiccia costruzione medievale) sorse in ben poco tempo a sfidare i secoli, i rigidi inverni e gli sferzanti venti della montagna garfagnina. Ma una volta ultimata la chiesa l'afflusso di pellegrini con il masso in spalla non cessò e chi vuoi chi non abbia un peccato da farsi perdonare? Da allora i fedeli continuano a salire dal piano percorrendo talvolta anche quattro o cinque ore di strada a piedi, camminando per aspri viottoli e stradine disagevoli con una grossa pietra sulle spalle o sulla testa. A quella che era diventata un'antica tradizione prestò si innestò la leggenda, il tutto per dare quell'aura di santità a tutta la vicenda e che in effetti non guasta mai. Leggenda racconta che un giorno il demonio dopo aver provato vanamente in mille modi di tentare il santo per portarlo sulla cattiva strada, perse la pazienza e lo schiaffeggio impunemente, la sberla fu talmente forte che Pellegrino girò per ben tre volte su stesso ed è proprio grazie a quell'episodio che in quel punto esatto dello schiaffone ancora
la pietraia de "Il giro del diavolo"
(foto di Sergio Barbieri)
oggi si svolge questo percorso penitenziale che è fra i più originali di tutto il panorama italiano. Una tradizione religiosa che consiste nel compiere un pellegrinaggio portando sulle spalle o in testa un masso che andrà poi deposto nel luogo stesso delle tentazioni del santo non dopo aver compiuto però per tre volte (quanti i volteggi fatti dal santo) il giro del campo,che viene detto appunto "giro del diavolo". Cosa da non


trascurare ma da prendere eventualmente in considerazione è che il masso da trasportare può e deve avere grandezza variabile, più il peccato commesso da farsi perdonare è grande e più grande dev'essere la pietra da caricarsi in spalla. Figuratevi un po' nel corso dei secoli in questa pietraia si sono accumulati migliaia e migliaia di sassi trasportati dai devoti, basterebbero a questo punto per
Devoti depongo la propria pietra
costruire un'altro santuario e il mucchio continua a crescere. Un rito questo che si può compiere in qualsiasi giorno dell'anno (il momento che preferisco io è proprio in questo periodo), il picco dell'affluenza dei fedeli si registra però in estate e in particolare nel mese di agosto in cui ricorre la festa del santo, la partecipazione dei penitenti e grandissima, tuttavia specialmente nei decenni passati tale evento poteva risultare (a mio avviso) anche penoso, lo spettacolo di uomini e donne in età avanzata che portavano sulla testa veri e propri macigni era impressionante. Oggi si svolgono delle più amene escursioni che partono dal paese e arrivano fino alla pietraia stessa. Infatti prendendo il sentiero dalla piazza principale si intraprende una piacevole passeggiata (se fatta senza pietra in braccio...) ad anello di soli tre chilometri che attraversa una stupenda faggeta e continua a salire fino a giungere al "Giro" posto sotto la strada del saltello, per il ritorno si prosegue verso il passo dove si incontra (non ormai lontano dal paese)la fonte del santo dove secondo tradizione si andava a dissetare.

In fondo a questa storia mi rimane un unico dubbio quando nelle mie escursioni mi capita di osservare la ormai famosa pietraia. Qualcuno di peccati grandi ne
Vecchia foto di anziani con la pietra in testa
(foto tratta da "La domenica del Corriere"
deve aver compiuti, ma talmente grandi che talvolta con lo sguardo scorgo pietre tanto grosse da sembrar strano che qualcuno abbia potuto trasportarle fin quassù e basterebbe poco ormai per persuadere i pellegrini che la chiesa dedicata al santo è ormai costruita...dal Medioevo. Ma di mezzo c'è una grande forza, la forza della tradizione.

mercoledì 14 settembre 2016

Il più vecchio giornale di tutta la Garfagnana: dal 1881 "Il Corriere di Garfagnana".Ecco chi erano i pionieri del giornalismo nella valle

Il primo numero de "Il Corriere di Garfagnana"
(foto tratta dal sito della pro loco
www.castelnuovogarfagnana.org)
Siamo nell'era dove comunicare con altre persone anche nei luoghi più remoti del pianeta è diventato facilissimo.Con internet il mondo è letteralmente a portata di mano, basta avere un telefono cellulare da poche decine di euro e il gioco è fatto. Attraverso uno smartphone si può parlare guardandoci negli occhi, possiamo scambiarci documenti in tempo reale, si possono esternare le nostre emozioni in presa diretta e per di più ci si può informare su quello che succede nel mondo minuto dopo minuto. Ma una volta? Una volta era un'altra musica. Ci volevano settimane per recapitare una lettera ad un proprio caro emigrato in America, per portare dei documenti dovevamo sobbarcarci talvolta di viaggi estenuanti su carrozze scomodissime o se si era fortunati su treni lentissimi, e l'informazione? L'informazione era la finestra sul mondo della persona qualunque, attraverso i giornali ti informavi sui fatti e sopratutto potevi anche esprimere le tue idee o le tue opinioni, in parole povere il giornale o quotidiano che fosse agli inizi del secolo scorso era l'internet di adesso, poco importava se talvolta le notizie venivano riportate quando ormai erano già accadute da qualche giorno. Figuratevi un po', tanto per fare un mero esempio questo articolo che state leggendo è in condivisione con il mondo intero, lo stesso articolo che leggete in questo momento lo possono leggere anche in Bangladesh nel medesimo istante. Ma non era così e non era questo il mondo di Agostino Rosa... Ma chi era Agostino Rosa? Il signor Rosa fu tra i primi pionieri dell'informazione nella valle, nonchè il primo editore che nel lontano 1881 fondò il primo giornale di tutta la Garfagnana: "Il Corriere di Garfagnana". Agostino nacque nel lontano 1853 a Castelnuovo, intraprese gli studi universitari a Pisa per diventare professore di matematica ma la matematica in fondo non era la sua aspirazione e solo dopo due anni la frenesia di metter su qualsiasi tipo di attività prese il sopravvento. Dapprima mise su un agenzia di trasporti nella valle a cui segui un'azienda agricola che vendeva concimi di ogni genere. Ma purtroppo il dilemma per Agostino era un
Il monumento
 a Agostino Rosa
altro, la Garfagnana era troppo relegata al suo "orticello" per potersi sviluppare, pochi conoscevano questa sperduta valle, era arrivato il momento di far sentire al mondo anche la voce dei garfagnini e quale miglior cosa di un giornale per farsi conoscere? Detto fatto nel 1880 prese il via la prima tipografia, Rosa si avvalse dell'entusiasmo e dell'intelligenza di validi collaboratori come il professor Pietro Pieroni e il conte Giuseppe Carli. Il primo numero uscì nel giugno del 1881 sotto la direzione di Pieroni con lo scopo dichiarato di essere "la voce dei Garfagnini e l'organo di collegamento coi corregionali espatriati", uscì come settimanale di quattro pagine, con quattro colonne per pagina al costo di cinque centesimi, la tiratura era di poche centinaia di copie che in buona parte venivano diffuse a Castelnuovo nel giorno del mercato, giorno in cui la maggior parte della gente scendeva nella cittadina per comprare o vendere i propri prodotti, mentre agli abbonati (l'abbonamento costava 3 lire l'anno) veniva recapitato a mano. Anche in questo caso non mancarono però i denigratori. Ai benpensanti dell'epoca questo giornale apparve subito come troppo temerario e provocatorio, prevedendone ben presto la chiusura. Ma non fu così, l'editore scacciando gli "uccellacci del malaugurio" impegnò sopratutto il suo giornale per raccontare i problemi della nostra terra, come quando prese le difese delle acque della Garfagnana. Questo caso fu assai clamoroso ebbe inizio nel 1900, il ministero delle finanze con un decreto e senza parere degli amministratori garfagnini decise che la sorgente della Turrite di Gallicano non era di proprietà pubblica, ma bensì privata e per questo fu ceduta in uso a "La Marsaglia" società fiorentina che intendeva utilizzarla per rimpinguare l'acquedotto di Firenze. Nel frattempo al giornale (eravamo nel 1892) arrivò un nuovo personaggio, una persona 
fra le più intelligenti e sagaci che la nostra valle abbia mai avuto: Giuseppe Bernardini meglio conosciuto con lo pseudonimo di Giber (n.d.r:pseudonimo preso dalle iniziali del suo nome e cognome), bastava leggere un suo pezzo per capire con chi si aveva a che fare. Da quel momento il connubio con Rosa fu indissolubile. Il Giber vide la luce a Casciana (comune di Camporgiano) nel 1868, dopo aver fatto il liceo classico a Lucca si laureò in medicina all'università di Modena, la sua notorietà non la deve però alla professione di medico che fra l'altro svolse per alcuni anni con onorata condotta, ma bensì al giornalismo che già imperava nel suo D.N.A. A 24 anni prima della laurea gli venne affidata la direzione de "Il Corriere di Garfagnana", da subito la sua mano si fece sentire in modo tangibile, infatti fu cambiato il nome del giornale che diventò: "La Garfagnana" con il sottotitolo di "Sentinella Apuana" seguito dal suo motto "alla conquista del 
La nuova intestazione del
 giornale voluta dal Giber
bene per le vie del vero". La
 sua maestria nello scrivere lo portò a pubblicare articoli vibranti. Graffiante era la sua penna, aveva il potere di essere ascoltata per risolvere i problemi di un territorio depresso come quello garfagnino. Le lotte portate avanti su queste pagine furono numerose, dal completamento della linea ferroviaria Lucca-Aulla, alla costruzione della strada Castelnuovo- Arni, all'istituzione di nuove scuole di ordine e grado, fino all'estenuante lotta per il passaggio della Garfagnana dalla provincia di Massa a quella di Lucca, in questo caso ebbe a scrivere uno fra gli articoli più "taglienti" e provocatori, eccone un estratto:


