martedì 30 dicembre 2014

Eccezionale scoperta sulla Pania di Corfino dopo tremila anni torna a rivivere l'antico gioiello della"Signora delle Rupi"

La preziosa scoperta fatta dal Gruppo Archeologico Garfagnino.
Ecco il meraviglioso monile di tremila anni fa appartenuto alla "Signora delle Rupi"
E così vogliamo chiudere l'anno con il botto.Direi proprio di si.Storicamente parlando vi sto per raccontare di una scoperta a dir poco eccezionale per tutta la Garfagnana,una di quelle scoperte che farebbe invidia a qualsiasi Indiana Jones in erba ed anche al più famoso degli archeologi.Ne riporta la notizia anche alcuni giorni fa un articolo su "Il Tirreno" di Paola Taddeucci.Il tutto è avvenuto a Cima La Foce alle pendici della Pania di Corfino (comune di Villa Collemandina) sul quel cucuzzolo che tremila anni fa (l'epoca dell'oggetto ritrovato) dominava uno degli itinerari di collegamento fra il fiume Serchio e la Pianura Padana  e dove oggi due volontari del Gruppo Archeologico Garfagnino, Nicola Salotti e Alessandro Bonini hanno rinvenuto un prezioso e bellissimo monile dell'età del bronzo,un ornamento femminile che dopo tremila anni è tornato a vivere, un vero e proprio gioiello di bronzo caratterizzato da uno stupefacente intreccio di catenelle sospese a tre elementi traforati che si concludono in una sequenza di pendagli fatti a forma di punta di lancia e sicuramente questo non era  un capo da tutti i giorni ma bensì un capo da gran signora, per meglio intendersi da signora
Il luogo del ritrovamento:La Pania Di Corfino
d'alto rango che con ogni probabilità indossava sulle spalle o sul petto in momenti rituali.A questo punto una volta trovato il prezioso tesoro i ragazzi del Gruppo Archeologico Garfagnino hanno ben pensato di contattare la Sopraintendenza Archeologica Toscana nella persona di Giulio Ciampoltrini (che ha diretto tra i più importanti scavi di tutta la lucchesia) perchè visionasse scrupolosamente il reperto e confermasse ciò che a loro era sembrato essere una scoperta straordinaria.L'esperto ha dissolto tutti i dubbi, dalla paura che fosse un miserabile scherzo (di questi tempi è bene andare con i piedi di piombo...) a quello dell'effettivo valore della scoperta,tant'è che nella sua analisi dice che di monili simili ne esistono solo tre al mondo, due nel sud della Francia e uno in Piemonte,ma nessuno di questi è sontuoso complesso ed integro come quello garfagnino.Di quell'epoca lontanissima erano già state fatte molte scoperte in Garfagnana, si trattava di oggetti di uso quotidiano (anfore,utensili da cucina... ) e non di tale rilevanza ma questo conferma (qualora ce ne fosse bisogno) della centralità del nostro territorio dal punto di vista archeologico.Già prima del 1000 a.C d'altronde la Garfagnana era un punto nevralgico dei traffici fra i territori dell'alto Tirreno e la Pianura Padana.Agli albori del
Archeologi in azione
primo millennio infatti prosperavano "i signori delle rupi" gruppi sociali di grande levatura sociale insediati sulle vette della Valle del Serchio,lungo le principali vie maestre che collegavano la Toscana e le zone del Po,abilissimi negli scambi che si basavano sullo sfruttamento delle risorse del territorio e quindi ricchi e potenti da permettersi oggetti straordinari come il "nostro" gioiello.A confermare l'importanza della nostra zona su tali ritrovamenti mi piace ricordare di un villaggio del VI-V secolo a.C scoperto in località Murella. Rilevanti tracce dei liguri apuani sono state rinvenute sul Monte Pisone (vicino San Romano

Garfagnana)e sul Colle delle Carbonaie (Castiglione Garfagnana) quest'ultimo rimane uno dei più importanti documenti della cultura ligure a livello nazionale. Ma purtroppo di fronte a tutto ciò rimane un grosso cruccio per tutta la Garfagnana (come poi sottolinea lo stesso archeologo Ciampoltrini).Nonostante i numerosi ritrovamenti nella nostra valle manca un museo con la emme maiuscola dove possono essere riunite le testimonianze rinvenute in vent'anni di scavi e che hanno messo in luce tutta la storia garfagnina che parte dal Mesolitico, all'età del bronzo,i periodi etruschi, dei liguri apuani, dell'età romana, ai "nostri" castelli medioevali,
L'insediamento ligure apuano
 di Colle alla Carbonaie
fino al "recente" periodo estense,per così arrivare poi all'età moderna. Se non altro per non rischiare poi di ritrovare dopo decenni oggetti rari e preziosi come quello di Cima La Foce in qualche polveroso deposito di qualche anonimo museo.Intanto magari sarebbe bello rivedere il prezioso monile in una mostra aperta a tutta la gente della valle il cui titolo come dice Ciampoltrini potrebbe essere "La Signora delle Rupi".Il prezioso cimelio ora si trova nelle mani della Soprintendenza Archeologica Fiorentina che riporterà il metallo allo splendore iniziale e analizzerà ancor più approfonditamente l'oggetto, in attesa che un giorno l'ornamento dell'antica Signora torni a casa sua:in Garfagnana.


venerdì 26 dicembre 2014

Il più tragico Natale che la Garfagnana ricordi. Il 26 dicembre 1944 iniziò una cruenta battaglia meglio conosciuta come "Tempesta d'inverno"

La guerra non conosce feste, non ha pietà di niente e nessuno e
Il quadro delle operazioni
della "Battaglia di Natale"
infatti fu così in quella che oggi è comunemente conosciuta come la "Battaglia di Natale".La storia rammenterà sempre quella data del 26 dicembre come il peggior Natale che la Garfagnana ricordi.Fu un massacro di civili e militari quella battaglia che cominciò alla mezzanotte in punto del 26 dicembre 1944 battezzata dalle forze dell'asse con il nome in codice "Wintergewitter" in italiano "Tempesta d'inverno".L'operazione fu l'unica azione offensiva lanciata congiuntamente dai reparti della Wehrmacht e dall'esercito della Repubblica Sociale nel corso della guerra diretta contro le forze americane della 92a Divisione Buffalo.Fu considerata l'ultima disperata azione offensiva.Ma prima però di raccontare gli eventi facciamo velocemente un po' di antefatto per spiegare le cause che portarono a questa famosa battaglia.Le forze alleate comandate dai generali Alexander e Clark avevano intenzione di sfondare la Linea Gotica nei pressi di Bologna per poi entrare velocemente in tutta la Pianura Padana, ma servizi di controspionaggio informarono a quanto pare le forze tedesche, che a loro volta pensarono ad un attacco nella zona occidentale della Linea considerato un settore fino a quei giorni tranquillo e quindi debolmente presidiato dai reparti americani, allo scopo così di allentare la pressione in quel settore di fronte che avrebbe permesso come detto prima alle forze alleate di entrare a Bologna e di "inondare" così tutto il nord Italia.Il piano

incontrò pieno appoggio da parte di Mussolini e del comandante della RSI il maresciallo Graziani, anzi la missione aveva un obiettivo in più lo sfondamento del fronte e la riconquista di Lucca e Livorno.Incominciarono così intorno al 10 dicembre le prime
ricognizioni tedesche per sondare il terreno contro le postazioni nemiche tanto per iniziare ad indebolire il fronte e come zona

d'attacco fu scelta in maniera definitiva la Valle del Serchio e la Garfagnana.Le postazioni della 92a Buffalo,composta per la
maggioranza da afroamericani  erano giudicate un obiettivo facile per l'inesperienza di quelli che dai loro stessi comandanti erano considerati soldati di seconda scelta in un America di quei tempi razzista e segregazionista.Ormai era tutto deciso l'attacco fu

