martedì 29 aprile 2014

Il Procinto, il monte del mistero e della magia...

"Lo scoglio, ove il sospetto fa soggiorno,Alto dal mare da seicento braccia,Di ruinose balze cinto intorno,E da ogni parte il cader minaccia Il piu' stretto sentier, che guida al Forno,La' dove il Garfagnin il ferro caccia o la via Flamminia o l'Appia nomar voglio verso quel che dal mar va in cima al scoglio. "                                  
Il procinto e i suoi "bimbi"











Così Ludovico Ariosto nel 1525 ricordava l'inconfondibile e sinistra sagoma del Monte Procinto (1177 m) il monte più misterioso e magico delle Alpi Apuane sulla sommità del quale, nelle notti di luna piena si andava a raccogliere magiche radici. Molti botanici vi si recavano per raccogliere specie di fiori che crescono solo sulla cuspide rocciosa come, ad esempio, la radice della mandragola. Quest’ultima doveva essere estirpata sulla cima del Procinto nelle notti di luna piena. Tutto ciò richiedeva coraggio perché si dice che, quando si tentava di strappare la pianta dalla terra, questa emetteva delle grida talmente insopportabili che, colui che la estirpava, poteva essere vinto dallo spavento e morire all’istante. Ma se, una volta raccolta, veniva ben conservata e ad ogni nuova luna si avvolgeva in un panno di lino bianco e rosso, poteva allontanare i mali
Il fiore della Mandragola
che si trova sulla cima
 del Procinto
 la cui radice si dice
abbia poteri speciali
dalla casa e guarire le fratture.Antiche leggende parlano di tesori nascosti nelle grotte che si aprono sui fianchi della montagna. In alcune di esse si dice vi siano sepolti favolosi tesori portati lassù da pirati dopo aver trafugato case e paesi.Infatti si narra fra leggenda e realtà che un tempo, le coste della Versilia fossero spesso attaccate ed invase dalle navi turche che lasciavano le zone solo dopo averle spogliate di tutti i loro beni e solo dopo aver portato devastazione e morte. Per sottrarsi ad una simile eventualità, un pescatore prese i suoi piccoli figli e fuggì verso le Alpi Apuane. Dopo una giornata d’estenuante cammino, i bambini, esausti, chiesero al padre di fermarsi. Il vecchio trovò uno spiazzo sotto un gran castagno dove tutta la famiglia 

si fermò per passare la notte. Una tempesta però si alzò improvvisa ed un fulmine, impietoso, si abbatté sul castagno, sotto il
Il monte Procinto visto
dalla Pania della Croce
quale riposava la famigliola del pescatore, e lo incenerì insieme con tutti i suoi ospiti.Vista la tragedia che si era consumata il dio Pennino (Il dio protettore dai pericoli della montagna)si commosse profondamente e pietrificò la famigliola affinché potesse rivivere nella memoria dei posteri. Il Monte Procinto è il vecchio pescatore, mentre le più modeste guglie vicine, rappresentano i bambini che, infatti così ancor oggi sono chiamate “i bimbi” del Procinto.


domenica 27 aprile 2014

In ricordo di Karol Wojtyla (oggi santo).Quando visitò Lucca nel 1989. Cronaca di quella giornata...

Quel 23 settembre 89
il Papa e la cattedrale
 di San Martino sullo sfondo
Purtroppo in tutti questi secoli mai e dico mai nessun Papa è venuto a far visita in Garfagnana.Nessun Papa ha mai oltrepassato le mura di Lucca.L'ultimo ad arrivarci è stato Karol Wojtyla,Giovanni Paolo II (prima di lui hanno visitato Lucca altri tredici Papi) che proprio oggi sarà fatto santo insieme a Giovanni XXIII il Papa Buono. Ed oggi per celebrare degnamente questo evento voglio ricordare la visita del Santo Padre nella città,voglio brevemente ricordare come la comunità si preparò all'evento con cenni di cronaca di quel giorno ricco di appuntamenti e di tappe  dove molti garfagnini accorsero a fare visita al nuovo santo. Correva il 23 settembre del 1989 di quello che fu considerato a giusto modo un evento straordinario. Gli alberghi della provincia registrarono il tutto esaurito; le Ferrovie dello Stato potenziarono il servizio di treni per Lucca durante la mattina e si impegnò anche a fornire treni straordinari in orario serale. Idem anche gli altri mezzi pubblici.Lungo il tragitto dei mezzi che trasportavano il Santo Padre vennero deposti molti lumini, drappi,stendardi, bandiere e scritte in polacco.I campionati di calcio dilettantistici della provincia si fermarono. Al termine della lunga “giornata lucchese”, cenò e pernottò presso la Pensione delle Suore Dorotee.Durante le ore notturne un nutrito gruppo di fedeli vegliò sotto la finestra della sua camera.Il Papa atterrò in elicottero quel 23 settembre al campo Balilla ed entrò nelle mura da Porta S. Pietro tra ali di folla. Alle 15,30 circa arrivò insieme alla sua delegazione in Piazza Napoleone dove, in un apposito palco avvenne la prima cerimonia che prevedeva l’incontro con i Sindaci dell’intera provincia.Wojtyla incontrò poi nella cattedrale di San Martino l’intero clero lucchese: presenti 250 tra sacerdoti e religiosi, 400 suore e 600 laici rappresentanti dei consigli pastorali delle varie parrocchie Alle 17,30 l'incontro con la folla oceanica che lo acclamò mentre si affacciava dall’esterno del Salone Arcivescovile di Piazzale Arrigoni dove erano presenti ben 5000 giovani e giovanissimi.La giornata vide incontri scanditi senza sosta:uscito dalle stanze della Cattedrale salutò la folla festante per le vie della città. Il momento culminante fu certamente quello della Santa Messa che venne celebrata allo stadio Porta Elisa alle ore 19 e durò un’ora e mezzo circa: i numeri di questa funzione religiosa sono degni di incontri di rilievo internazionale: 230 sacerdoti concelebranti,400 ammalati sistemati in zone specifiche dell’impianto sportivo.I fedeli seduti sugli spalti o sul terreno di gioco erano in tutto 25.000.Il coro era composto da circa 800 persone.Il giorno seguente Lucca si svegliò molto presto per la partenza del Papa,un corteo di persone attese il Papa lungo Borgo Giannotti e le mura.Alle ore 8 il suo elicottero lasciò il terreno del campo Balilla.Nell'omelia dello stadio Porta Elisa Giovanni Paolo II ricordava che tutti i progressi scientifici e tecnologici non sono solo opera dell'uomo ma è di Dio l'ispirazione con una frase che ancora oggi è attualissima “L’uomo della nostra epica affascinato dalle scoperte della scienza e dalle vertiginose applicazioni che ne ha fatto
La pensione della suore
Dorotee dove il Papa dormì
la tecnica, è però spesso assorbito dalle proprie opere da dimenticare il Creatore, il Dio dal quale prende inizio il creato con tutto ciò che contiene, con tutta la ricchezza..."  
In ricordo di un grande Uomo oggi Santo che più di tutti ha lasciato un segno indelibile sulla nostra epoca:Karol Wojtyla