“A causa del vergognoso abbandono in cui siamo lasciati, noi militeremo tutti, in breve volgere di tempo, nei partiti sovversivi. La Garfagnana diventerà una cittadella del socialismo e noi faremo del nostro meglio per accrescerne proseliti”.


Il Giber ossia
Giuseppe Bernardini
Nel bel mezzo di tutte queste lotte improvvisamente a soli 50 anni l'editore Agostino Rosa morì, il colpo fu duro da assorbire per tutto il giornale ma l'insegnamento di Rosa non avrebbe voluto che tutto si fermasse  e anche se con difficoltà il giornale continuò la sua vita con il Giber sempre più protagonista, tanto da divenire negli anni deputato per la provincia di Massa, nonchè sindaco di Castelnuovo. Molte furono le onorificenze ricevute: cavaliere, commendatore e chi più ne ha più ne metta, ma come ebbe a dire: "Una croce in più o in meno ha poca importanza, l'uomo è nato animale e animale resta. Tutt'al più può aspirare a non diventare bestia"
Nel 1923 si dimise dalla carica di sindaco, il fascismo aveva preso il potere e lui non ambiva a essere un sindaco fascista e il 30 novembre del solito anno successe il fattaccio; all'uscita della porta di servizio del Bar Costanza a Castelnuovo, intorno alle undici di notte fu aggredito e bastonato da squadristi, da li fu un lento declino dovuto alla stanchezza e al bavaglio imposto dal regime allo scomodo giornale garfagnino. Nel 1933 il 25 novembre il Giber morì a 65 anni, lasciando per sempre la direzione del giornale. L'ultimo numero del giornale fu curato da Carlo Cervioni, uscì nel dicembre '33 e fu sopratutto un"inno alla gloria" per il Giber. Le pubblicazioni ripresero mensilmente ben 19 anni dopo nel 1952, alla direzione c'era l'avvocato Lorenzetti (che era diventato anche il proprietario della testata), nel 1954 la guida passò ad un'altro illustre cittadino, Luigi Suffredini, ma oramai l'epica generazione dei pionieri era finita, si affrontava il nuovo mondo con altre idee e con altri intenti, così fu per "Il Corriere della Garfagnana" che nel 1991 alla morte di Suffedini ebbe un altra grande, grandissima penna alla sua conduzione(per pochi mesi): Almiro Giannotti detto il Gian Mirola. Oggi il giornale è di proprietà della Pro Loco di Castelnuovo e i suoi 135 anni li porta ancora bene e a questo proposito torna alla mente quello che scriveva il Giber nel lontano 1932 nel cinquantesimo anno di vita del giornale, parole ancora oggi più che mai vere ed attuali:

“Questo periodico ha toccato un’età che a pochi quotidiani è dato
Emigranti
raggiungere; l’ha toccata e non ha affatto intenzione di morire perché esso risponde ad un bisogno spirituale degli uomini della Garfagnana lontani dalla loro patria, che desiderano conservare un legame col paese d’origine... Non è celebrazione dunque de “La Garfagnana” ma esaltazione dei nostri coraggiosi uomini di Val di Serchio che portano il buon seme di una intrepida volontà e di una probità esemplare negli angoli più remoti della terra...”.