La 92a Divisione Buffalo in azione

affidato al comando del generale tedesco Otto Fretter Pico e fu posto così al comando della 148a Infanterie-Division (di cui faceva parte anche la Divisione Alpina Monterosa).Per la data dell'attacco fu scelta la notte fra il 25 e il 26 dicembre onde sfruttare la

tregua natalizia."Tempesta d'inverno" aveva così inizio. L'offensiva scattò come detto immediatamente allo scoccare della mezzanotte del 26 dicembre senza fuoco preparatorio per mantenere fino all'ultimo l'effetto sorpresa.La prima a muoversi fu la terza colonna composta da reparti di "gebirgsjager" (truppe da montagna tedesche), l'attacco si sviluppo sul lato orientale del Serchio.I primi scontri furono a Sommocolonia (comune di Barga), iniziò tutto con lo sparo nella notte di un razzo verde e rosso per comunicare l’inizio dell’attacco alle altre due colonne più in basso, proseguì con la distruzione e l’occupazione del paese, terminata in serata con oltre 130 caduti tra tedeschi, americani partigiani e civili. Si racconta di episodi particolarmente violenti in paese, testimoni raccontavano dei primi paesani morti. I fatti di sangue avvennero al mattino presto.Alle 7 i tedeschi irrompono nelle prime case del paese, in via della Bulitoia, e in una abitazione prima del piazzaletto Mario Cassettari di anni 29 viene ucciso sulla porta di casa da un soldato che lo centra con un colpo di fucile.Nella casa accanto un altro soldato spara inutilmente una lunga raffica di mitra attraverso una porta chiusa. I colpi raggiungono il bambino Giuliano Nardini di 4 anni che muore, in braccio alla mamma; altri 7 proiettili feriscono gravemente il fratellino Nardino di anni 11. Un partigiano, Giocondo Gonnella di Tiglio viene sorpreso in una casa in Piazza San Rocco, e ucciso. Verrà gettato dalla finestra.Nel frattempo "Wintergewitter" continuava, il battaglione "Mittenwald" aveva già messo in sicurezza tutto il fianco sinistro occupando Bebbio e dopo aver respinto un flebile attacco americano aprirono un decisivo varco anche verso destra raggiungendo anche la linea compresa tra Barga e Coreglia. L'operazione si stava rivelando un vero successo per le forze dell'asse. La mattina del 27 si mossero anche i reparti italiani della Monterosa che attaccarono le posizioni americane a sud di Castelnuovo,i reparti americani iniziarono una ritirata a rotta di collo verso sud. Entro sera gli italiani presero Gallicano, mentre dall'altro lato i tedeschi entrarono a Fornaci.Ormai il fronte era sfondato per oltre 20 chilometri.La mattina seguente l'avanzata continuava i tedeschi presero Calavorno, gli italiani Bolognana. Ma come si sa gli americani non sono certo i tipi che stanno a guardare e la 5a armata venne in soccorso, elementi della 1a divisione affluirono nella zona dello sfondamento aiutati ancora da ulteriori rinforzi dell'8a Divisione Indiana e dal massiccio supporto fornito dai cacciabombardieri Thunderbolt della 22nd Tactical Air Command che fra il 27 e il 29 dicembre compirono sopra la valle ben quattromila missioni con ben ottocento aerei.Il comandante germanico Fretter Pico per mancanza di rinforzi dette l'ordine di ritornare nelle postazioni di partenza nonostante che il maresciallo Graziani insistesse nell'avanzare.Nei due giorni successivi i soldati tedeschi ed italiani ripresero le loro posizioni di cinque giorni prima come niente fosse successo in barba allo spreco di vite umane. Oltre 2000 furono i  morti complessivi in quei giorni.In pratica l'operazione "Wintergewitter" non ebbe nessun risultato strategico, il terreno conquistato da Fretter Pico non poteva essere tenuto contro la soverchiante forza americana.In compenso gli italo
Gallicano bombardata
tedeschi ottennero un buon successo tattico impossessandosi di armi ed equipaggiamenti e di oltre 250 prigionieri,inoltre spostando le truppe su un settore secondario ritardarono l'offensiva alleata su Bologna.Pesanti critiche furono addossate agli afroamericani della 92a divisione Buffalo per lo sbandamento avuto durante l'offensiva.Le truppe furono spostate in una zona di settore tranquilla e riorganizzata.

Voglio chiudere per ben sintetizzare tutto con un brano del libro "Barga paese come tanti" di Bruno Sereni che ricordava quello che fu dopo quei terribili giorni
"...la camionetta del signor Governatore ( il comandante inglese) corre in su e in giù- … la tragedia di questa povera gente lo interessa dal punto di vista fotografico. Di quando in quando si ferma a prendere una serie di istantanee che un giorno farà vedere ai suoi amici in qualche “club dei Greenwich Village”. Che cosa rappresenta dopotutto questa fuga nel quadro della guerra per il Comando Alleato? La semplice perdita di qualche caposaldo che si riprenderà quando si vuole…"
FONTE: Il bel libro di Vittorio Lino Biondi e Giannini Dario "La battaglia di Sommocolonia" edito da Garfagnana editrice

martedì 23 dicembre 2014

Il Natale garfagnino degli anni passati nelle memorie di una bambina di allora.Era il lontano 1948...

Non tutti i Natali erano,sono e saranno uguali. Ogni Natale è figlio della sua epoca, del suo modo di vivere e delle persone che vivono quel momento, forse un giorno lontano i nostri nipoti o bisnipoti ricorderanno i nostri, ma per noi oggi  rimane sempre vivo nei
nostri ricordi e nei nostri cuori i natali che ci raccontavano i nostri nonni, fatti di cose semplici, di solidarietà e unione fra la gente e personalmente se dovessi vivere un Natale di quelli passati mi piacerebbe rivivere uno di questi che vado a raccontare. Questo che vado a narrare è un Natale garfagnino del 1948 riportato nelle memorie di una bambina di allora la Signora Iva di Gallicano:
"Mi ricordo che da piccola quando si avvicinava il Natale mia madre incominciava un po' di tempo prima a preparare qualcosa.Comprava lo zucchero e diceva -Questo lo useremo per il vino bollito- Poi preparava qualche bottiglia di liquore comprando gli estratti, poi la tradizionale bottiglia di rum non mancava mai, quella serviva per fare il ponce.Quelli erano tempi duri,non c'era niente, c'era solo miseria,però per Natale non volevamo farci mancare niente.Arrivava la vigilia ed era tradizione in casa mia fare l'albero proprio quel giorno.L'albero veniva fatto di zinebro (n.d.r:ginepro), mia madre mi aiutava a metteva sul tavolo fichi secchi,castagne secche, noci,qualche arancio e qualche mandarino.Io mi procuravo dei pezzetti di carta  di vari colori o anche di carta argentata per incartare le castagne e le noci che avrebbero fatto da palline,poi qualche fiocco di cotone sembrava neve,la stella veniva fatta di cartone poi la coloravo di giallo con la matita e l'albero era fatto.Era bello il mio albero!A me sembrava così! Veniva messo alla finestra in cucina,la finestra dava sull'aia ,io mi sentivo felice e passavo molto tempo ad ammirarlo.Avrei voluto fare anche il presepe, ma non potevo mancavano i soldi per comprare i personaggi, ma mia madre cercava di rincuorarmi dicendo - Non vedi? Qui dove stiamo noi è come se si vivesse in un Presepe! Osserva e vedrai -. Effettivamente la vita intorno a me si svolgeva proprio come in un presepe, sentite un po'.Io vivevo in Campi di Lato (n.d.r: località del paese di Gallicano) eravamo in sei famiglie,di fronte casa mia c'era la capanna del Lio ,qualche metro più in la quella
del Gino e venivano attraversate da un piccolo ruscello che serviva per abbeverare le mucche e per annaffiare gli orti.Di fianco alla capanna del Lio c'era un bel forno per cuocere il pane,un po' distante la polla dell'acqua buona dove le donne andavano a prenderla con le secchie. Dall' altro lato un lungo viottolo alberato c'era la capannetta del Martinelli dove teneva il gregge e alla fine del viottolo un ponticello di legno sospeso sopra la Turrite che serviva per condurci in Sant'Andrea (n.d.r: altra località di Gallicano).Per la vigilia mi affacciavo alla finestra accanto al mio albero e osservavo le persone indaffarate  che cercavano di sbrigarsi nelle faccende quotidiane per rincasare un po' prima data l'importanza del giorno.Il Lio che andava e veniva dalla stalla per governare le mucche,la mamma del Gino che tornava da mungere con il secchio pieno di latte caldo,la zia Marianna con la secchia in testa che tornava da prendere l'acqua dalle fontane e in lontananza sentivo il tintinnio dei campanelli delle pecore del Martinelli che tornavano all'ovile.Aveva ragione la mamma era come vivere in un presepe a cielo aperto e tutto questo mi riempiva di gioia. E così scendeva la sera, tutti si ritiravano nelle loro case, si accendevano le luci e si incominciava a preparare per la cena.Mia madre apparecchiava la tavola e mio padre metteva un grosso ciocco sul fuoco e diceva - Stasera bisogna scaldare Gesù Bambino- Io e miei fratelli non vedevamo l'ora di mangiare, quella sera la cena era costituita da piatti speciali:polenta e baccalà, cavolo nero e fagioli bianchi.Dopo cena era il momento più bello quando il babbo tirava fuori il torrone e tutti battevamo
le mani per la gioia, dopodichè  si cominciava a chiamare parenti e amici a prendere il ponce, poi cominciavamo anche noi ad andare di casa in casa a fare gli auguri e a brindare con i vicini.Verso le undici di sera cominciavano a suonare le campane, noi non andavamo alla messa di mezzanotte perchè il sentiero del "Brillo"era buio e ghiacciato.Allora verso mezzanotte ci mettevamo tutti intorno al camino a cantar "Tu scendi dalla stelle".A mezzanotte in punto si faceva il brindisi e ricordo che mio padre diceva sempre - E' nato!è nato! Auguri a tutti.Anche per quest'anno ci siamo arrivati- e poi noi più piccoli andavamo a letto mentre i grandi rimanevano a festeggiare .Arrivava il canto del gallo e loro erano ancora lì un po' brilli ma soddisfatti e felici.(Tratto dai racconti del libro "Stasera venite a vejo Terè?")  
Ora quando arriva Natale è tutto diverso, gli alberi scintillano di luci e colori, le vetrine dei negozi sono tutte illuminate ed è una lunga corsa al regalo.Ora Natale vuol dire consumismo se non c'è regalo non è Natale.Gli amici si incontrano si scambiano due auguri in fretta e furia  e diciamo la verità si è perso un po' del significato vero del Natale...
Che dire... i tempi cambiano e da parte mia non rimane che augurare un felice e sereno Natale a tutti!!! 