venerdì 25 aprile 2014

25 aprile 1945: Alla memoria di Ada Cassettai bambina uccisa da una guerra che lei non aveva voluto

Castelnuovo Garfagnana bombardata

Il 25 aprile 1945 segna la fine di cinque anni di guerra, segna la fine di una lunghissima e triste pagina per la nostra valle.Sono morti figli,padri,madri,sorelle,fratelli intere famiglie distrutte.Una guerra alla fine non ha vinti ne vincitori ma è l'apoteosi della sconfitta per l'umanità.Oggi è l'anniversario della liberazione dal nazi-fascismo e in queste pagine non voglio ricordare come si fa sempre nel celebrare questo giorno eroici partigiani o magari valorosi soldati,non voglio ricordare nè i morti di una parte nè i morti dell'altra;ma voglio ricordarmi di un anonima bambina a tutti sconosciuta.Questo mio 25 aprile è dedicato a lei.Il nome di questa bambina era Ada Cassettai,si sa ben poco di lei,sappiamo solamente che abitava nella nostra zona,sappiamo il nome della madre e del padre, sappiamo che faceva parte di quella moltitudine di sfollati sparsi sui monti della Garfagnana;però so che ha poco meno di quattro mesi dalla fine della guerra il suo piccolo cuore cessò di battere per sempre per una guerra che non aveva mai voluto ne cercato.Questa testimonianza è di un soldato italiano della R.S.I ed è bellissima (e allo stesso tempo bruttissima)e racconta di quando la piccola giunse già senza vita nel loro rifugio.Questa è una pagina della nostra storia per far capire il clima di quei giorni e sopratutto per far capire l'atrocità di una guerra che non risparmia nessuno nemmeno i bambini.Era il 30 dicembre 1944 i tedeschi con l'offensiva denominata Wíntergewítter (tempesta d'inverno) hanno fatto ritirare decisamente di qualche chilometro gli alleati verso Calavorno, ma gli americani stanno preparando il contrattacco...Così ricorda il soldato:
"Prosegue ininterrottamente l'offensiva aerea alleata.  Gli americani vogliono far pagare a caro prezzo il successo dell'operazione Wíntergewítter che, dati i mezzi di cui dispongono,li ha non poco ridicolizzati.Cacciabombardieri spezzonano e mitragliano la zona dove sono alloggiate le salmerie della linea pezzi della nostra batteria.Terminata l'incursione, ricevo telefonicamente notizia dal sergente Rabitti loro comandante, che non vi sono state perdite.Felice, scendo di corsa le scale per recarmi al piano terra e comunicare agli uomini la buona notizia, ma alla porta d'ingresso della costruzione incontro una giovane donna con un bambino in braccio.La mano destra della donna che sorregge la testa del piccolo è sanguinante e il
la bambina di "Schindler List"
bambino ha la testa sfracellata.La ragazza, tutta coperta di sangue, è venuta chi sa da dove per cercare soccorso.E' in stato di shock;certamente non si è resa conto che il bambino è morto.Questa improvvisa,inaspettata visione mi fa passare in un istante da uno stato di contentezza ad uno stato di sconvolgente costernazione;ho un capogiro, devo appoggiarmi alla costruzione per non cadere per terra, non riesco a guardare.Qualcosa in me rifiuta questa realtà, ho sopportato la visione di corpi straziati divenuti irriconoscibili ma l'espressione di quella madre, impietrita dal dolore e dalla disperazione, non riesco a sostenerla.Per fortuna arriva l'ufficiale medico che immediatamente soccorre la sfortunata ragazza e la ricovera nell'infermeria. Senza l'intervento dei dottore,non sarei riuscito a combinare niente di positivo, in quanto in un istante la mia mente ha cessato di ragionare. Maledirei il mondo e le atrocità della guerra.”
Soldati americani durante
 la controffensiva Wintergewitter
meglio conosciuta come Tempesta d'inverno
La piccola bambina di cui si parla si chiamava Cassettai Ada, figlia di Carlo e di Regoli Silvia, la giovane madre che la teneva in braccio.
In memoria di tutti quei bambini che sono morti e stanno ancora morendo in tutte le guerre del mondo.

mercoledì 23 aprile 2014

La Pania della Croce...e la problematica storia delle sue croci...