Bibliografia:


  •  Dizionario biografico di Alcide Rossi
  • "La piramide rovesciata. Lotte politiche e sociali in Garfagnana" di Umberto Sereni
  • "Corriere di Garfagnana" n 7 luglio-agosto 2012

martedì 30 agosto 2016

Un partigiano scomodo: Manrico Ducceschi alias "Pippo". Un'ennesima storia che appartiene ai misteri d'Italia

Manrico Ducceschi
Il mio amico Stefano mi ha sempre stimolato(giustamente) ad interessarmi alla vita di quest'uomo di cui andrò a raccontare e che proprio il 26 agosto scorso ricorreva l'anniversario di morte. Stimolato dalla curiosità mi sono messo sotto e dopo approfondite ricerche  ho avuto conferma per l'ennesima volta di una teoria che aveva un mio vecchio professore di storia e diceva pressapoco così: "...la storia è fatta dagli uomini, alcuni di questi uomini il fato (ma non solo...) vuole che rimangono agli onori della cronaca, altri ancora che questa storia hanno contribuito anch'essi a scriverla in maniera sostanziale, spesso e volutamente rimangono dimenticati". Per questo mi pare giusto e doveroso ricordare questi personaggi anche se hanno da raccontarci vicende fastidiose, poco chiare e a dir poco misteriose. Questo articolo ha infatti l'intento di riportare a galla la storia di un partigiano "anomalo" e scomodo allo stesso tempo: Manrico Ducceschi, nome di battaglia "Pippo", che attraverso le sue azioni contribuì anche alla liberazione della Garfagnana dal nazi-fascismo. Questi accadimenti che andrò a narrare fanno parte di quei fatti ormai (oserei dire) tipicamente italiani, dove tutto è sempre nebuloso e spesso manipolato, la storia d'Italia infatti è piena di queste vicende, dal delitto Moro,a Ustica per arrivare perfino al referendum monarchia Repubblica...Ecco, a questi fatti appartiene anche la storia di "Pippo".
Manrico nacque lontano dalle nostre terre, nacque a Capua in provincia di Caserta l'11 settembre del 1931, la sua nascita in terra di Campania è puramente casuale ed avviene durante un viaggio della madre. La famiglia infatti è di Pistoia, città in cui vive insieme al padre Fernando (agronomo di professione), alla mamma Matilde e alla sorellina Leila. La vita scorre tranquilla, il ragazzo frequenta l'antico liceo "Forteguerri", non si interessa di niente in particolare, gli stravolgimenti politici del tempo non lo toccano minimamente, il suo profitto a scuola per di più non è niente di eccezionale, il ragazzo indubbiamente è intelligente- ma come dicono i professori- il suo conformismo gli tarpa le ali.
"Pippo" in gioventù sulle nevi
 dell'Abetone
(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona")
Comunque sia, finito il liceo gli si aprono le porte dell'università, la facoltà di lettere di Firenze lo aspetta e in questo caso anche con profitto. Il suo torpore sociale finisce in quegli anni, prende contatti con "Giustizia e libertà" (n.d.r: movimento politico liberal-socialista), non trovando però conformità di idee. Gli anni passano e arriviamo ai giorni seguenti all'armistizio dell'8 settembre, Manrico si trova a Tarquinia dove frequenta la scuola di allievi ufficiali nel V reggimento alpini. Il caos in quei giorni è totale,nonostante tutto fortunatamente riesce a sfuggire all'arresto dei nazisti che lo vogliono arruolare nelle milizie della R.S.I e così in qualche maniera riesce a tornare a Pistoia, poi a Firenze dove si mette in contatto con il Partito di Azione. In quel giorno nasce così la leggenda di "Pippo" che viene inviato subito sulla montagna pistoiese con pochi compagni dove dapprima assume il nome di battaglia di "Pontito", mostrando ben presto capacità organizzative notevoli. Nel settembre 1944 fonda la brigata "Rosselli" che prende anche contatti con il Comitato di Liberazione Nazionale di Lucca, costituendo di fatto una rete di nuovi combattenti e simpatizzanti e con l'aiuto di preti, pastori e qualche carabiniere riesce a tessere una rete di informatori di tutto rispetto, riuscendo così, grazie a queste informazioni a portare a termine le prime azioni di sabotaggio, preludio dei successi che otterrà nei seguenti mesi. L'entusiasmo per questa impresa è alle stelle, il nuovo nome di battaglia lo inorgoglisce:"Pippo", era di fatto anche il soprannome di Giuseppe Mazzini e questo è un motivo in più per proseguire la sua lotta. Il quartier generale d Pippo è sull'Alpe delle Tre Potenze, zona nevralgica fra le province di Pistoia, Lucca, e Modena, di li può coordinare tutte le azioni belliche sulla Linea Gotica, coprendo di fatto la Val di Lima, L'Abetone e la Garfagnana. Il 16 marzo 1944 la formazione partigiana da lui comandata assumerà la denominazione ufficiale di "Esercito di Liberazione Nazionale-XI Zona Militare Patriotti", prendendo l'impegno sempre gelosamente difeso dal suo capo in persona di darsi finalità assolutamente apolitiche, nelle divisioni di partito vedeva proprio un serio ostacolo per una rapida vittoria contro il nazi-fascismo, da qui si cominciò ad attirare le prime
Pippo dal balcone saluta i suoi uomini
 dopo una riuscita incursione
(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona") 
forti antipatie... 
Vale la pena, a questo proposito, citare un brano scritto da Maria Luigia Guaita, inviata presso di lui dal CTLN (n.d.r: comitato toscano liberazione nazionale) per ottenerne una relazione:


"Pippo era uno dei comandanti più autorevoli e stimati di tutta la Toscana.Già a giugno aveva sotto di sé più di mille uomini ormai equipaggiati e armati, era la formazione più forte di tutto il pistoiese e dintorni.Era il migliore dei nostri comandanti.Lo ricordavo appena dieci mesi prima studente di lettere timido, serio, il più giovane fra gli amici, ora lo guardavo comandante partigiano, ancora più magro, più calvo, ma abbronzato e sicuro di sé, incuteva soggezione e affetto, gli dissi quello che volevano conoscere al comando militare. Tornò con le indicazioni richieste, allora gli mostrai varie copie dei punti programmatici del Partito d’Azione e altri opuscoli di propaganda. Per i politici era importante quanto il combattere che i partigiani maturassero nelle idee. Pippo sorrideva:-Non li butterai mica via?- gli dissi-Ci costano tanto di ansie e di soldi!- -E chissà quante discussioni- disse Pippo e rideva, mi accorsi che nel fondo era triste e deluso, scuoteva la testa".

La politica a lui non interessava per questo si distaccò sempre di più dai comitati di liberazione nazionale prediligendo di fatto la collaborazione con gli alleati. La scelta di Pippo era prettamente militare a lui non interessavano gli equilibri politici, a lui interessava la libertà del suo Paese e questo lo dimostrò in pieno con azioni militari precise e calibrate, vere e proprie battaglie venivano ingaggiate con i tedeschi, supportate anche dall'aviazione americana. I rapporti con gli alleati e con l'esercito brasiliano saranno sempre più stretti e porteranno al clamoroso successo dell'otto giugno 1944 nei pressi dell'Abetone dove dopo scontri a fuoco con i soldati della Repubblica Sociale vennero recuperati importantissimi documenti militari, alcuni dei quali ancora oggi secretati negli archivi statunitensi. Arriveranno anche i successi con la esse maiuscola in Garfagnana(coadiuvati sempre dalla V armata americana) con la liberazione di Bagni di Lucca il 28 settembre, poi Barga il 9 ottobre. Oramai la brigata partigiana di Pippo era un tutt'uno con gli americani tant'è che entrerà  a far parte in pianta stabile dell'esercito alleato prestando servizio "come truppe di linea inquadrata in forma di reparto regolare ed organico" indossando addirittura divise ed equipaggiamento americano. Presero parte anche nella famosa "Battaglia di Natale" (la battaglia più famosa di tutta la Valle del Serchio) dove persero parecchi uomini, riuscirono però a "tenere botta" alla prorompente forza tedesca,
Autocolonna brasiliana che scende
 la Val di Lima(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona")
dando così il tempo necessario alle truppe americane di potersi riorganizzare. Si era ormai però agli sgoccioli della guerra, i tedeschi battevano in ritirata e l'XI Zona di Pippo era una fra le poche formazioni partigiane (l'unica in Toscana) che fu mantenuta in piena efficienza (n.d.r: alle altre formazioni partigiane una volta liberato il territorio veniva imposto dagli alleati il disarmo e lo scioglimento della stessa), gli americani inoltre concessero l'onore a Pippo e ai suoi uomini di avanzare insieme a loro nell'offensiva finale partecipando fattivamente alla liberazione di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza per entrare poi trionfalmente a Milano. La fama di Pippo era alle stelle, gli alleati continuavano a dargli onori e gratitudine, venne infatti accordato ulteriormente di: "tenere le armi e combattere fino ai territori tedeschi", onore che non avrà il tempo di godere poichè la Germania capitolò. La storia partigiana di Pippo finì poco dopo, tutta la formazione dell' XI Zona rientrò all'Abetone con armi e automezzi e li ci fu lo sciogliete le righe. Gli americani a fine conflitto conferirono a Pippo l'alta onorificenza america della Bronze Star Medal, uno dei maggiori riconoscimenti militari degli Stati Uniti d'America, ma però nel contempo le più pericolose gelosie aumentavano...