venerdì 19 dicembre 2014

Il Monte Sumbra e le marmitte dei giganti.Luoghi meravigliosi abitati da personaggi leggendari

Il Sumbra
Se il Pisanino è il re della Apuane e la Pania la sua regina possiamo considerare a buon titolo il Sumbra il suo principe.Il Monte Sumbra chiamato così a quanto pare perchè la sua mole imponente (specialmente se osservata da Vagli) ha l'aspetto di un animale accovacciato o di una sfinge che siede sulla propria ombra si trova diviso fra due comuni garfagnini:Vagli e Careggine.La sua vetta arriva a 1769 metri d'altezza e lo si può raggiungere facilmente da Capanne di Careggine godendo di panorami unici e severissimi, mentre percorrendo la strada Castelnuovo- Arni nel tratto da Campaccio a Tre Fiumi si può facilmente apprezzare tutto il grandioso versante meridionale.Da questo versante costeggiando i fianchi del monte un sentiero ci porta al bosco del Fatonero, una faggeta incantevole che tradizione vuole che sia abitato dai linchetti (n.d.r:piccoli esseri
Il bosco del Fatonero
(foto di Marco Matteucci)
dispettosi).Ma la cosa che più sorprende l'escursionista e ciò che produssero i giganti
(come leggenda dice) che abitavano queste zone: delle smisurate marmitte .La parete del Sumbra è un esteso squarcio nella montagna, una parete ripida e scoscesa interrotta da profondi canaloni e qui in fondo si aprono le famose Marmitte dei Giganti è come se un gigantesco colpo di vanga avesse rotto il monte per far vedere il cuore del marmo bianco immacolato,candido come lo stesso  cuore dei generosi giganti che abitavano quei profondi canaloni inaccessibili all'uomo.Si racconta che questi incavi nella roccia furono fatti da questi esseri mitici per creare così delle immense "scodelle"che potessero raccogliere l'acqua piovana che sarebbe servita per dissetarli.In verità si tratta di profonde buche cilindriche scavate nel letto dei torrenti dalla lenta azione erosiva dell'acqua e dei sassi trasportati.Possono arrivare fino a sei metri di diametro per un metro e sessanta di profondità...Ma siccome noi siamo anime sognatrici lasciamo da parte la scienza ed entriamo ancor di più nel leggendario e nel fantastico.La generosità di questi giganti è raccontata da una leggenda che narra delle fatiche e della povertà in cui viveva la gente di Garfagnana molto tempo fa.
Un vecchio pastore delle Capanne di Careggine abitava con i suoi piccoli due nipoti in una capanna fuori paese.Questi bambini erano rimasti purtroppo orfani di padre e di madre.La loro era una vita grama, e il povero nonno non aveva neanche più le energie di una volta ed era sempre più difficile provvedere a sfamare se stesso e i piccoli nipoti.Per sbarcare il lunario il povero vecchio accettava umili e faticosi lavori a destra e a manca, andava dal vicino di casa a tagliare legna, correva dal contadino ad accudire gli animali, ma poi quando sopraggiungeva l'inverno le difficoltà
Le Marmitte dei Giganti
(Foto Club Alpino Italiano)
aumentavamo e non aveva niente da mangiare cosicchè chiedeva aiuto ai paesani. Una mattina il nonno e i nipoti salirono sul Sumbra a raccogliere erbe che li crescevano abbondanti,lasciò i nipoti a raccogliere gli "erbi" mentre lui si mise a sedere ai piedi di una roccia, le lacrime cominciarono a solcare il viso del vecchio, la disperazione prese l'uomo che non riusciva a dare da mangiare ai piccoli.Il giorno seguente il vecchio risalì sul monte a cogliere ancora le erbe e quando ebbe terminato ritornò alla solita roccia del giorno prima a riposarsi e con grande meraviglia vide un mucchietto di sale proprio nel posto dove il giorno prima aveva versato le lacrime.In quei tempi il sale era merce preziosa perchè in Garfagnana scarseggiava ovunque ed era necessario per la conservazione dei cibi,possederne anche solo un po' era considerata una vera e propria fortuna. Il pastore se ne riempi le tasche e corse subito in paese a scambiarlo con farina, carne, fagioli e tutto questo andò avanti per molto tempo.Per molte mattine il nonno saliva sulla montagna trovava il mucchietto di sale e lo barattava riuscendo così a mettere da parte una buona scorta di cibo e anche qualche denaro.Un bel giorno tornando sul monte il vecchio non trovò più il sale, ma non se la prese più di tanto, la vita adesso era molto meno dura,il suo sguardo così si voltò involontariamente verso la roccia e vide scolpita sulla sua superficie il volto di tre giganti che sorridevano, volti misteriosi ed amici che lo avevano aiutato
Marmitte dei giganti
(foto club alpino italiano)
lasciando li il sale nella notti passate.Avevano scolpito i loro volti nella pietra perchè gli uomini si ricordassero della loro generosità ed oggi li possiamo vedere ancora là dove il sentiero esce dal bosco e si affaccia sul nudo precipizio del Sumbra.

Posti e luoghi che meritano di essere visitati, un posto questo quasi lunare che toglie il respiro e ha il potere magico di fermare il tempo all'epoca mitica dei giganti.





martedì 16 dicembre 2014

Un patrimonio artistico religioso tutto garfagnino (spesso trascurato): le "Mestaine"

Mestaine in Garfagnana
Sono esempi di un’arte popolare, che rappresenta un patrimonio storico religioso straordinario, ma poco conosciuto e spesso trascurato.La nostra valle ne è piena,la loro è una presenza silenziosa che sfugge spesso all'occhio distratto del passante e che, proprio per questo motivo occorre tutelare sempre con attenzione. Sono le "mestaine"così comunemente conosciute in Garfagnana con questo nome, in alternativa le possiamo anche chiamare maestà,maestaine,o marginette in ricordo di quando il termine latino “maiestas” era rivolto alla divinità e ai santi, oppure "Madonnine" perchè senza dubbio il maggior numero delle immagini è collegato al culto Madonna.Situate quasi sempre ad un incrocio o perlomeno in prossimità (fateci caso, poi spiegherò il perchè),sui ponti, sulle fontane,sono fatte in marmo,in arenaria o anche in terracotta. Avevano (anzi hanno) funzione votiva per ringraziare da uno scampato pericolo, oppure per proteggere una famiglia,una comunità o anche i raccolti.Oltre ad un motivo religioso anticamente ve ne erano altri più pratici, cioè quello di indicare la strada ai viandanti e anche di delimitare i confini fra una proprietà e l'altra. La loro origine è risale a tempi lontanissimi; anche questo è un culto e una tradizione che abbiamo ereditato dai romani.I primi furono loro ad erigere immagini raffiguranti gli Dei per ingraziarsi la loro protezione, tant'è che regolarmente si svolgevano delle vere e proprie processioni davanti a queste figure,delle cosiddette "rogationes"in latino o come si dice oggi delle rogazioni. Fatto sta che pari pari il cristianesimo ha fatto sua questa usanza ricalcando passo passo quello che fu dell'antica Roma e infatti anche i nostri nonni facevano queste rogazioni davanti alle mestaine in primavera per chiedere grazia a Dio e alla Madonna di un abbondante raccolto. Il gran numero di mestaine nella nostra Garfagnana ci induce a pensare che non siano frutto  di occasionali iniziative ma bensì di un rituale religioso consolidato nei secoli e ciò va inserito nel fermento religioso che coinvolse la valle intorno al 1600-1700 sull'onda della fine del Concilio di Trento (1563) che portò una ventata di "modernità" e di rispolvero in tutto il cattolicesimo in relazione poi a una certa tranquillità
1523:La più antica "mestaina"
 della Garfagnana a Puglianella
politica che vide in quell'epoca un vero "fiorire" di mestaine in ogni dove. Ne abbiamo una che è precedente a tutte le altre che va considerata a buon titolo la più antica di tutta la Garfagnana e si trova in località Sassina a Puglianella nel comune di Camporgiano ed è del 1523. Durante la bella stagione diverse pie donne nelle loro
passeggiate la domenica pomeriggio andavano alle mestaine a recitare rosari e preghiere e così anche i viandanti che ad ogni crocevia dove era posta un immagine sacra o una croce recitavano una preghiera:

Fermati o passeger non ti sia grave
chinare il capo e recitare un'Ave
Maria Santissima di cuore vero
copriteci con il vostro velo
Guidateci per la via sicura del Cielo
Madre del buon consiglio
pregate per il vostro figlio
che ci liberi da ogni periglio
e in morte ci dia buone sorte