Lei è la regina incontrastata delle Alpi Apuane,da lassù si
domina il mare e la montagna,da lassù ci si sente veramente parte del Creato.Lei è la Pania della Croce e oggi voglio raccontarvi proprio il perchè del suo nome  e quindi il perchè della sua croce.La storia delle sue croci è recente.Prima il monte era conosciuto semplicemente come Pania e più anticamente come "Pietrapana", che deriva a sua volta da "Pietrae Apuanae" ovvero monti degli Apuani(antica popolazione locale).Già nell' 800  però si pensò di fare di questa vetta l'altare delle Apuane proprio perchè dalla sua sommità si potevano ammirare e oserei dire(in limpide giornate) quasi toccare con mano i tre elementi di vita terrena:acqua (il mare della Versilia) la terra (i monti della Garfagnana) e il cielo con i suoi 1859 metri d'altezza,in pratica tanta era la magnificenza di tale vista che ci si sentiva come a stretto contatto con Dio e in segno di devozione a ciò fu eretta la prima croce in legno.Della sua esistenza si ha già testimonianza da  Emanuele Repetti (geografo e naturalista ) infatti nel suo "Dizionario geografico fisico storico della Toscana" del 1830 nomina già la montagna come Pania della Croce (non più Pietrapana).Naturalmente le intemperie facevano si che questi croci lignee durassero ben poco e si decise così di innalzare una croce metallica che fu eretta il 19 agosto del 1900
19 agosto 1900 la prima croce metallica 
ma purtroppo il destino era avverso e fu così che malauguratamente fu colpita da un fulmine che letteralmente la piegò come se fosse un giunco(i resti di questa croce 
sono rimasti addirittura fino ad alcuni anni fa).Passarono gli anni e tutto si perse nell'oblio del tempo e la vetta rimase sguarnita di croce per 50 anni circa.Dopo alterne vicende, molte promesse e un rinnovato entusiasmo il sogno di riportare la croce in vetta ritornò finalmente realtà sempre un 19 agosto però stavolta del 1956.Il merito di questo,è bene dirlo,non fu come si potrebbe pensare di gente garfagnina, ma la croce fu riportata sulla cima dall' U.O.E.I (UNIONE OPERAIA ESCURSIONISTI ITALIANI) di Pietrasanta e in particolare dagli abitanti di Pruno,paesino della Versilia nel comune di Stazzema.Per quest'opera nel piccolo paese fu costituito un apposito comitato.Uomini,donne e ragazzi trasportarono a spalla tutto il necessario:la croce realizzata in tubi Dalmine,suddivisa in vari pezzi ed imbullonata sulla vetta,il materiale per le fondamenta
Ecco il giorno, 19 agosto
1956 la messa in posa
definitiva
dell'attuale croce
,cemento,rena,acqua, nonchè le cibarie per i lavoratori.Una lenta e costante processione procedè 
per giorni e giorni dal paese di Pruno alla sommità fino a che l'opera non fu completata E oggi è ancora lì a 1859 metri imponente e fiera come non mai


lunedì 21 aprile 2014

6 aprile 1912: Gli ultimi istanti di vita di Giovanni Pascoli raccontati dalla sorella Mariù