La bronze star Medal
di Manrico (foto tratta
dal blog "Manrico Ducceschi
detto Pippo comandante XI Zona")
Qui, a guerra finita comincia un'altra storia,la più misteriosa, la più sporca e la più triste. Manrico nel dopoguerra si trasferisce a Lucca dove risiede in Piazza San Michele, non è un buon momento per il comandante, adesso che la lotta armata è finita sono le diatribe politiche quelle che tengono banco, quelle che lui aveva sempre odiato, per di più alcuni processi pendono sul suo capo per azioni e condanne decretate nei confronti dei fascisti colpevoli,da questi
processi esce comunque sempre assolto. Arrivano così i delicati anni fra il 1947 e il 1948, anni complicati, l'assetto politico è instabile e non certo privo di pericoli. Le elezioni dell'aprile '48 e il conseguente attentato a Togliatti portano l'Italia sull'orlo di un'altra guerra civile. Pippo viene contattato nuovamente dagli americani è pronto a tornare in gioco per scongiurare un eventuale "pericolo rosso", ma rifiuta poi di riprendere le armi perchè coinvolti in questa operazione anche ex fascisti, fattostà che Il 24 agosto 1948 Pippo deve recarsi a Roma ma al ritorno ha già preannunciato che denuncerà fatti e circostanze che offuscano l'operato di alcuni gruppi partigiani. Viene rinvenuto  in casa, impiccato con la cintura dei propri pantaloni da alcuni componenti della formazione a lui molto vicini il giorno 26,  e inizierà così il mistero relativo alla sua morte. Ecco quindi a tal proposito un articolo de "Il Tirreno" di Laura Poggiani nipote di Manrico:


"..In questo contesto la mattina del 26 agosto 1948, fu rinvenuto cadavere nella sua casa di Lucca il Comandante partigiano Manrico “Pippo” Ducceschi. Alle ore 14 di quel giorno infatti, i più stretti collaboratori di “Pippo” ossia Giuliano Brancolini, Mario De Maria e Enrico Giannini si presentarono  al Comando Guardie di P.S. per denunciarne la morte e successivamente gli inquirenti, recatisi sul posto, dopo i sopralluoghi di rito, decisero di procedere con l’autopsia. Questa, eseguita il giorno seguente, metteva in rilievo come la morte risalisse al giorno 24 e che fosse compatibile con l’asfissia per impiccagione. Se da un lato, però, le indagini sembravano preponderare per l’ipotesi di un suicidio, dall’altro risultavano falsate dalla mancata acquisizione agli atti dell’Autorità Giudiziaria dell’archivio rinvenuto in casa di “Pippo”. Malgrado ciò l’inchiesta portò all’individuazione, proprio nei più stretti esponenti od ex esponenti della formazione, di possibili responsabili fino
I funerali di Manrico Ducceschi
(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona")
addirittura  al  fermo del segretario di “Pippo”, nonché suo vicino di casa, Franco Caramelli che fu poi rilasciato in mancanza di prove inconfutabili di omicidio. 
Per molti, anche storici, la vicenda della morte di “Pippo” si conclude qui ignorando o omettendo gli sviluppi successivi. L’inchiesta riprende, con maggior vigore, allorquando, negli anni ’70 gli inquirenti, su segnalazione di un carabiniere di Castelnuovo Garfagnana, riapriranno l’inchiesta per omicidio indagando, prevalentemente, sulla traccia, già evidenziata ma non percorsa nella prima indagine, della pista slavo/comunista. L’indagine, stavolta darà vita a un processo per omicidio che però porterà alle stesse conclusioni dell’inchiesta precedente, ossia che non vi sono prove certe di omicidio.
Si potrebbe pensare che a questo punto che la storia sulla morte di “Pippo” si esaurisca qui ma, come in ogni buon giallo, ecco il colpo di scena. Nel 1981 una segnalazione anonima ad un magistrato mette per la prima volta in correlazione la morte di “Pippo” con un ben noto faccendiere pistoiese: Licio Gelli (n.d.r:capo della loggia massonica P2). A lui , in questo anonimo, si attribuisce anche la morte di un altro noto Comandante partigiano: Silvano Fedi. Poiché  molti degli uomini  della formazione di Fedi confluirono nella formazione di “Pippo” si ravvisa che quest’ultimo conoscesse bene le circostanze e i mandanti della morte di Silvano. Si riapre quindi l’inchiesta con un teste di eccezione: il giornalista Marcello Coppetti che proprio in quegli anni aveva effettuato una ricerca certosina sull’argomento e così scriveva nei suoi appunti circa l’agguato a Silvano Fedi: “Durante l’agguato alcuni partigiani si salvano. Uno di essi ha la prova che Gelli è l’autore dell’agguato. Tale prova sarebbe stata contenuta nell’archivio in possesso di Manrico DUCCESCHI detto “Pippo”. Quando “Pippo” viene trovato morto nella
La tomba di Pippo
(foto tratte dal blog:
 "Manrico Ducceschi detto Pippo
comandante XI zona")
sua casa molti fascicoli del suo archivio sono “ripuliti”. Come mai? Pippo è morto naturalmente o l’hanno ucciso? Da chi viene ripulito l’archivio di Pippo? Per conto di chi?” 
Ancora una volta però il procedimento si conclude, per mancanza di prove certe, ma stabilendo un punto fermo: che possa essere stato effettivamente vittima di un complotto messo in atto da ambienti a cui dava fastidio la sua attività informativa..."


Nient'altro e niente più che un'altra storia, finita nel calderone italiano dei misteri irrisolti.