Ma perchè di solito queste mestaine sono poste in prossimità di incroci o bivi ? Qui come spesso succede in questi casi si mescola il sacro con la superstizione, infatti era credenza che in queste strade a più vie si potessero generare energie cosmiche tali da richiamare un confluire di streghe e demoni ed ecco anche il perchè la maggior parte delle immagini raffigurate nelle mestaine rappresentano la Madonna che notoriamente schiaccia il serpente 
La Madonna che schiaccia
 la testa al serpente
simbolo del demonio. Oggi molte
mestaine sono state distrutte dal passare degli anni specialmente quelle che si trovavano lungo le mulattiere o i sentieri apuani. Purtroppo alcune di quelle rimanenti le troviamo malmesse, corrose dall'inquinamento,sbiadite dalle intemperie.Un vero e proprio patrimonio artistico e religioso garfagnino tenuto in vita nella maggioranza dei casi dalla cura delle persone del luogo. Non abbiamo timore di difendere la nostra storia, i nostri sentimenti religiosi, la nostra cultura e le nostre tradizioni. 

martedì 9 dicembre 2014

"La Questione Apuana":1946 .Quando la Garfagnana doveva far parte della 21a regione: l'Emilia Lunense

Panorami garfagnini
 Eppure oggi non ci avremmo nemmeno fatto caso...Mi spiego meglio...A scuola ci hanno sempre insegnato e così è che le regioni in Italia sono venti e che noi garfagnini apparteniamo a quella bellissima regione che è la Toscana.Ma in principio fu sempre così?Guardiamo un po'. Era da poco finita la seconda guerra mondiale e c'era da ricostruire tutto, proprio tutto, non solo cose materiali come case, chiese, scuole ma c'era da rimettere in sesto l'animo degli italiani prostrati da cinque anni di guerra e c'era da rimettere mano anche a tutto quello che riguardava la nuova forma di governo repubblicano subentrato dopo ottantaquattro anni di monarchia.Fu indetta così come tutti sapremo l'Assemblea Costituente (n.d.r: si riunì la prima volta a Montecitorio il 25 giugno 1946) che serviva appunto a scrivere e a riformare tutta la Costituzione.Fra le altre cose arrivò poi il momento di affrontare la questione riguardante le regioni,si cercò di formare e di rivedere regioni (già esistenti) che per affinità storiche,culturali, economiche e politiche fossero diciamo così compatibili e in base a tutto questo fu messa sul tavolo la cosiddetta "Questione Apuana".Uno dei maggiori assertori della "Questione Apuana" fu Giuseppe Micheli senatore parmense
(n.d.r:futuro ministro della Marina con il governo De Gasperi) che attraverso il suo giornale  "La giovane Montagna" propose una regione Emilia- Lunense fatta da quei territori e da un certo numero di province tra la pianura Padana e Mar Tirreno che comprendevano i territori di Cremona,La Spezia,Mantova,Massa Carrara,Parma,Piacenza,Reggio Emilia e...anche la Garfagnana,cioè, esattamente tutto quell'antico territorio degli Apuo-liguri-padani. Era una questione che si rifaceva si diceva così all'espansione romana e alla seconda guerra punica e poi si voleva ricalcare la suddivisione savoiarda che effettivamente vedeva ventun regioni.La stessa Garfagnana in quel periodo infatti faceva parte della provincia di Massa Carrara la quale provincia  fino al 1871 faceva parte dell'Emilia (quindi noi garfagnini prima di essere toscani
eravamo già stati emiliani), insomma la cosa trovò assensi in buona parte della Costituente e così nel luglio del 1946 la Commissione dei 75 propose ben 22 regioni (neanche 21...) fra le quali quelle che tutti sappiamo e in più "la nostra" Emilia Lunense e il Salento (n.d.r:divisa oggi fra le province di Lecce, Brindisi e Taranto) e la mozione in base all'articolo 123 del Progetto di Costituzione fu approvata in modo provvisorio,il tutto fu demandato alla decisione definitiva al Plenum Costituente che si sarebbe tenuto nel dicembre del solito anno. Si arrivò così al dicembre '46, esattamente il 18 dicembre e si voleva mettere la parola fine alla "Questione Apuana" e vedere così se il nostro destino sarebbe stato una volta per tutte toscano o emiliano. Fu così che la Seconda Sottocommissione approvò e confermò la proposta fatta a luglio ribadendo di fatto la formazione di 22 regioni cambiando denominazione alla regione da Emilia Lunense ad Emilia Appenninica con capoluogo di regione Parma...Boom !!!... Tutto d'un tratto eravamo diventati emiliani a dire il vero nostro malgrado, ma come detto la guerra era finita da pochissimo e queste in fin dei conti erano faccende marginali per la gente che doveva pensare a tutt'altro che a temi prettamente burocratici.La partita così sembrava definitivamente chiusa ma con un colpo di scena venne riaperta nel 1947 dall'ormai famosa Commissione dei 75 su proposta di Nilde Iotti che riferiva il parere del segretario del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti il quale chiedeva la sospensione della cosa in attesa di ancora approfonditi studi e venne chiesta la sospensione di ogni decisione in merito.La Commissione si riservò allora di decidere non appena fosse in possesso di ulteriori elementi di giudizio.Dopo una dura crisi di governo (si cominciava subito bene !!!) si arrivò così all'ordine del giorno del 29 ottobre 1947 che riguardava le nuove regioni dove si ritenne al momento di non avere elementi sufficienti per procedere ad un esatta determinazione delle regioni e ci si riservava ulteriori cinque anni per modificare ancora gli assetti regionali.I cinque anni passarono e tutto era andato nel dimenticatoio e sinceramente non era più il caso di fare ulteriori stravolgimenti in un Italia che di cambiamenti ne aveva subiti anche troppi e così una volta per tutte l'articolo 131 della Costituzione sancì definitivamente che le regioni erano 20 e che di conseguenza la nostra Garfagnana sarebbe rimasta toscana. Ed è tutto bene quello che finisce bene direte voi, invece no...Nel 1989 rigurgiti di
Lunezia i territori della "nuova" regione
"irredentismo" tornarono a galla e un giudice Alberto Grassi in una riunione tenutasi con il comitato promotore al Passo del Lagastrello (n.d.r: valico appenninico che separa la Lunigiana dall'Emilia Romagna) di fronte ai giornalisti informò tutti di voler ripristinare quello che non fu 43 anni prima, coniando per la nuova regione il nome di "Lunezia" (dall'unione di "Luni" e "Spezia") una regione che comprenderebbe le province di La Spezia, Massa-Carrara, Parma, Piacenza, Reggio Emilia,Mantova, una parte della provincia di Cremona e di nuovo la Garfagnana.A oggi il tema è ancora caldo per quanto riguarda Lunezia e tutti quelli che sostengono questa lotta (se così si vuole chiamare) tant'è che esiste un sito internet,(http://www.bagnonemia.com/Lunigiana_Lunezia/Regione_Lunezia_doc.ht)una bandiera ufficiale, si tengono manifestazioni che illustrano le bontà eno gastronomiche dei posti interessati, inoltre esiste un Premio Lunezia, riconoscimento che viene assegnato ogni estate a
La bandiera ufficiale di Lunezia
Carrara al valore musicale e letterario delle canzoni, che ha visto premiati negli anni i più grandi cantanti italiani dalla Pausini a Venditti fino ad arrivare a Baglioni, Renga e i Negramaro. 
Voi però fate come volete ma io mi sento orgogliosamente toscano, fiero di appartenere a una regione fra le più ammirate in tutto il mondo.Storia ,arte e natura sono un nostro patrimonio. 

venerdì 5 dicembre 2014

Una storia fatta di solidarietà lunga 35 anni. La Fiaccolata di Gallicano dall'ingegner Sandro Strohmenger a oggi