Il poeta,la sorella Mariù,
un amico e il cane Gulì
Il mese di aprile per la nostra valle oltre alla felicità della primavera iniziata porta anche un triste ricordo,la morte (6 aprile 1912) di un nostro illustre ospite,forse il più illustre (almeno in tempi recenti): Giovanni Pascoli.Voglio raccontare in queste pagine gli ultimi momenti di vita del poeta così come le ricordava Mariù Pascoli,l'amata sorella, nel libro di memorie "Maria Pascoli, Lungo la vita di Giovanni Pascoli" (Memorie curate e integrate da Augusto Vicinelli, con 48 tavole fuori testo, Arnoldo Mondadori editore 1961).Pascoli ormai è allettato e i suoi movimenti ormai si limitano a poco  e si decide quindi di trasferirlo nella casa di Bologna per poter esser meglio curato,tant'è che fu organizzato (il 17 febbraio del 1912)un treno speciale da Castelvecchio.Arrivarono a Bologna nel pomeriggio ad accoglierlo erano presenti amici e autorità. Ci fu poco tempo per i saluti. Stanco dal viaggio, fu subito trasportato nella casa in via dell’Osservanza... e da qui cominciano i ricordi di Mariù: "Il gran maestro Murri che lo visitò varie volte, confermò le nostre terribili previsioni. Il tumore maligno, svoltosi insidiosamente nello stomaco, aveva invaso il fegato, che andava dissolvendosi”(n.d.r: In queste memorie della sorella viene affermato che fosse malato di tumore allo stomaco ma è lecito pensare che fosse affetto da cirrosi epatica.Il certificato di morte riporta come causa un tumore allo stomaco, ma è probabile fosse stato redatto dal medico su richiesta di Mariù, che intendeva eliminare tutti gli aspetti che lei giudicava sconvenienti dall'immagine del fratello, come la dipendenza da alcool)Mariù scriveva in quei giorni a un amica di Castelvecchio: “Io sono sola e per ora non ho cercato nessuno. Per Giovannino basto, e questo è tutto. È quella benedetta porta che mi ammazza! Non ha idea della gente che viene per notizie”. E di gente in quei giorni ne entrava: medici, infermieri, giornalisti, conoscenti, amici, preti e massoni.Costretto a letto ogni giorno leggeva parecchi giornali seguendo “con sempre maggior ansia” le notizie della guerra di Libia “che a volte non trovava troppo soddisfacenti, e se ne addolorava”.Pensava anche alla sua casa di Castelvecchio. Un giorno sentendo un cinguettio di rondini chiamò la sorella dicendogli: “Tornano le rondini! Bisogna scrivere a casa che badino di non distruggere i nidini sotto la nostra grondaia, perché qualcuno mi fece l’osservazione che gli escrementi che ne cadono insudiciano le piante che sono al muro Per me non è affatto un sudiciume quello!”.Mercoledi, 3 aprile, dettò il suo ultimo testamento davanti al notaio e ai testimoni “ il suo sinedrio “ come lì definì. “Lascio tutto a Maria detta Mariù”. Intanto che il notaio scriveva disse mestamente: “È ridicolo dire di lasciar tutto quando non si ha niente!” “Verso sera disse: ho fame. Il cuore mi si allargò! Gli detti subito un biscotto, che egli mangiò volentieri facendolo scricchiolare coi denti, poi un caffè con ovo sbattuto, che prese molto bene. Indi si assopì”Iniziò così lunghe ore di sonno e il respiro diventava sempre più grosso e affannoso.Maria, pensando al peggio, mandò l’Attilia a chiamare il Padre Francescano Paolino Dall’Olivo  “amico di lui“Lo stato penoso di Giovannino durò immutato fino a oltre il mezzogiorno del Sabato Santo. Sperando disperatamente non mi ero mai scostata da lui, sempre tenendogli una mano nella mia, e spesso inumidendogli le labbra, povere labbra che il grave affanno prosciugava e arsiva! Ma ecco che, mentre le campane sonavano a festa annunziando la gloriosa Resurrezione del Redentore – la solennità cristiana prediletta da lui e da lui profondamente sentita – ecco che le dita della mano che tenevo io cominciarono a muoversi, ed anche un po’ a dischiudersi gli occhi. Dopo 36 ore si svegliava!”La sorella dalla gioia iniziale si rese subito conto che la situazione non era migliorata “il mio adorato Giovannino, uscito finalmente da quel sonno in cui era rimasto 36 ore, era entrato in agonia! E m’illusi fino all’ultimo. Tre ore ebbe d’agonia come Gesù sulla croce! Alle ore 15 e qualche minuto del Sabato Santo – 6 aprile 1912 – a un tratto egli aprí del tutto i suoi dolci occhi, sollevò e abbassò convulsamente le braccia con un alto grido, poi reclinò da una parte la sua cara testa, emise tre brevi respiri e poi… più nulla”.
I giornali italiani il giorno dopo “ne fecero ampia memoria” concedendogli onori “quali mai egli ebbe in vita”. Il re mandò un suo telegramma di condoglianze.Era morto a 56 anni. Come Dante, come Beethoven: “niente è a caso nel mondo” scrissero.
Dalla stazione di Castelvecchio il poeta partì per l'ultima volta il 17 febbraio 1912 ...




sabato 19 aprile 2014

La Pasqua di una volta in Garfagnana: 1938...

I tempi cambiano.La vita è frenetica,siamo sempre di corsa abbiamo perso sapori tradizioni e profumi di una volta quando lo scorrere del tempo era scandito dai ritmi naturali della vita.Ormai manca poco alla Santa Pasqua e questo racconto tratto dal libro "Stasera venite a vejo Terè?" di Fiorella Mazzanti ci riporta ad una lontana Pasqua del 1938 in Garfagnana.Una pagina emozionante di usanze e riti del tempo che fu...
    
"La mia Pasqua"
"Mi piace iniziare lo scritto in questo modo,mi fa tornare un po' bambina.Cerco di ritrovare e di risentire profumi e usanze (che pur sforzandomi di mantenere)vanno sempre più perdendosi nel tempo.L'avvicinarsi delle feste,quanta felicità!Se il Natale ci riuniva intorno al fuoco cantando (Tu scendi dalle stelle) ,la Pasqua era proprio un esplosione di gioia .Come fare a spiegare ciò che sentivo?Io che non sono una scrittrice? Chi come me ha vissuto quel tempo certamente capirà.Si viveva la Settimana Santa giorno per giorno facendo i preparativi per la festa.Prima di tutto si partecipava alle funzioni in chiesa.Non eravamo così dei bacchettoni,ma almeno a Pasqua la mamma diceva di soddisfare l'obbligo cristiano.C'era semplicità nei nostri cuori,forse questo era dovuto al vivere più a contatto con la natura,ad apprezzare tutto ciò che ci circondava.Il lavoro che ci dava da vivere era arare i campi e tagliare la legna.La settimana Santa i contadini si davano un gran da fare a seminare gli orti,mentre le donne accendevano il forno per cuocere il pane e le pasimate spandendo nell'aria un buon profumo casalino.Il giovedì santo legavano le campane, per richiamare i fedeli in chiesa il parroco suonava le "traccole"(n.d.r: la traccola è uno strumento in legno che produce rumore tramite la rotazione di una lamella che viene raschiata da una ruota dentata.Veniva usata durante la settimana santa,dal giovedì al sabato,in sostituzione delle campane).Questo suono particolare metteva dentro di noi un po' di tristezza ,si sentiva nell'aria e nel cuore quello che la chiesa faceva rivivere.Eravamo così genuini.Al mattino del sabato santo tutto era pronto, le pasticche di potassio (già ridotte in polvere e mescolate con lo zolfo) si deponevano sotto i sassi formando dei mucchietti più o meno grossi, a seconda delle pasticche che potevamo comprare.Era una gara fra noi ragazzi a chi riusciva a fare i colpi più grossi(n.d.r:era usanza all'epoca di accogliere la Pasqua con i botti,come adesso facciamo con l'ultimo dell'anno e dal momento che ancora i petardi non erano commercializzati si usavano mezzi artigianali piuttosto pericolosi come le  pasticche di potassio con zolfo)  ... E poi finalmente la Pasqua! Eravamo in attesa quando alle 10,30 si udiva il suono delle campane,tutti fuori, uscivamo dalle case grandi e piccoli,persino i neonati venivano tolti dalle loro culle.Così tra il vocio delle persone e i colpi che fendevano l'aria sembrava che anche le rondini in volo con il loro cinguettio partecipassero con gioia al suono festoso delle campane.Mi svegliavo presto la mattina di Pasqua,la mamma anche se con molti sacrifici riusciva a prepararmi qualcosa di nuovo :una sottanina ,magari un paio di scarpette,così la mia ansia di indossarle era tale che non mi faceva dormire.Festa! Questa parola si notava ovunque ,dall'aia spazzata,pulita,agli uomini che vi sostavano con le camicie bianche di bucato,le scarpe lucide per l'occasione si scambiavano pareri e cortesie.Persino gli alberi a quel tempo sembravano più felici.I loro fiori erano più splendenti,più vivi non soffrivano certo l'inquinamento di adesso .Ed ora? Cos'è la Pasqua ora? Si,andiamo ancora in chiesa,non ci manca certo il pane,ma ci manca quello spirito di solidarietà,di comprensione e di rispetto verso le cose e le persone.Abbiamo trasformato il mondo.Ci obbligano a vivere come una corsa all'oro."
Fiorella Mazzanti
Castelnuovo anni 30,è il giorno di festa ,la gente è in piazza