  • Il brano scritto da Maria Luigia Guaita è stato estrapolato dalla rivista "Patria indipendente" del 21 maggio 2006 da un articolo di Carlo Onofrio Gori
  • L'articolo tratto da "Il Tirreno" è del 22 agosto 2012 si intitola "La memoria violata del partigiano Pippo per assenza di prove" 

mercoledì 24 agosto 2016

Dalle sue origini ad oggi, la storia del "biroldo", una prelibatezza tutta garfagnina

Tempo di sagre e fra gli abbondanti e succulenti piatti che ci
Il biroldo
propone ogni paese della Garfagnana lui c'è sempre, quando prima o quando dopo, lui l'onnipresente biroldo c'è sempre. Spesso lo mangiamo con estremo gusto e sempre lo assaporiamo con noncuranza senza sapere che anche le nostre prelibatezze nostrali hanno una storia. Proprio così, perchè la storia non è fatta solo dalle guerre o dalle conquiste di condottieri famosi e per conoscersi e conoscere meglio le nostre origini non c'è di meglio che studiare le abitudini alimentari dei nostri avi. Da ciò ne viene fuori un mondo che ci spiega  molte cose, che vanno dai nostri albori, passano per spiegarci l'economia del luogo e finiscono per dirci addirittura di che malattie soffrivano i nostri antenati. Affrontare un discorso del genere per quanto riguarda il biroldo personalmente la vedo un po' dura, non avrei le competenze generali ne tanto meno conoscenza, ma un certo discorso lo possiamo affrontare con l'insaccato garfagnino per eccellenza. Molti ad onor del vero "storcono" il naso e qualche palato fine non apprezza tale bontà, poichè uno degli ingredienti principali è il sangue del maiale stesso e come ben si sa nella nostra cultura contadina allevare il maiale era però una priorità, più il maiale era grosso e grasso più ci sarebbe stato da mangiare per tutta la famiglia e la regola fondamentale era una:-del maiale non si butta via niente- e da questa filosofia nasce anche il nostro biroldo. Il mio amico ed esperto di tradizioni contadine (e non solo) Ivo Poli racconta dettagliatamente in suo articolo l'antica(e ancora attuale) ricetta per cucinare questo insaccato, ci parla di un lungo procedimento di oltre sei ore di cottura. Il biroldo si cucinava con le parti meno nobili del porco: tutta la testa, la milza, i polmoni, la lingua e
Ci si prepara per cucinare il maiale
una piccola parte di sangue (due bicchieri circa), il tutto veniva immerso in una caldaia con acqua a sufficienza e salata a dovere, dopo tre ore di bollitura veniva tolto il tutto e messo su un "tavolaccio" e si cominciava così a "scannare" la testa (n.d.r: togliere i pezzi di carne dalla scatola cranica), fatta questa operazione tutta la carne cotta veniva tagliata con un grosso coltello, dopodichè veniva spianata con le mani versandovi al contempo il sangue dell'animale, aggiungendo poi varie spezie: sale, pepe, noce moscata e cannella (naturalmente non sono note le percentuali usate che spesso diventavano un segreto da tramandare da padre in figlio), tutto il composto veniva così ben amalgamato e messo all'interno di una vescica, del budello dello stomaco e della "zia" altro grosso budello e rimesso poi a bollire nella medesima caldaia per altre tre ore, forando di tanto in tanto con una stecca di ferro questi piccoli "sacchi" in modo da far uscire l'aria contenuta al loro interno. A fine cottura i biroldi si toglievano dal pentolone e si lasciavano raffreddare all'aria aperta e messi sotto un peso per far si che potessero perdere il liquido grasso in eccesso. Ma questa ricetta e questo prodotto nostrale non è tipicamente della nostra cultura contadina, la storia del biroldo nasce da molto più lontano e la sua venuta nella nostra valle risale per lo meno a mille anni fa. Questa verosimile ipotesi nasce dall'etimologia del nome "biroldo" fatta da uno studio a dir poco interessante del famoso giornalista italo americano Frank Viviano(n.d.r: candidato otto volte al premio Pulitzer e collaboratore di un giornale locale) dove dice che questo insaccato è di origine germanica o meglio longobarda. Precisamente ci spiega che questo fiero popolo cominciò una lunga migrazione a partire dal II secolo dopo Cristo e si stabilì in Italia nel 568 guidati da re Alboino che piano piano estese il proprio dominio in tutto il territorio italico. Nel 590 i Longobardi comandati dalla regina consorte Teodolinda penetrarono nella Valle del Serchio con l'intento di rendere sicura l'antica Via Clodia (per la sua storia leggi:http://paolomarzi.blogspot.it/2016/03/la-prima--strada.html), fondamentale strada di collegamento fra la Tuscia e la Pianura Padana, in un batter d'occhio presero possesso di tutte le terre che divisero in tre zone distinte e qui si stabilirono in
soldato longobardo
maniera permanente portando con se i loro usi, costumi e anche le loro tradizioni culinarie, difatti la loro alimentazione era basata molto sul maiale, molte ricette della cucina tradizionale del nord Europa e sopratutto tedesca includono effettivamente budino di sangue di maiale e salsicce molto simili al nostro biroldo. In questo senso Viviano ci dice che questa stessa parola  e di origine puramente nordica, spiegandoci che la costruzione linguistica "bl" (radice da cui nascerebbe la parola "biroldo") è molto rara in latino ed è molto comune nelle lingue germaniche ed è per questo motivo che quando i Longobardi hanno introdotto in Garfagnana questa ricetta la potrebbero aver chiamata in riferimento al suo ingrediente principale: il sangue, possiamo così notare l'origine di questa parola in tutte le lingue parlate nel nord Europa: dal vecchio inglese blod (con una o sola), dal proto germanico (n.d.r:lingua considerata come antenata di tutte le lingue germaniche) blodam, dall'olandese medio bloet, dal tedesco blut, ma la parola che secondo Viviano taglierebbe la testa al toro è sempre la proto germanica bhloto  che probabilmente significa gonfiarsi, in riferimento proprio alle salsicce di sangue che non si gonfiano durante la cottura, da qui poi la distorsione linguistica (in questo caso toscana e ancor più giustamente garfagnina)della sillaba "bhlo" a "birol", un po' analogo -dice sempre Viviano- alla parola "blonden" in italiano "biondo", in riferimento sempre a quel popolo nordico che più di mille anni fa attraverso le Alpi. Ma come sapete bene l'Italia e la Garfagnana sopratutto è terra di campanili e c'è più di un paese nella nostra valle che si vuol prendere la primogenitura di cotanto prodotto e sempre il nostro buon Ivo Poli sostiene che la paternità del biroldo appartiene a Gallicano, tutto sarebbe provato da documenti ineccepibili -come egli sostiene- a certificare appunto questi carteggi sono le date, più antiche di
L'impasto per il biroldo
queste non esistono che parlano proprio di biroldo. Questo è esattamente il testo della delibera di consiglio della comunità di Gallicano del 1769 che -sempre secondo Ivo Poli- sgombrerebbe da ogni dubbio:


"Si fa noto che a ciascheduna persona, qualmente in esecuzione della Special Grazia accordata dall'Eccellentissimo consiglio a questa Comunità, si darà principio martedì prossimo al nostro mercato nella piazza fuori da questo Castello, e così continuerà in avvenire ogni settimana, e in caso che il detto giorno venisse impedito da festa si anticiperà il lunedì. Vi sarà poi una volta l'anno la Fiera alla quale si darà principio il 24 agosto e durerà tutto il restante di detto mese, per il qual tempo sarà lecito ad ognuno di vendere liberamente pane,vino e cibi cotti come sarebbe il biroldo" 

Di acqua ne è passata sotto i ponti da quei tempi lontani ed oggi questo salume, da piatto povero è diventato una prelibatezza ricercata anche fuori delle sue zone d'origine, tanto da essere inserito nei presidi "slow food", ovvero quell'associazione
internazionale impegnata a ridare il giusto valore al cibo, nel rispetto di chi produce e in armonia con ambiente ed ecosistemi. Insomma anche il biroldo appartiene orgogliosamente alla nostra terra.

mercoledì 10 agosto 2016

Le lettere censurate dei garfagnini nella seconda guerra mondiale.

Federico Fellini nelle sue molteplici interviste aveva avuto da subito ben chiaro il concetto di censura. Nei suoi film molta ne aveva subita dal solerte censore di turno e in una conversazione con Lello Bersani (n.d.r: noto giornalista R.A.I esperto di cinema)così definiva esplicitamente l'essenza della parola "censura": "La censura è sempre uno strumento politico, non è certo uno strumento intellettuale. Strumento intellettuale è la critica, che presuppone la conoscenza di ciò che si giudica. Criticare non è distruggere. C'è una censura italiana che non è invenzione di un partito politico, ma che è naturale al costume stesso italiano. C'è il timore delle autorità e del dogma, la sottomissione al canone e alla formula, che ci hanno fatto molto ossequienti. Tutto questo conduce dritti alla censura. Se non ci fosse la censura gli italiani se la farebbero da soli". Niente di questo è più vero, da tempo immemore l'Italia subisce (quando più e quando meno)i tagli più o meno velati dai vari censori, infatti si parla già di censura durante il Risorgimento,poi nel Regno d'Italia, per non parlare durante l'era fascista e durante le due guerre mondiali, ma non facciamoci sorpresa(questo per avvalorare la tesi di Fellini) se anche oggi la falce del censore si abbatte sulla nostra nazione, nel 2015 la Freedom House ha classificato la stampa italiana come "party free" (parzialmente libera), mentre nel rapporto dello stesso anno "Reporter senza frontiere" pone l'Italia al 73° posto per libertà di stampa, meglio di noi anche Burkina Faso e Botswana. Ma quello che interessa a questo articolo non è una disquisizione sulla libertà di stampa oggi, ma bensì(tanto per rimanere nel nostro orticello garfagnino)delle molte lettere censurate dei soldati garfagnini nel corso della seconda guerra mondiale, fu censurata anche quella corrispondenza spedita dai familiari verso il povero militare ed è stato grazie all'ottimo lavoro del professor Mario Pellegrinetti di Camporgiano che sono tornate fuori queste lettere, sono tornate a galla queste frasi oramai dimenticate nel tempo e all'epoca cancellate con inchiostro indelebile perchè nessuno mai le leggesse, con quel timbro sopra apposto che valeva più di mille parole: "VERIFICATO PER CENSURA". Tutto questo oggi è raccolto nel bel libro intitolato "Sotto l'inchiostro nero" anno 2001 del professor Giuseppe Pardini, edizioni M.I.R. Ma prima di leggere queste lettere, per capire meglio questo articolo bisogna capire meglio come funzionava la macchina della censura nella II guerra mondiale. Nel conflitto il ruolo della censura ebbe carattere di controllo sopratutto per quello che riguardava il diffondersi di notizie disfattiste fra i civili
Castelnuovo Garfagnana bombardata
(foto di Nicola Simonetti)
provenienti dalle lettere dei soldati dal fronte di guerra, si aveva paura  del diffondersi del panico
 a tali notizie, di ribellioni da parte della gente e quant'altro potesse sovvertire l'ordine pubblico. La censura colpiva anche le lettere che partivano dalla Garfagnana dirette ai soldati, qui il timore era diverso, si aveva terrore di influenzare la volontà del combattente nell'apprendere le difficoltà economiche ed alimentari della famiglia. Così come nella prima guerra mondiale eventuali frasi non ammesse erano cancellate con inchiostro di china, se invece erano considerate gravi la corrispondenza veniva "tolta di corso", praticamente sequestrata e trattenuta dall'ufficio censura che segnalava il fatto all'autorità giudiziaria per provvedimenti che potevano essere molto pesanti per i civili e pesantissimi per i militari, indagini sarebbero state fatte anche nei confronti dei destinatari. La macchina censoria come avete ben capito era una macchina perfetta, ben oliata e ben organizzata, essa si divideva in tre comparti: posta estera, posta interna e posta militare, ogni reparto aveva i suoi censori che in base a regole ben precise cancellavano o ammettevano le missive, questa brutta prassi di sorveglianza includeva tutti gli italiani e la nostra Garfagnana non ne era esente, difatti in questo articolo esamineremo lettere garfagnine degli anni 1943-1944, gli anni più terribili della guerra in Garfagnana. Da queste lettere e specialmente dalle parti censurate possiamo vedere realmente qual'era lo stato d'animo dei nostri soldati che scrivevano a casa, si può anche leggere sopratutto lo stato in cui versava la popolazione nella nostra valle: i morsi della fame si facevano sentire e la disperazione aumentava ogni giorno di più, tutte queste notizie non dovevano pervenire nè al soldato,nè alla sua famiglia. Infine prima di presentare gli stralci di queste lettere censurate consentitemi un ultima annotazione e
lettera censurata
farei notare una differenza degli scritti nei due anni analizzati. Nel 1943 prevale lo sconforto di una guerra senza fine, la paura per la sorte dei figli e la preoccupazione per la scarsità di cibo. Nel 1944 le cose non migliorano,tutt'altro, il nervosismo aumenta, lo sbando e la confusione totale regna sovrana, la Garfagnana è diventata zona di guerra: alleati da una parte, tedeschi dall'altra e i partigiani sempre pronti all'azione. Naturalmente nel mezzo ci sta la gente comune che è quella che continua a soffrire maggiormente.