"Si dovrebbe pensare più a far del bene che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio"
La prima cartoline di promozione
alla Fiaccolata 1980
(foto tratta da Daniele Saisi blog)
così diceva Alessandro Manzoni ne "I promessi sposi"  e questa frase mi viene sempre in mente quando vedo fare un gesto di umanità, una cosa gentile per il prossimo e penso poi a quella bella sensazione interna di calore e soddisfazione che si ha quando personalmente facciamo un gesto di solidarietà,in quel caso è la nostra anima che è appagata non il nostro corpo e non mi voglio immaginare il compiacimento e la gioia di chi in quel lontano dicembre del 1980 organizzò e dette il via ufficialmente alla più grossa gara di solidarietà di tutta la Garfagnana:la Fiaccolata di Gallicano arrivata quest'anno alla 35a edizione. Ma andiamo un po' a ritroso nel tempo e raccontiamo un po' di quello che fu. Tutto nacque due anni prima nel 1978 quando le classi IV A e IV B della scuola elementare Sirio Poli di Gallicano insieme alle maestre (n.d.r: bravissime !!!) Alma Saisi e Duse Lemetti si posero una questione non da poco e cercarono, nell'intento di farsi dare una risposta di tirare in ballo tutti i mezzi di informazione locali facendo loro queste imbarazzanti ma giuste domande:
"Siamo i ragazzi di Gallicano delle scuole elementari IV A e IV B: scusate se vi disturbiamo ma abbiamo un problema da risolvere: esiste ancora il bene nel mondo? Per questo vi consultiamo. Perché non pubblicate il bene sul giornale? Noi siamo stufi di male e cerchiamo il bene. Il bene non c'è o non sapete trovarlo?".
La fiaccolata
Era il lontano 1978, erano "gli anni di piombo" tanto per capirsi, era l'anno della strage di Via Fani con il conseguente assassinio di Moro, era l'anno della misteriosa morte di Papa Luciani durato pontefice un solo mese, era sempre il 1978 quando la mafia uccise barbaramente Peppino Impastato,insomma fu un anno di sgomento per tutti figuriamoci per dei bambini di nove anni, fatto sta che le risposte dei cosiddetti media furono molteplici, alcune tranquillizzanti, altre insufficienti, altre ancora evasive, ma ci fu una risposta che lasciò a bocca aperta.La questione era arrivata sul tavolo di un nota firma del "Corriere della Sera" Giulio Nascimbeni (n.d.r: giornalista e scrittore, oltre 50 anni di carriera come capo redattore della terza pagina del quotidiano milanese, fu anche direttore della "Domenica del Corriere") che rispose ai ragazzi in un articolo sempre sul "Corriere della Sera" il  20 dicembre 1978:
".... i ragazzi di Gallicano chiedono di sapere dov'è il bene, un valore per cui non usano la maiuscola ma che la sottintende. Forse il bene è molto vicino, più vicino a loro che a noi, fuori dai grandi titoli, invisibile tra le righe del quaderno su cui hanno scritto la lettera. C'è anche un bene nel volere il bene. Altre risposte ci sembrano vuote come gusci. E di più per quanto ci riguarda non ci sentiamo di aggiungere. E' triste dover ripetere quel che scrisse Montale in anni lontani e più oscuri ("Codesto solo oggi possiamo dirti ciò che non siamo, ciò che non vogliamo"), ma la storia è capace di riprodurre smarrimenti, ansie, desolate solitudini."
Sandro Strohmenger ricevuto
da Giovanni Paolo II
I dubbi dei bambini di Gallicano avevano colto nel segno, avevano scosso le coscienze e una risposta a tali dubbi fu data sopratutto da un missionario laico l'ingegner Sandro Strohmenger, l'uomo che dette un senso definitivo a tutta la manifestazione.L'ingegner Strohmenger (collaboratore dell'O.N.U, candidato poi per il premio Nobel per la Pace) era uno che a 60 anni nel 1973 decise di fare qualcosa di buono per gli altri. I frati cappuccini gli segnalarono la necessità delle loro missioni in Papua Nuova Guinea, da allora costruì ospedali, scuole e chiese e venne a cercare il bene a Gallicano. Così alla ricerca del bene nel dicembre del 1980 si accese la prima fiaccola (n.d.r:ero presente anch'io, bambino di terza elementare) in Piazza Vittorio Emanuele in Gallicano con i seguenti obiettivi:gemellaggio con i bambini di Papua Nuova Guinea e lotta contro i tumori.Gli anni passavano e la fiaccolata cresceva sempre di più di anno in anno.Mi rimarrà sempre impresso nella mente il bell'articolo di Giulio Simonini su "La Nazione" nel dicembre 1982:
"Tra poche ore Gallicano spegnerà tutte le sue luci pubbliche, ma non rimarrà al buio. Il paese brillerà ugualmente rischiarato dalle fiammelle di una interminabile fiaccolata.L'ondata che sta coinvolgendo tutta la valle del Serchio,dall'alta Garfagnana a Lucca ha oltrepassato ogni più rosea aspettativa.E' una gara di solidarietà commuovente spontanea e contagiosa che vede uniti tutti gli strati sociali. [...] L'impegno di partecipazione è commuovente e unanime. Da Lucca a Castelnuovo, da Fornaci a Coreglia, da Barga a Bagni di Lucca..."
Il manifesto della Fiaccolata
di quest'anno:
 6 dicembre 2014
Era veramente uno spettacolo solamente a vedersi,nel buio della notte si poteva ammirare da tutti gli angoli della valle una striscia continua di fiammelle convergere tutte su Gallicano, una gara di solidarietà e partecipazione mai più vista in Garfagnana che portò al termine di quella terza edizione il consiglio comunale a conferire la cittadinanza onoraria di Gallicano al dottor Sandro
Strohmenger, per i suoi alti meriti morali e civili e per la sua testimonianza di solidarietà verso la comunità gallicanese e nel solito anno grazie anche a Gallicano fu costruita una scuola per i bambini della Papua Nuova Guinea. Oggi il "miracolo" continua e il 6 dicembre si ripeterà per la trentacinquesima volta.L'arcivescovo Italo Castellani benedirà le fiaccole portando forse con se un messaggio di Papa Francesco.Dimenticavo la cosa più importante!Dal 1979 fino al 2011(non ho ulteriori dati) le somme donate in beneficenza arrivavano a 514 mila 230 €. Che dire..."IL BENE E' CONTAGIOSO PIU' DEL MALE" così diceva Sandro Strohmenger.

martedì 2 dicembre 2014

Una valle e la sua fabbrica.La S.M.I a Fornaci e i suoi (quasi) cento anni di storia

E nel 2016 saranno 100 candeline...Per tutti è meglio conosciuta, (specialmente nei decenni passati) come  "il fabbricone".Negli anni ha cambiato più volte nome, L.M.I, K.M.E, Europa Metalli,ma per tutti rimane e rimarrà sempre la S.M.I (il suo nome originale) con il suo storico stabilimento di Fornaci di Barga che oggi come allora per la Garfagnana e la nostra valle ha voluto dire una parola sola: "PANE".Lo stabilimento di Fornaci è un bene unico, racconta fra le altre cose la storia del Paese, i cambiamenti sociali,le guerre,i mutamenti industriali, partendo addirittura dal
Vecchia foto ingresso degli
 operai alla SMI di Fornaci
(foto Bargarchivio)
Risorgimento.La storia della S.M.I di Fornaci parte dalla lontana Sicilia quando nei pressi di Palermo un "giovinetto" cominciò a lavorare nella piccola officina del padre, un officina per la produzione di attrezzi agricoli ed impianti per mulini, questo "giovinetto" si chiamava Luigi e nacque a Palermo il 2 marzo 1814, ma quello che importa di più non era il suo nome, ma bensì il suo cognome, il cognome era Orlando, colui che sarebbe diventato il capostipite della famiglia,quella famiglia che per quasi un secolo ha retto le sorti della S.M.I e non solo. Gli anni passavano e Luigi oltre al suo acume imprenditoriale sviluppò uno spirito patriottico, egli era un fervente anti borbonico,con i suoi fratelli Salvatore,Giuseppe e Paolo prese parte ai moti insurrezionali del 1848 contro i Borboni finiti purtroppo male da vedere così costretta una buona parte della famiglia all'esilio, decidendo di fatto di partire per Genova al tempo considerata una solida realtà operosa nel campo della meccanica. Gli Orlando si erano ambientati bene in Liguria tant'è che furono venduti tutti i loro beni in Sicilia e aprirono nel 1850, sempre a Genova una fabbrica di ferri da stiro e di letti di ottone siciliani, due anni dopo si ingrandirono ancora, i loro operai
Le case operaie  a Fornacicostruite
 per i lavoratori (foto Bargarchivio)