AUGURI DI UNA FELICE E SERENA  PASQUA A TUTTI I MIEI LETTORI (E NON SOLO)

giovedì 17 aprile 2014

La porta della valle: il Ponte del Diavolo...(storia e leggenda)

Vecchi disegno del Ponte...Quante cose cambiate !
Chissà quanti ponti del diavolo ci sono nel mondo, ma sono certo che pochi, se non nessuno, possano eguagliare il fascino del Ponte del Diavolo,la porta della nostra valle.Le notizie storiche certe sulla costruzione del ponte sono scarse. Nicolao Tegrimi (scrittore lucchese del XV secolo) nella sua biografia di Castruccio Castracani (1281-1328) ne attribuisce la costruzione alla contessa Matilde di Canossa (1046 – 1115), “veramente virtuosa e donna bellissima”.Secondo le ipotesi di Massimo Betti (ex sindaco di Borgo a Mozzano)durante il governo di Castruccio (fine '300) furono realizzati gli archi minori del ponte sostituendo precedenti strutture in legno Ciò spiegherebbe la differenza tra l'arco maggiore e quelli minori, e anche la diversa pendenza della via sul lato sinistro del ponte, costruito a partire dall'arco preesistente.Il ponte comunque sia fu edificato per consentire l’attraversamento del fiume Serchio ai viaggiatori che desideravano recarsi a Bagni di Lucca.Subì  poi altri maneggiamenti, tra i quali l’apertura di un nuovo arco(1899) per il passaggio della linea ferroviaria Lucca Aulla. Si chiamò dapprima “Ponte di Chifenti”, poi, non più tardi del 1526, fu chiamato “Ponte della Maddalena”, in relazione ad un oratorio che si trovava ai piedi del ponte.Il consiglio generale della Repubblica di Lucca nel 1670 poi ne proibiva di passarvi sopra con ceppi e macine da mulino con l'intento di preservare il ponte nella sua integrità Tutti, però, lo conoscono come “Ponte del Diavolo”, perché la sua leggenda è più forte della storia.Come è già noto, una leggenda racconta che in un borgo sulle rive del Serchio, ad un capomastro bravo e apprezzato fu affidato il compito di costruire un ponte tra i due borghi. Passarono i giorni e siccome il lavoro procedeva lentamente, fu preso dallo sconforto e dalla disperazione per il disonore che sarebbe derivato nell'ultimare il lavoro fuori dal tempo pattuito. Gli sforzi effettuati non contrastavano il veloce passare del tempo e una sera, quando scoraggiato si era fermato a vedere il suo lavoro, apparve un rispettabile uomo d'affari sotto le cui sembianze si nascondeva il diavolo. Quest'ultimo si avvicinò al capomastro promettendogli
di terminare il ponte in una sola notte. Egli, dopo aver ascoltato un po' sbigottito le parole del diavolo, accettò la proposta. In cambio di questo favore costui voleva l'anima della prima persona che avrebbe attraversato il nuovo ponte. Il giorno successivo gli abitanti di Borgo a Mozzano si svegliarono e trovarono il ponte terminato. L'artigiano ricevendo i complimenti delle persone, raccomandò loro di non oltrepassare il ponte prima del calar del sole e si recò a Lucca per consultarsi con il Vescovo. Egli lo tranquillizzò e gli suggerì di far sì che passasse un maiale per primo: il Diavolo arrabbiato per essere stato giocato si buttò nelle acque del Serchio e da allora non se ne hanno più notizie.


martedì 15 aprile 2014

Vecchie unità di misura garfagnine...Quando non usavamo il metro...