Brani di lettere censurate del 1943
  • Enrico Domenici Vergemoli al soldato Giulio Domenici arruolato nella Milizia Marittima d' Artiglieria: "Io qui non so come contenermi, le viti senza potare, i campi chi vuoi chi li vanghi, per era meglio se avevo abbandonato tutto. Chissà la Padrona quando vedrà che non possiamo fare nulla come la intenderà" Probabilmente lettera inviata dal padre contadino a suo figlio. La censura cancella questa frase per non far inquietare il soldato impegnato su un fronte delicato come quello siciliano
  • Bertoli Costante 39a Compagnia Genio a Bertoli Enny Pieve Fosciana: " Vorrei che finisse presto questa guerra per poter tornare fra di voi, ma certo se finisse presto la guerra si perde di sicuro e se si dovesse vincere ce ne sarebbe ancora per degli anni. Mi dispiace molto dover perdere questa guerra dopo tanti anni di sacrifici, ma continuare ancora come si fa? Io son già più che stufo di questa vita, si tira avanti anno per anno, senza mai finire" Brano di corrispondenza depennato perchè considerato disfattista e fuorviante
  • Salotti Francesco Aeroporto a Salotti Dora Fosciandora: Anche noi qua (Torre del Lago) ci aspetta un bel film Luce (bombardamenti), speriamo di no ma per quanto si vede...Anche Pantelleria e Lampedusa è stata occupata. Certo che il morale è un po' giù, ormai abbiamo la guerra in casa". Il censore si accanisce su questa lettera per due motivi: questa lettera da informazioni militari ai civili e in seguito infonde sfiducia fra la popolazione
  • Soldati italiani in Africa
  • Turriani Ernesto Pieve Fosciana a Aldo Turriani: " Io se avessi vinto al lotto non sarei stato così contento. Nel nostro Re e nel Maresciallo Badoglio ho avuto sempre grande fiducia e però speriamo che obbediamo senza reticenza alcuna. Sono sicuro che con coscienza lavoreranno per il  nostro benessere e del nostro Paese". Questa lettera fa riferimento alla caduta del fascismo avvenuta il 25 luglio 1943. Mussolini è stato posto in arresto per ordine del re, il nuovo capo del governo è Badoglio inviso ai nazisti che con ogni probabilità censurano (o fanno censurare) questa lettera inneggiante proprio a Badoglio e al Re
Brani di lettera censurati nel 1944
  • Gambini Olimpia Aosta a Carla Palizi Gallicano: "Sono due mesi che la roba con la tessera viene data a gocce, cioè l'olio ed i grassi in nessuna maniera. Al mercato nero trovi tutto ma a che prezzi" La censura non vuol far sapere che le razioni di cibo ormai stanno terminando
  • M Rossi Molazzana al figlio Rossi G. 106o Battaglione Genio: "Dai retta alla tua mamma e non ai compagni, sta fermo al tuo posto, non tentare un'altra volta la fuga, faresti male, ti mettono al muro". Dopo l'armistizio dell'8 settembre è il caos totale, le diserzioni sono migliaia, ma questo non deve essere conosciuto
  • Carabiniere Cassetti Mario, Tenenza Carabinieri Castelnuovo Garf. a Cassetti Vittorio Pola:" Vi faccio sapere che ieri ci hanno fatto fare giuramento e ci è toccato farlo tutti, anche quelli che non volevano". L'appena costituita Repubblica Sociale decise di rimpolpare i ranghi della Guardia Nazionale Repubblicana con circa quarantamila Carabinieri Reali. Il
    Castelnuovo G bombardata
    (foto Nicola Simonetti)
    censore qui non vuole far sapere che ci sono state forzature nell'arruolamento
  • T.F Filicaia a F.L Germania:" Attualmente lavoro nella strada di Arni sotto la direzione tedesca. In Italia comandano loro. Attualmente richiamano classi a tutto spiano. Chi si presenta chi no, dandosi al bosco a fare resistenza contro i repubblichini. Non si può più andare oltre le cose si mettono male". Non si deve far sapere che ormai i tedeschi hanno il potere assoluto e che il governo della Repubblica Sociale e assoggettato al volere nazista.
Ricordiamo che la censura continuò ben oltre il termine della guerra, per esempio al nord Italia la censura militare cessò alla fine del 1945, esclusa la zone "calda" di Trieste dove si protrasse ancora per molto tempo. Per la Germania esistono documenti censurati nel 1947! Alla fine di tutto voglio chiudere con un articolo della nostra Costituzione che Benigni a definito "la più bella del mondo"
Art. 21 della Costituzione
. Questo è l'articolo 21 e l'incipit così dice: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure...". Ma come ben si sa fra il dire e il fare...



Un ringraziamento particolare per questo articolo va all'amico e lettore del mio blog Francesco Saisi che gentilmente mi ha suggerito di scrivere questo pezzo. Grazie !!!

mercoledì 3 agosto 2016

La galleria del Lupacino. L'opera più grandiosa della Lucca-Aulla

Costruire in Garfagnana non è mai stato facile, naturalmente più grandi sono le opere da realizzare e più complicata diventa la loro edificazione. Ponti, strade e le vie di comunicazione in genere nella valle sono state sempre e lo sono ancora un grande problema. Il nostro territorio per sua conformazione ha creato sempre difficoltà anche al più in gamba degli ingegneri e i tempi di costruzione si sono allungati sempre all'inverosimile diventando addirittura biblici. Ma quest'opera di cui andrò a raccontare le batte tutti (almeno nella valle), roba da far invidia perfino alla Salerno- Reggio Calabria, infatti i suoi studi di fattibilità cominciarono nel 1840, la sua costruzione fu autorizzata dal governo di sua maestà re Vittorio Emanuele III il 27 aprile 1916 e fu inaugurata dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi il 21 marzo 1959, ben 42 anni, 11 mesi e 6 giorni dopo dall'approvazione dei lavori, nel frattempo erano passate due guerre, una dittatura, la monarchia era decaduta, ed eravamo già al terzo presidente della Repubblica, e la linea ferroviaria Lucca- Aulla non era stata ancora completata, rimaneva l'ultimo grande ostacolo per congiungersi con l'altro capolinea e questo ostacolo si chiamava Monte Lupacino. Questa è la storia della galleria del Lupacino, un cunicolo di quasi ottomila metri dentro la montagna che in dieci minuti avrebbe permesso di unire la stazione
la galleria del Lupacino oggi
(foto tratte da F.L.A.com)
di Piazza al Serchio con la stazione di Minucciano- Pieve Casola. Questa fu l'opera più imponente e complicata della ferrovia Lucca- Aulla. I fatti praticamente cominciarono quel lontano 21 aprile 1940, quando in pompa magna per il giorno del compleanno di Roma le autorità fasciste accolsero per la prima volta il treno a Piazza al Serchio (29 anni dopo Castelnuovo Garfagnana...), consideriamo che tale tratta (Castelnuovo- Piazza al Serchio) già esisteva da tempo immemore, messa in funzione dall'allora "Montecatini" vera potenza monopolistica nel campo dell'escavazione del marmo che gestiva questa tratta esclusivamente per il trasporto dei blocchi di marmo. La crisi economica del 1929 colpì però anche le industrie marmifere e ciò portò al crollo dell'escavazione del marmo garfagnino e l'interesse della gestione di quel segmento di ferrovia cominciava a pesare sulle spalle della Montecatini stessa, la manutenzione diventava sempre più
la ferrovia del marmo
(foto collezione Fioravanti)
dispendiosa, era ormai venuto il tempo che la responsabilità di questo pezzo di linea passasse all'amministrazione statale e così fu. Dall'altra parte nel versante massese nel 1943 la ferrovia di Equi Terme raggiunse Minucciano. Per congiungersi con Piazza al Serchio, per completare l'opera non rimaneva che l'ostacolo più duro il famoso Monte Lupacino, per superarlo era necessario lo scavo di una galleria di quasi otto chilometri. Per la precisione 7515 metri. I lavori su questa galleria a onor del vero erano già cominciati nel 1922, ma ben presto si interruppero 
(alla fine del 1923), quando erano stati realizzati 800 metri di scavo dal lato garfagnino e 400 dal lato Lunigiana. Nel 1942 (in piena guerra mondiale) ripresero perchè il federale di Lucca Mario Piazzesi voleva fare un figurone con Mussolini, dato che si era sbilanciato un po' troppo quando comunicò personalmente al duce  che i lavori della ferrovia garfagnina ormai erano entrati in fase di ultimazione..., il tutto però si risolverà come si suol dire gettando un po' di "polvere negli occhi": fu data una ripulitina ai cantieri e una "grattata" al monte. Con la guerra in corso i lavori naturalmente non andarono avanti, ma poi grazie a Dio terminò anche questo flagello e dopo essersi "leccate le ferite" arrivò anche il
I lavori in galleria
(foto tratte da F.L.A.com)
momento della ricostruzione e di un nuovo impeto di sviluppo, c'era da rimettere in piedi quello che era stato bombardato (il ponte della Villetta), ma c'era anche da portare avanti quello che era rimasto in sospeso e nel marzo 1946 si riprese a scavare nella galleria di valico. Nel lato opposto lo scavo fu ripreso nel dicembre 1947. Sinceramente questa ripresa dei lavori fu una mano santa per l'economia della valle, duemila disoccupati cominciarono nuovamente a lavorare nel compimento della galleria e Loris Biagioni, sindaco di Castelnuovo e padre costituente sollecitava il governo di inserire una volta per tutte nel programma dei lavori pubblici i fondi per il completamento della linea. Il 10 dicembre 1946 ci fu la svolta, il ministro dei trasporti Ferrari e il ministro dei lavori pubblici Romita  assicurarono che per il ripristino della linea, tutte le opere erano già state appaltate. Il ministro Romita in persona illustrò i lavori in corso alla galleria del Lupacino, garantendo la disponibilità finanziaria per terminare i lavori. La realizzazione proseguì senza intoppi temporali e si arrivò finalmente al 17 settembre 1956. Sessant'anni esatti sono passati da quel giorno quando il ministro Romita insieme all'allora ministro