quadruplicarono da 30 a 120 e crebbe così anche la visibilità non solo imprenditoriale ma anche politica.Arrivò poi la svolta che ingraziò la famiglia nei favori del Conte Camillo Benso di Cavour (futuro primo presidente del consiglio dell'Italia unita) quando decisero di finanziare personalmente la Spedizione dei Mille, buttandosi così anche nella produzione di armamenti, alcuni cannoni furono donati a Garibaldi (che in vecchiaia restituirà il favore donando 100.000 mila lire ai cantieri Orlando in crisi).Nel 1866 gli Orlando imprenditorialmente parlando "volavano", ad Italia unita (o quasi) si presentò la possibilità di intraprendere un’attività cantieristica su vasta scala, quando il governo dovette decidere a chi concedere in affitto il Regio cantiere militare marittimo di San Rocco a Livorno,superata la concorrenza francese, l’assegnazione a Luigi Orlando apparve ovvia (lì costruirà la prima corazzata militare italiana la "Lepanto"), insomma fu una vera e propria escalation industriale.Si lanceranno poi da pionieri nell'industria elettrica con la STET Valdarno e nella telefonia con la TETI.La grande occasione arriverà all'inizio del nuovo secolo nel 1901 quando Luigi (non più il capo famiglia morto nel 1896 ma il figlio omonimo) fu nominato liquidatore della Società Metallurgica Italiana meglio conosciuta come S.M.I (un'azienda fondata nel 1886 a Roma la cui proprietà era in prevalenza francese),sorprendendo tutti con un abile intuizione invece di cederla la comprò per se per poi riconvertirla in industria di produzione di semilavorati e prodotti finiti per l'industria militare e quando l'Italia si tuffò nella Grande Guerra, colse
Mussolini in visita alla SMI di Fornaci
 con Luigi Orlando
l'occasione,ed ecco così che entra in scena Fornaci. In undici mesi sorge la fabbrica di Fornaci, che viene inaugurata nell'estate 1916 in una zona scelta con acume strategico: in quei tempi le fabbriche di munizioni andavano nascoste da occhi indiscreti, lontane dalla coste, protette dalle montagne e sopratutto dovevano essere ricche d'acqua,il ritratto perfetto della nostra valle. La nascita della fabbrica stravolge il tessuto economico della Garfagnana, fino ad allora solo agricolo.Decine e decine di contadini lasciavano i loro campi,i mugnai i loro mulini,i pastori i loro greggi,la montagna si spopolò per un salario più sicuro,le persone da contadini si trasformarono in operai. Altri lavoratori affluirono dal nord d'Italia per portare l'occupazione dello stabilimento ad alcune migliaia. La produzione di S.M.I si sestuplica: da 6.000 a 36.000 tonnellate annue. Dopo la guerra la fabbrica allargò la gamma della produzione ai settori civili, ma mantenne forte la fabbricazione di munizionamento,dai piccoli calibri ai proiettili per cannoni.Tra le due guerre il presidio si trasforma in "paese-fabbrica". Nascono la scuola, il teatro, l'albergo, le strutture sanitarie, la stazione ferroviaria, i negozi e le abitazioni per ottomila dipendenti. E quando, nel 1933 Luigi Orlando muore, suo figlio Salvatore eredita un gruppo solido ma di cui deve gestire il difficile dopoguerra, la definitiva riconversione alla quasi totale produzione civile,poi ancora il rilancio. Dalla fine degli anni Sessanta sarà poi suo figlio, nuovamente un Luigi, a guidare l'espansione internazionale fino a guadagnarsi l' appellativo di solo ed unico "re del rame".Ed eccoci ad oggi...Tutti sappiamo com'è la situazione dello stabilimento di Fornaci.Piange il cuore vederla così...In quei 514.000 metri
La SMI di Fornaci nel 1924
(foto Bargarchivio)
quadrati è racchiuso veramente un grande pezzo della storia della Garfagnana,ci sono racchiuse storie di uomini e donne fatte di gioe,dolori e sopratutto c'è racchiusa la speranza di un intera valle nel desiderio che questa maledetta crisi non ci porti via un altro pezzo della nostra vita.

Auguri S.M.I per i tuoi prossimi 100 anni.

venerdì 28 novembre 2014

Il caso del sandalo rosso. Storia di un omicidio plurimo nella Garfagnana di fine 1700

Un brigate del 700
Certo non ci faremo meraviglia nel dire che anche nei secoli scorsi
esistevano casi di omicidio efferati. Gli assassinii non sono figli dei nostri tempi, i vari omicidi tipo il caso di Garlasco, di Novi Ligure, di Cogne (tanto per ricordare i più eclatanti) che ci hanno lasciato a bocca aperta niente sono a quello che succedeva nel passato, a dire il vero al confronto oggi sembra di vivere a Disneyland o nel Paese dei Balocchi.Non riuscirete a crederci ma oggi (da questo punto di vista) viviamo in una delle società più sicure della storia.Da alcuni dati alla mano sul finire dell'800 (solamente poco più di cento anni fa)  c'erano 29 omicidi volontari ogni centomila abitanti (un'enormità!!!), oggi con lo stesso metodo di paragone abbiamo solamente lo 0,9.Grazie a Dio nessuno di questi tempi uccide più per un metro di terra, per adulterio (qui ho dei dubbi...), per furto di bestiame. Nel 2012, abbiamo avuto un record positivo: "solamente" 526 omicidi denunciati, il miglior risultato degli ultimi 150 anni di storia d'Italia,meglio di Francia, Gran Bretagna, Belgio e Danimarca. Tutto questo popò di numeri per dire appunto che gli omicidi nel passato si commettevano pure in zone remote come la nostra Garfagnana (anche assai direi) e vi fu un caso verso la conclusione del 1700 che andò a finire su tutte le cronache locali e sulle bocche di tutti nonostante gli scarsi mezzi di comunicazione.Fu un caso di plurimo omicidio che fece scalpore come oggi avrebbe fatto scalpore qualche altro "degno" delitto da meritare gli onori di "Porta a porta". Prima di raccontare i fatti tengo a precisare che ometterò volutamente nomi, cognomi e tutto quello che possa far riconoscere in maniera chiara i personaggi e rimarrò il più possibile vago sui dettagli di questa brutta vicenda, poichè potrebbe essere sempre possibile che qualcuno vi riconosca nella storia i suoi avi e quindi mi pare giusto non urtare la sensibilità di chicchessia nonostante che siano passati ormai più di 200 anni.Prima di iniziare a narrare voglio fare inoltre un'altra piccola premessa;mi sono imbattuto in questa storia quando settimane addietro facevo delle ricerche riguardanti la famosa via Vandelli e sono rimasto sorpreso dai documenti di questa vicenda tanto precisi e minuziosi in ogni suo aspetto che mi vien da pensare che alcuni particolari (di cui non parlerò) siano poco veritieri, spesso, e questo succede anche oggi, le notizie portate di voce in voce assumono contorni maggiori di quello che in realtà sarebbero e ciò non vorrei che fosse successo per questo caso.Ma andiamo a questo punto a
Un tratto della Via Vandelli
raccontare gli eventi.Siamo negli ultimissimi anni del 1700 e una giovane coppia (a quanto pare novelli sposi) saliva lungo la via Vandelli provenendo da Massa portando con se delle gerle di sale da portare in Garfagnana per scambiarle con farina di castagne, allo stesso tempo un altra coppia più anziana anche questi marito e moglie era partita dalla Garfagnana e faceva il percorso inverso e voleva raggiungere la costa, anch'essi per vendere  si dice testualmente "logori cenci".L'amaro destino volle che i quattro si incontrassero lungo il percorso e che come dice la buona creanza si salutassero per poi fermarsi insieme per sgranchirsi le ossa dai pesanti fardelli approfittando così di rinfrancarsi dalla lunga camminata e mettersi poi a fare due chiacchiere tranquillamente, parlando del più e del meno. Nell'intrattenersi la donna garfagnina notò le due gerle di sale (n.d.r: al tempo il sale era chiamato l'oro bianco, tanto prezioso perchè indispensabile all'organismo dell'uomo e poi serviva per conservare carne, pesce e quant'altro, praticamente sostituiva l'odierno frigorifero) e posò gli occhi ingordi su di esse. Con sguardo complice e forse con premeditazione i due garfagnini decisero di impossessarsi del bottino  e in men che non si dica saltarono addosso ai due sventurati massesi accoltellandoli senza pietà, sgozzandoli di fatto come due capretti e depredandoli dei loro averi e di un bagaglio in possesso della povera donna uccisa. Decisero così di tornare sui loro passi e far ritorno a casa. Una volta a casa, nascosto il sale, la donna aprì il bagaglio rubato e vide fra gli altri effetti personali un sandalo di un bel rosso brillante (colore poco usato in quel tempo dalla gente comune ) provò a cercare l'altro ma purtroppo per lei non lo trovò, ma rimase tanto ammirata che decise di mandare il marito dall'unico calzolaio del paese per farne fare un altro simile,così da avere poi la

coppia.Ma come ben sapete la vanità e il vezzo sono donna (oggi anche uomo a dire il vero...) e ciò fu fatale...Intanto in tutta la Garfagnana e verso le coste si era sparsa la voce del feroce
Panorami garfagnini
assassinio, sul luogo accorse la gendarmeria estense e subito notò che tale misfatto non poteva essere opera dei briganti che a decine e decine infestavano quella strada perchè il loro "modus operandi" (come si direbbe oggi) era diverso.Di solito si "accontentavano" di rubare la merce e anche i soldi lasciando nella maggior parte dei casi vivi i malcapitati, la loro arma da difesa poi era lo schioppo in caso di complicazioni non avrebbero esitato comunque a sparare, il coltello quindi molto raramente veniva usato da loro.Il caso fu affidato al più abile commissario prefettizio del ducato tale Barbieri.Il duca di Modena voleva risolvere il caso, la via Vandelli era diventata un luogo oramai insicuro e a dir poco pericoloso, ciò poteva compromettere seriamente i commerci su questa strada. La cosa quindi stava assumendo i contorni di un vero e proprio caso di Stato. Ma la polizia come si dice nei migliori romanzi gialli brancolava nel buio. Unico indizio sul luogo dell'omicidio fu trovato un ennesimo sandalo rosso vicino ai due cadaveri...Il caso volle non si sa come che questo sandalo finì nelle mani di uno degli uomini che lavorava da accompagnatore per la gendarmeria sulla Vandelli, proprio per investigare su questo caso.L'uomo abitava in un paese vicino, lo stesso degli assassini e decise di fare cosa gradita regalando questo sandalo alla figlia, una "bambinetta" dodicenne.Giustamente la bambina non sapendo che farci con un solo sandalo pregò il babbo di andare dal calzolaio per farne un'altro somigliante, la primavera stava per iniziare e la piccola non vedeva l'ora di far sfoggio di questi sandali rossi.Quando il padre portò poi il secondo sandalo al calzolaio del paese,questi si insospetti subito e mostrò all'uomo l'altro identico sandalo portato dall'anziana coppia qualche giorno prima, così parlando riuscì a comprendere tutto l'arcano e informò immediatamente la gendarmeria denunciando così marito e moglie che gli avevano portato la prima calzatura.I due furono ritenuti
Ercole III d'Este
colpevoli e il Duca di Modena Ercole III d'Este comminò di persona per loro la pena di morte, dovevano perire tramite il taglio della testa e così fu.A monito di tutti,viandanti, briganti e semplici passanti le teste mozzate dei colpevoli furono messe in due gabbiotte distinte ed esposte sulla Via Vandelli.Con il tempo la gente dell'allora piccolo borgo garfagnino volle dimenticare la vicenda e quanto accaduto ai loro compaesani e cercò di buttare la storia in leggenda, ma ciò non fu leggenda ma solo la cruda realtà.