Anni 20 San Pellegrino vita rurale.Le
unità di misura  venivano usate
anche in agricoltura
Abbiamo sempre creduto di aver usato sempre le nostre unità di misura attuali come metro , litro ,chilogrammo. Invece no.Pensare che in Garfagnana già dal 1300 avevamo le nostre personalissime unita di misura per esempio per misurare i liquidi avevamo il Barile di Castelnuovo o per pesare sempre la libbra di Castelnuovo.Ma è bene fare un po' di chiarezza.Si evince appunto che dal
"Regolamento intorno le condizioni degli strumenti per le misure metriche"redatto a Modena, capitale del Ducato Estense, nel 1852, vengono elencate le unità di misura in uso nella provincia della Garfagnana; tali misure derivarono probabilmente da quelle che già nel '300 erano autonomamente utilizzate nella Valle e riconosciute nella loro ufficialità dallo Statuto Lucchese del 1308, all'epoca in cui Castelnuovo e gli altri centri garfagnini erano sotto l'influenza della città delle Mura.In particolare, nel Regolamento estense del 1852 viene esplicitato dove tali misure fossero in uso: a Camporgiano, Careggine, Fosciandora, Giuncugnano, Pieve Fosciana, Piazza al Serchio, Sillano, S. Romano in Garfagnana, Trassilico, Vergemoli, Vagli di Sotto e Villa Collemandina.
Nel dettaglio, tali misure erano:


 il Barile di Castelnuovo di Garfagnana era una misura di capacità per liquidi, e corrispondeva a 39,175 litri; il Boccale, una sua sottomisura, ne rappresentava 1/56 del volume, circa 0,7 litri
il Sacco di Castelnuovo era una misura di capacità per aridi, e corrispondeva a 133,33 litri, pari a 8 Mezzini da 16 litri.
il Braccio di Castelnuovo era una misura mercantile lineare, e corrispondeva a 0,5955 metri; si suddivideva in 12 Once, e ognuna di queste in 12 Punti
la Libbra di Castelnuovo era una misura mercantile di peso, ed equivaleva a 0,334 kg; a sua volta divisa in 12 Once (come il Braccio), a loro volta divisa ancora in 24 Denari
la Pertica di Castelnuovo era una misura agrimensoria lineare, corrispondente a 3,573 metri, cioè sei Braccia; da questa derivava la Pertica quadrata, misura

agrimensoria di superficie, che equivaleva a ettari 0,001276633 (cioè m² 12,76633).
infine, il Mezzino di Castelnuovo era la più grande misura agrimensoria, rappresentando 374 metri quadrati....Una volta era così ...Paese che vai misura che trovi !!!!

giovedì 10 aprile 2014

Gallicano: Il canale irrigatorio e i vessilli... smerdati di Francesco V



Il passante l'ha sempre guardata con occhio incuriosito quella bizzarra costruzione,ma la curiosità si è trasformata presto in ammirazione quando il passante stesso si è soffermato dinanzi a tale opera per meravigliarsi di quello che è un vero e proprio capolavoro architettonico.Il canale irrigatorio di Gallicano è un gioiello del paese e della valle, un simbolo, al pari senza dubbio della nostra chiesa di San Jacopo e finalmente proprio in questi mesi è cominciato il suo degno restauro, per questo mi pare giusto raccontare un po' la sua storia.

Il ponte canale (come tecnicamente è chiamato) nel XIX secolo doveva risolvere un grosso inconveniente per il territorio gallicanese, infatti nonostante fosse nella vicinanza di due fiumi, il Serchio e la Turrite, soffriva di siccità in certi periodi dell'anno, causando un elevata diminuzione dei raccolti, per rendere bene l'idea non pensiamo però a questi raccolti come agli orticelli fatti oggi per hobby, ma a vere e proprie colture, fondamentali per portare la “pagnotta” in tavola . I gallicanesi “forti” di questo problema portarono davanti al consiglio del Ducato di Lucca (di cui Gallicano faceva parte) e al suo illustrissimo reggente Carlo Lodovico, l'annosa questione,bisognava fare qualcosa e in fretta per ovviare a questo inconveniente non da poco e di fondamentale importanza. Carlo Lodovico capì subito l'importanza del caso, già in precedenza si era dimostrato molto sensibile in questo senso, dato che buona parte della sua politica era basata sul miglioramento delle vie di comunicazione e delle infrastrutture ( gli si deve fra le altre cose la miglioria di una delle strade principali che portano nella Valle del Serchio: la via Lodovica che da lui prende il nome), si pensò quindi alla costruzione di cotanta opera, così da garantire un costante approvvigionamento d'acqua in tutti i periodi dell'anno.L'idea fu presto trasformata in progetto con buona soddisfazione di tutti i gallicanesi e maggiore fu il gradimento quando seppero che il loro ponte canale era stato affidato alla realizzazione dell'architetto di punta del ducato: il famoso Lorenzo Nottolini .