dei trasporti Angelini e ad una moltitudine di autorità assistettero alla caduta dell'ultimo diaframma di roccia della galleria che separava le due stazioni di Piazza al Serchio e di Minucciano-Pieve Casola. Ma quante difficoltà! Quante tribolazioni, prima di arrivare a quel giorno, anche per l'impresa Scandovi di Bologna,
specializzata in costruzioni ferroviarie (che si era aggiudicata l'opera) l'ostacolo del monte Lupacino si rivelò più duro e terribile del previsto e quando si presentò il conto a fine lavori fu salatissimo. Il prezzo pagato per questa galleria fu presentato
la lapide in memoria
dei caduti a Pieve San Lorenzo
in vite umane, ben sette furono le vittime che negli anni di costruzione persero la vita in questa infrastruttura e giustamente vanno ricordati uno per uno:


  • Guazzelli Umberto da Piazza al Serchio
  • Casini Giovanni da Piazza al Serchio
  • Traggiai Ottavio da Pieve San Lorenzo
  • Borghesi Vittorio da Piazza al Serchio 
  • Peghini Augusto da Pieve San Lorenzo
  • Spinetti Renato da Pugliano
  • Clini Alfredo di Pesaro 
Ma non solo, per centinaia di lavoratori il Lupacino significò l'invalidità permanente che si presentò sotto forma di silicosi, malattia contratta durante i lavori di scavo. Anche i numeri ci parlano di un opera ciclopica: furono impiegate 600.000 mila giornate di lavoro per un costo di cinquecentomila lire per chilometro, in più furono impiegate 150 mila metri cubi di murature e furono eseguiti 400 mila metri cubi di scavi, che la natura e la roccia consentì solo un poco alla volta, prima con la realizzazione dei cunicoli di avanzamento e successivamente degli
Lavori nella galleria del Lupacino
(foto tratte da F.L.A.com)
allargamenti. Molti tratti erano poi in contro pendenza e in altri, dove la montagna era attraversata dai corsi d'acqua, fu necessario non solo impermeabilizzare la gallerie ma intervenire addirittura sul letto dei torrenti. 

Eccoci così al fatidico 21 marzo 1959 e all'inaugurazione ufficiale della galleria del Lupacino e al definitivo completamento della linea Lucca- Aulla. Il tutto si svolse alla presenza del (toscano) Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Un giorno di festa per la Garfagnana,che rimane ancora oggi esclusivo nella storia della valle perchè è stato
Il Presidente Gronchi
a Pieve San Lorenzo
l'unico presidente (in veste ufficiale) a far visita alla Garfagnana. Quel giorno il treno presidenziale partì da Minucciano- Pieve Casola attraversò la galleria del Lupacino, giunse a Piazza al Serchio e continuò il tragitto a valle, nella notte per festeggiare il grandioso evento sui monti delle zone come tradizione del tempo voleva per i grandi avvenimenti vennero accesi grandi falò in omaggio al presidente e per la felicità del completamento della ferrovia. Mai felicità fu più effimera però, con l'inizio degli anni sessanta l'Italia era alle prese con la costruzione delle autostrade e gli italiani si gettavano nell'acquisto di automo
bili, il treno adesso rappresentava il passato. Nel 1911 quando il treno arrivò a Castelnuovo (e li si fermò) era il mezzo più veloce
possibile, nel 1959 al compimento della Lucca- Aulla rappresentava solo un rammarico perchè mai come allora il treno era arrivato veramente in ritardo di ben 48 anni. Così il senatore Cesare Angelini parlamentare di Lucca ebbe a scrivere sul numero speciale de "La Garfagnana" in occasione della visita di Gronchi:"Che dire della ferrovia? E' venuta troppo tardi? Fu iniziata quando la ferrovia rappresentava l'unico mezzo efficiente di trasporto e quindi di progresso; viene completata quando il traffico da anni ha scelto altri mezzi, preferibili per percorsi non eccessivi, sia per il trasporto delle persone che per quello delle cose. Comunque-anche in ritardo- ben venga la ferrovia, ma essa potrà essere di reale utilità alla Garfagnana se invece di adibirsi al solo traffico locale, sarà percorsa anche da treni che congiungono rapidamente il sud e il nord alle sue magnifiche vallate. Si potranno così aprire nuove vie ai commerci e più ancora a quel turismo all'incremento del
Il presidente Gronchi
a Piazza Al Serchi
quale la Garfagnana deve sentirsi decisamente impegnata per conseguire quel processo sociale ed economico cui giustamente ambisce".

Tale articolo non rimarrà che nei decenni una voce vuota e inascoltata... a voi trarre le amare conclusioni...



Fonte: Studi del Professor Umberto Sereni