martedì 25 novembre 2014

Il "grano dei poveri": il farro e il suo lungo viaggio dalla Palestina alla Garfagnana

FARRO(foto tratte da farrodellagarfagnana.it)
Accanto alle nostre ricchezze artistiche e paesaggistiche a mio avviso bisogna togliersi tanto di cappello alla nostra cucina.La cucina garfagnina è di origine contadina, fatta di antichi sapori, di semplicità,di genuinità fatta di piatti sostanziosi perchè così lo richiedeva la dura vita dei campi. Ma vogliamo mettere "i mangiari" che ci faceva la nonna? Io mi ricordo quella polenta di granturco con i funghi porcini in umido, per non parlare poi della mia gioia quando ammiravo quel pentolone con gli ossi di maiale a bollire e sull'altro fuoco la polenta di neccio a cuocere. Tutti piatti dati dai frutti della nostra terra, non da qualche serra nel sud della Spagna o da qualsiasi altra parte del mondo. I nostri funghi,le nostre castagne... e pensare che oltre a questi abbiamo un altro frutto di nobili e antichissima genesi che è simbolo del duro lavoro dei campi, anzi direi di più è antico come il lavoro stesso. Questo frutto è il farro, capostipite di tutti i frumenti oggi conosciuti.La sua coltivazione risale a 7000 anni prima della venuta di Cristo, alimento base degli Assiri,degli Egizi, dei popoli del Medio Oriente e dell'Africa del nord.Secondo recenti studi la sua origine dovrebbe essere in Palestina e guardiamo però un po' la strada che ha fatto prima di giungere in Garfagnana. Gira che ti rigira in Italia a quanto pare lo portarono i Greci, in quattro e quattr'otto i romani lo fecero suo e diffusero distese di coltivazioni, tanto da divenire il loro piatto forte.  Il "puls" o il "farratum" era un piatto tradizionale,anche qui veniva preparato in vari modi.Un piatto tipico era la "mola salsa" una focaccia usata anche nei riti religiosi, o ancora "il libum" una specie di torta.Era anche  simbolo di buon augurio, segno di abbondanza e fertilità e perciò donato agli sposi, inoltre era anche molto fortificante,il medico Galeno (n.d.r: antico medico greco) riferisce che agli eserciti era stato sostituito l'orzo con il farro perchè più energetico e nutriente e per capire meglio ancora  la sua importanza è bene dire che insieme al sale era dato come paga ai centurioni stessi.In quell'epoca Roma lo esportò in tutti i luoghi di conquista a partire dalle regioni del nord Europa fino alle estreme province italiche. Ma fra tutte queste province c'era un posto più degli altri dove questo cereale veniva più rigoglioso e abbondante, era la Garfagnana.Da quei lontani tempi il connubio Garfagnana farro è diventato indissolubile, il legame è diventato saldo proprio perchè è l'unico posto in Italia dove viene prodotto ininterrottamente da duemila anni,sopratutto perchè il farro si
Campi di farro in Garfagnana
(foto tratte da farrodellagarfagnana.it)
adatta stupendamente al nostro clima e trova ideale coltivazione in zone comprese fra i 300 metri fino a 1000. Arrivò poi il momento di crisi anche per il farro, con l'avvento di nuove varietà di frumento nudo (cioè privo di protezione esterna) il nostro cereale venne definitivamente soppiantato e confinato in alcune aree specifiche tanto da venir  chiamato "il grano dei poveri".Nella nostra valle come detto si è sempre coltivato, in una pubblicazione dal titolo "La Garfagnana 1883-1983 Aspetti economici, Agricoli, Urbanistici e Socio-culturali" si riporta un'indagine della produzione agricola fatta nel 1883 nel circondario di Castelnuovo Garfagnana.In questa indagine alla voce "farro" si legge:

" Lo coltivano assai, sebbene in pochi comuni, nei luoghi alquanto montuosi ma non troppo elevati. Dopo averlo raccolto nell'agosto lo brillano e ne fanno torte e minestra. Gli alpigiani del comune di S.Romano, Vagli ed altri luoghi ne vendono una certa quantità agli abitanti dei paesi vicini ed ai mercanti: costa circa 36-40 centesimi al chilogrammo"
Curiosità fra le curiosità mi piace sottolineare il fatto che il farro agli inizi del secolo scorso e nell'800 non veniva consumato dai garfagnini, anzi per meglio dire veniva consumato qualche volta, giusto giusto per variare dai soliti piatti a base di castagne e grano turco;ma a tutto questo c'era un perchè,lo si preferiva vendere sul mercato lucchese per guadagnare qualche soldo in più e soddisfare le esigenze della famiglia, anche perchè il farro aveva un prezzo più alto degli altri cereali coltivati. Fra alti e bassi siamo arrivati ai giorni nostri. La grande ripresa e un nuovo "boom" del farro nella nostra valle ci fu agli inizi negli anni 80 quando in un decennio circa si passò da coltivare poche migliaia di metri quadrati a qualche decina di ettari. Arrivò poi il fatidico anno del 1996 quando il
Il marchio IGP del "Farro della Garfagnana"
farro della Garfagnana ottenne dall'Unione Europea il riconoscimento di indicazione geografica protetta, il famoso I.G.P, divenendo di fatto il nostro prodotto principe. Oggi esistono circa 100 piccole aziende consorziate con il marchio "Farro della Garfagnana" che producono farro su una superficie di 200 ettari circa.Il consorzio attualmente lavora il 60% dei 2500 quintali di farro prodotto curandone direttamente la vendita.A dimostrazione della buona qualità del prodotto bisogna doverosamente aggiungere che nella fase di semina è assolutamente vietato l'uso di concimi chimici,fitofarmaci e diserbanti.

Che aggiungere, dopo tutto questo mi sarebbe venuta voglia di un minestra di farro fumante magari con un filo di olio "bono" sopra...

venerdì 21 novembre 2014

La leggenda di Aronte il gigante che difendeva le Alpi Apuane da qualsiasi nemico


Le Alpi Apuane sono patrimonio di tutti, non hanno territorialità,sono un bene comune e noi siamo fortunati perchè le "viviamo" tutti i giorni. Apriamo la finestra di casa ed eccole lì davanti a noi maestose ed imponenti;sia d'estate che d'inverno sono luogo per le nostre passeggiate ed escursioni,inoltre gustiamo i frutti che ci dona, come funghi, castagne,mirtilli e quant'altro, godiamo della sua aria cristallina,insomma sono un tesoro che va difeso, ognuno a suo modo.Io nel mio piccolo lo faccio diffondendo le sue belle leggende e le sue storie e vi narro oggi di come le difendeva Aronte un gigante posto a guardia dei nostri monti pronto a sfidare chicchessia nemico.Ma prima facciamo un po' di antefatto e
Vecchia foto rifugio Aronte
raccontiamo giusto, giusto due cose (interessanti) così per approfondire di più l'argomento. La storia (non la leggenda) ci dice che Aronte è veramente vissuto e che la sua figura è legata a doppio filo con le Alpi Apuane,era nato a Luni (oggi in provincia di La Spezia) ed era un potente indovino, forse il più potente dell'epoca, era di origine etrusca e viveva al tempo della Roma di Cesare (50 a.C circa),la sua vita si svolgeva in ascesi e meditazione in una grotta delle Alpi Apuane detta dei "Fantiscritti"nel versante carrarino. Un bel giorno l'aruspice (mago) etrusco fu richiamato dai suoi monti dai potenti di Roma per raggiungere la "città eterna" per spiegare alcuni misteriosi eventi che si erano manifestati e ai quali veniva attribuita particolare importanza, infatti guardando le viscere di un toro sacrificato presagì le sciagure che si sarebbero abbattute su Roma come la guerra civile fra Pompeo e Giulio Cesare con la vittoria di quest'ultimo. Dopo questi eventi tutti a Roma lo adoravano. Aronte era considerato colui che: "qui sapientem genuit testimonium centuriae et constituens ad historiam uniuscuiusque hominis" ovvero "un uomo saggio che testimoniava nei secoli il nascere e tramontare di ogni vicenda umana",ma lui nonostante fosse ricoperto di tutti gli onori volle ritornare sulle sue Alpi Apuane e lasciare la gloria agli altri.La sua fama raggiunse più di mille anni dopo anche il sommo poeta Dante Alighieri che lo citò nella Divina Commedia nel XX canto dell'inferno  e lo immaginava in una spelonca tra i bianchi marmi sopra Carrara da dove poteva guardare il mare e le stelle:


"Aronta è quei ch’al ventre li s’atterga,
che ne’ monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese, che di sotto alberga,
ebbe tra bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
E’l mar non gli era la veduta tronca."