Qui l'umile cronista doverosamente si ferma nella sua storia per fare una parentesi e per affrontare lo spinoso tema della paternità del canale irrigatorio che a tante discussioni ha portato. Sono state fatte alcune ipotesi, qualcuna diceva che l'opera non era “certificata” del Nottolini , altri invece confermavano il contrario e altri ancora aggiungevano o toglievano qualcosa all'argomento. Oggi posso affermare che accogliendo gli ultimi studi eseguiti dal professor Gastone Lucchesi alcuni anni fa si può attribuire senza dubbio il progetto iniziale all'architetto lucchese. Lo studio delle carte conservate all'Archivio di Stato di Modena e della corrispondenza fra il sindaco (dell'epoca) di Gallicano Vincenzo Cheli e il Ducato di Modena fugano ogni dubbio, (si vada a vedere “Il canale irrigatorio di Gallicano progettato da LorenzoNottolini”in “Rivista archeologica, stemmi e comuni” anno 1996 pag 97-102 )
Dopo questa indispensabilie e tediosa parentesi di cui i lettori mi scuseranno continuo nella mia narrazione.
Arriviamo così ai giorni prossimi alla costruzione del canale, ma proprio sul più bello quando gli abitanti di Gallicano già sognavano miracolosi e copiosi raccolti, affioravano all'orizzonte sconvolgimenti politici che videro naufragare le speranze della costruzione dell'agognato ponte canale. Lo scellerato duca di Lucca Carlo Lodovico si era fatto un po' prendere la mano dallo spendere e spandere tanto da mettere a repentaglio le casse del ducato stesso.Nel 1847 la situazione si aggravò ulteriormente, gli oppositori del duca iniziarono ad incalzarlo facendogli pressanti
richieste di riforme, il monarca ormai in difficoltà si vide costretto a fuggire e a chiedere asilo a Massa (città del Ducato di Modena).Tutto a quanto pare faceva parte di un piano concordato, accordi segreti fra i governi di Modena e di Firenze fecero si che Carlo Lodovico abdicasse in favore del Granduca di Toscana Leopoldo II, che in un sol colpo si ritrovò fra le sue mani il Ducato di Lucca ad eccezione dei territori di Montignoso, Minucciano,Castiglione e proprio Gallicano che passavano di fatto a Francesco V d'Este signore e duca di Modena.Gallicano tornava estense come già era stata in passato.Con il tempo però i gallicanesi si accorsero di essere trattati come cittadini di serie B,Francesco V teneva poco a questo territorio di confine che nei secoli non si era mai assoggettato al suo potere come la maggiror parte della Garfagnana e quindi concedeva poche agevolazioni e molte restrizioni ai poveri gallicanesi.Una richiesta comunque gli fu fatta ed era nel cuore dei nostri concittadini come ben sappiamo già da qualche anno, fu chiesta a gran voce da tutta la popolazione la realizzazione del bramato canale irrigatorio, ma la risposta fu secca ed inequivocabile: NO !.La disperazione e il malcontento serpeggiava per tutta Gallicano,questa era la goccia che aveva fatto traboccare il vaso, tant'è che una bella mattina al risveglio le guardie ducali si accorsero che i vessilli estensi che campeggiavano dalla casa comunale erano stati letteralmente smerdati, si avete capito bene, in segno di protesta e di sdegno per la mancata realizzazione del canale e dei soprusi subiti. Il nuovo Duca dopo questo oltraggio combinò una severissima multa di 7.000 mila lire per l'onta subita e inasprì ulteriormente le sue posizioni, del canale non ne voleva sapere nulla.Ma alla lunga consigliato dai suoi fidati collaboratori dovette cedere,vuoi per mantenere calma la popolazione e vuoi sopratutto per l'effettivo bisogno di questa edificazione che rischiava (se non fosse stata realizzata) di mettere alla fame un intero paese.Detto fatto gli amministratori locali di Gallicano presero la palla al balzo e vista la buona disponibilità ducale ritirarono fuori dal cassetto il vecchio progetto del Nottolini miserevolmente fallito anni prima e fu consegnato nelle mani dell'architetto estense Malaspina che non dovette far altro che mettere in pratica il disegno.Nel 1853 presero così il via i lavori, la gente era in tripudio, mai cosa fu più desiderata e attesa.Ma il bello doveva ancora venire per i cittadini di Gallicano quando arrivò il momento di saldare il conto.L'opera costò la bellezza di 34.000 mila lire (una cifra di tutto rispetto per l'epoca),3.000 lire (figurati sforzo!)le pagò il duca Francesco V che “benevolmente” condonò al comune anche le 7.000 mila lire di multa per i fatti dei vessilli sporcati, il resto della cospicua somma gravò sulle casse comunali e sul “groppone” dei contribuenti gallicanesi.Il tutto finalmente trovò compimento nel 1856, fu una vera meraviglia questa costruzione che si sviluppava per 6 lunghi chilomentri e andava ad irrigare ben 70 ettari di terreno


Oggi è ancora qua e da tutti è conosciuto come il canale irrigatorio di Francesco V, a mio avviso ingiustamente dato che è dedicato a una persona che di questo capolavoro artistico e sociale niente voleva sapere, ma che si è visto realizzato solo grazie alla caparbietà, alla volontà e ai denari dei gallicanesi.Comunque non c'è che dire...soldi spesi bene!!!



martedì 8 aprile 2014

La leggenda dell' "Omo Morto"

Tra la Pania della Croce e la Pania Secca c'è il profilo di un gigante addormentato.Tutti lo conoscono come "l'Omo Morto" ed è facilmente riconoscibile sia dalla Versilia, sia dalla Garfagnana, che dalla valle inferiore del Serchio.La leggenda si perde nella notte dei tempi e si narra che in un momento senza tempo la Pania della Croce non era unita alla Pania Secca e tra le due vette si stendevano vasti prati dove i pastori conducevano in estate i loro greggi.In quel tempo le pecore riempivano i declivi dei monti dove i greggi pascolavano tranquillamente sotto l'assonnato occhio dei pastori.Uno di questi si innamorò di una bella pastorella e da lei era ricambiata.La loro conoscenza ogni giorno si faceva più gioiosa e spensierata,le corse sui prati,le ghirlande di fiori diventarono momenti indimenticabili.Ma con il passare dei giorni il giovane sentiva il richiamo del mare,vedeva in lontananza i bastimenti che solcavano il mare di Pisa, Repubblica Marinara, centro di traffici commerciali e di ricchezza.La pastorella incominciò a preoccuparsi del suo innamorato la serenità dei giorni felici era svanita.Al volgere dell'estate il pastore trovò la forza di dare una spiegazione alla pastorella:voleva navigare,conoscere il mondo...Così fece e un giorno partì verso il mare.La giovane rimase così sola sulle aspre montagne.I giorni ed i mesi passavano e la pastorella trascorreva i mesi invernali davanti al fuoco del camino pensando sempre al suo amato sperando che prima o poi facesse ritorno.Tornò l'estate e con l'estate si ritornò a pascolare sui monti.I fiori e il cielo blu erano un inno alla gioia ma non per la pastorella,il suo sguardo e le sue preghiere erano sempre rivolte verso il mare sperando in un vano ritorno.Ma sapete come vanno le cose anche quando l'ultima delle speranze è perduta un opportunità viene sempre concessa e difatti un altro ragazzo si accorse della pastorella e si innamorò della sua triste bellezza ma lei fuggiva ogni contatto la sua speranza era un'altra era sempre rivolta verso il mare...Arrivò poi finalmente il giorno che confidò la sua pena 
Il profilo del volto
al ragazzo.Il ragazzo appreso lo stato d'animo della pastorella e spinto dal grande amore per lei salì sulla vetta della Pania della Croce e si rivolse a Dio e gli chiese di come fare per far si che la ragazza dimenticasse il suo amore lontano.Solo una era la soluzione impedire alla giovane di vedere il mare...Ma a che prezzo...Il ragazzo avrebbe dovuto sacrificarsi e lasciare che il suo volto venisse trasformato in quello di un gigante di pietra che avrebbe unito le due Panie, nascondendo così la vista del mare. Ed egli accettò, lasciò che il suo volto venisse impresso per sempre tra le montagne apuane e ricordato da tutti nei secoli a venire come "l'omo morto".