La sua figura divenne così leggendaria nei secoli,l'amore di questo indovino per le sue montagne salì a simbolo di esse tant'è che si racconta (e qui si entra nella leggenda) che Aronte era un gigante che aveva il compito datogli dagli Dei di difendere le Alpi Apuane dagli attacchi dei nemici che provenivano dal mare. Quando i primi cavatori salirono sui monti per estrarre il marmo e ferire la montagna Aronte scese a valle per impedire agli uomini di rovinare questi meravigliosi monti. Il destino volle che una volta sceso Aronte incontrasse una giovane fanciulla e se ne innamorasse ma lei lo respinse,la disperazione e il dolore attanagliarono Aronte che per il dolore una volta risalito sulle vette delle Apuane morì. Fu così che da quel giorno che i monti delle Apuane vollero dimostrare la loro ingratitudine e inimicizia alla gente che abitava sulle coste girandogli "le spalle"e voltarono di fatto verso il mare le loro pareti più scoscese e inaccessibili.
Il rifugio Aronte oggi

La figura di Aronte era così entrata nel cuore degli amanti di queste montagne che fu così che nei pressi del Passo Focolaccia  (ai piedi del Monte Cavallo) il 18 maggio 1902 fu inaugurato il Rifugio Aronte,il rifugio più carico di storia in assoluto essendo il primo costruito sulle Alpi Apuane e fra l'altro detiene un altro record perchè posto a 1642 metri d'altezza quindi il bivacco più alto dell'intera catena. Dalla Garfagnana lo si può raggiungere lungo la strada marmifera che sale da Gorfigliano, in auto fino alla galleria del Passo della Tombaccia e di li poi a piedi fino al valico della Focolaccia, tempo di percorrenza circa due ore. Una gita da fare con serenità tanto c'è Aronte che ci protegge...

martedì 18 novembre 2014

La Fortezza di Mont'Alfonso nata sulle ceneri di un piccolo paese...Ecco la sua storia

La Fortezza di Mont'Alfonso (foto di Daniele Saisi)
Di solito quando siamo in un posto non pensiamo mai a quello che quel luogo è stato in passato. Siamo abituati a vivere il momento e non è nostra abitudine guardarci indietro. Questa brutta consuetudine ci porta a dimenticare il valore dei luoghi, ci porta a non avere una memoria storica e a prendere tutto con superficialità. Questo effetto l'ho riscontrato in particolare su uno dei nostri monumenti garfagnini per eccellenza, un vero e proprio gioiello recuperato in tutto l'antico splendore  e sto parlando appunto della Fortezza di Mont'Alfonso a Castelnuovo Garfagnana. Oggi questo luogo è adibito a feste di tutti i generi,sfilate di moda, cene a tema e anche eventi culturali,tutto interessante, gioioso e simpatico, ci mancherebbe altro e non mi prendete per un intransigente (è anche così che si riscoprono e si valorizzano le cose), ma non è una bugia quando dico che molti dei suoi abituali avventori non sanno niente della storia di questa fortezza e mi piacerebbe renderli consapevoli dell'importanza e del valore di questo posto e senza alcuna presunzione vorrei raccontarvi la sua storia.
L'interno della fortezza
 (foto Route 324)


Era l'epoca in cui Castelnuovo aveva per "padrone" gli Estensi e siccome i rapporti con il vicinato lucchese non erano così idilliaci si sentiva sempre di più minacciata e viveva nella paura di essere messa a ferro e fuoco dai nemici. Eravamo intorno al 1570 e la posizione geografica della cittadina non avrebbe permesso una lunga resistenza e la scarsa capienza del castello non permetteva di ospitare per lungo tempo la popolazione e così dopo molte insistenze,richieste e sopratutto dietro un contributo di ben 30.000 scudi da parte dei castelnuovesi stessi il duca concesse il permesso di edificare una fortilizio. Ma quale posto scegliere? La scelta cadde su un colle prospiciente Castelnuovo, sopra di esso però vi era però un piccolo borgo chiamato Monti, il piccolo paesello annoverava già una chiesa intitolata a San Michele e San Pantaleone (già citata in documenti d'archivio del 1045) e alcune case, ma la decisione era ormai presa, il piccolo borgo sarebbe stato inglobato all'interno delle mura della nuova fortificazione, la posizione era perfetta non si poteva rinunciare.Dal colle si dominava tutta la valle e la via che lungo il Serchio portava ai valichi appenninici. I lavori cominciarono nel 1579 e il progetto venne affidato a Marco Antonio Pasi (tanto per capirsi questo architetto estense era considerato all'epoca come un Renzo Piano oggi...) e terminarono nel 1585. A cotanta inaugurazione partecipò in persona il Duca Alfonso II d''Este e per tutto dire tale fortezza che dai castelnuovesi era stato deciso di chiamarla "San Pantaleone a Monte" (in omaggio all'antica chiesa li situata e in connubio con il nome del piccolo borgo preesistente) il duca impose che fosse intitolata a se stesso e nacque così quella che ancora oggi è chiamata "la Fortezza di Mont'Alfonso".Comunque sia era un opera di tutto rispetto,più di un chilometro di mura (1150 metri), sette baluardi collocati in modo asimmetrico per adeguarsi alle caratteristiche del terreno, otto posti di guardia. Al suo interno erano collocati gli edifici destinati alle truppe e agli ufficiali (oggi ne rimangono solo sette), una grande cisterna
La Pianta della Fortezza
per la raccolta dell'acqua piovana,una rimessa per i viveri, una casamatta sotterranea, carceri e nel 1617 venne costruita una fonderia da cannoni.Si racconta inoltre fra leggenda e verità che ci dovrebbe essere un cunicolo che la collega con Castelnuovo.Gli anni passavano e nel 1805 con le conquiste napoleoniche la fortezza cambiò padrone con la creazione del Ducato di Lucca e Piombino che sancì di fatto la riannessione della Garfagnana a Lucca. Questi lucchesi però non sapevano che farsene di questa fortezza visto gli enormi costi di manutenzione e decisero così di venderla al miglior offerente e così fu, ma la parentesi durò poco. Napoleone fu sconfitto a Waterloo ed esiliato a Sant'Elena e tutto tornò come prima e così anche a Castelnuovo ritornarono sulla scena i vecchi "proprietari" della fortezza, gli Estensi che se la ripresero senza se e senza ma.Ormai però spiravano venti di pace e tranquillità su tutta Europa e così anche a Castelnuovo e dopo gli sconvolgimenti napoleonici e l'avvento di una certa stabilità politica sulla fortezza si allentò anche il controllo militare. Era il 1830 testimonianze riportano che ormai la maggior parte degli edifici era pericolante e gran parte del terreno interno alle mura era stato trasformato in campi coltivati e luogo dove far pascolare le pecore. Allora venne così destinata ad ospitare solamente la IV Compagnia dei Reali Cacciatori
Vecchia foto della Fortezza quando
 ormai era diventato luogo dedito
 anche all'agricoltura e all'allevamento
(Collezione Fioravanti)
ripristinando soltanto due edifici.Arrivò anche Il nuovo secolo e segnò ancora una volta il passaggio di Mont'Alfonso in mano ai privati.La famiglia scozzese  Bechelli
(di chiara origine italiana)la acquistò e ne fece la propria residenza estiva, trasformando di fatto le prigioni in una graziosa villa liberty. Ma purtroppo le mille vicissitudini  per la fortezza non terminarono qui. Già il mantenere il tutto era difficile ma poi il famoso terremoto del 1920 dette un importante accelerazione al processo di degrado.Arrivò anche la seconda guerra mondiale e la fortezza fu disgraziatamente sede di domicilio coatto per numerose famiglie ebree mandate al confino a Castelnuovo in attesa dei formi crematori di Auschwitz (solo in tre si salvarono); ma il colpo di grazia alla fortificazione fu dato dai bombardamenti del 1944-45 che non  la risparmiarono causando danni su danni. Ormai i proprietari della famiglia Bechelli  cedettero,loro non ce l'avrebbero fatta a sostenere i costi di un restauro totale e 
la villetta in stile liberty dei Bechelli
mandare alla malora una tale opera sarebbe stato un delitto e così il primo novembre 1980 fu rogato l'atto di compravendita fra gli eredi della famiglia e la provincia di Lucca. I periti incaricati a redigere una relazione parlarono di un luogo che ormai versava in pessime condizioni,alcuni edifici erano completamente diroccati, insomma 
un vero disastro. Oggi come detto la fortezza è di proprietà della Provincia di Lucca che ha  promosso fra l'altro un programma di indagini archeologiche e restauro, inoltre se così si può dire è un prolungamento di Castelnuovo stessa, oggi è un luogo di promozione turistica e culturale...insomma la Fortezza è tornata a vivere.