domenica 6 aprile 2014

Fabbriche di Careggine: il paese sommerso...la sua storia


Sotto il lago giace, immoto, lontano ma non dimenticato...La storia di Fabbriche di Careggine, paesello sommerso dalle acque del lago di Vagli, inizia nel lontano medioevo, quando un gruppo di fabbri ferrai provenienti da Brescia decisero di colonizzare le fertili terre della Garfagnana e stabilirsi dove poi è sorto il paese. Divenuto uno dei maggiori fornitori di ferro dello stato estense, nel 1755 fu dotato anche di un mulino per agevolare il lavoro, Nel ‘700 inoltre il Duca di Modena Francesco III concesse agli abitanti di Fabbriche di Careggine privilegi speciali come l’esenzione della leva militare per favorire la produzione di ferro.Praticamente era un paese di tutto rispetto, considerato anche a Modena economicamente redditizio.Ma gli anni passano e arrivò l‘800,fu un periodo di grande declino per la zona, causato principalmente dalla perdita d’importanza commerciale della Via Vandelli. Gli abitanti di Fabbriche si videro costretti a tornare alla vita pastorale agricola per non soccombere alla fame.Agli inizi del ‘900 un nuovo elemento s’introdusse nella storia del paese di Fabbriche di Careggine: il marmo. Con l’avvento di questo nuovo secolo insieme alla nuova attività di estrazione del marmo, il paese si risollevò e fra il 1906 e il 1907 venne anche costruita una centrale idroelettrica per sfruttare le acque del fiume Edron.Insomma fra alti e bassi il paese andava avanti finchè non arrivarono i giorni che suo malgrado lo resero nella memoria di tutti immortale Tutto iniziò nel 1941 quando la società Selt – Valdarno oggi chiamata Enel sbarrò il corso del fiume Edron con lo scopo di costruire un bacino idroelettrico, tra il 1947 e il 1953 venne costruita la diga (92 metri di altezza)e il lago di Vagli che iniziò a nascere con la conseguente morte del paese che stava sommergendo con i suoi 34 milioni di metri cubi di acqua.Quando venne sommerso contava 31 case popolate da 146 abitanti, un cimitero, un ponte a tre arcate e la chiesa romanica di San Teodoro risalente al 1590. I 146 abitanti che a malincuore lasciarono le loro case furono trasferiti nel vicino paese di Vagli di Sotto oppure in altre paesi della valle. Il lago di Vagli venne poi svuotato quattro volte, rispettivamente nel 1958, nel 1974, nel 1983 e nel 1994, per effettuare la manutenzione della diga. Durante questi rari eventi l’antico borgo di Fabbriche di Careggine è riemerso permettendo ai vecchi abitanti e ai turisti di tornare a visitare il paese.Camminare di nuovo fra le mura di questo antico insediamento riemerso dalle acque sarà un emozione che l’avvento delle nuove tecnologie di manutenzione della diga difficilmente si ripeterà.
il paese nel 1994 dopo
 l'ultimo svuotamento della diga
Il paese prima che venisse
 sommerso anni 30


venerdì 4 aprile 2014

Giuliano Guazzelli: 22 anni fa la mafia uccideva “il mastino”,eroe della nostra terra

Giuliano Guazzelli
Giuliano Guazzelli era un carabiniere, uno di quelli morti per mano della mafia. Gli spararono con la lupara e con i fucili a pallettoni, sfigurandolo.Era un eroe del nostro tempo e della nostra terra.Il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli era nato a Gallicano il 6 aprile del 1933, ci aveva lasciato da giovane nel 1954 per servire lo Stato, mandato nella lontana Sicilia per raggiungere Menfi (Agrigento).Qui si fa la sua vita, si sposa e ha tre figli e viene subito assegnato al nucleo investigativo di Palermo agli ordini del colonnello Giuseppe Russo.Sono gli anni in cui Totò Riina prende il potere su tutta Cosa Nostra, infatti il pool investigativo composto anche da Giuliano comincia da subito ad indagare sul potente clan dei Corleonesi. Indagini pericolose, tanto è vero che di quel pool perdono la vita sia il colonnello Russo che il maresciallo Jevolella, a Giuliano viene bruciata l'auto, segno inequivocabile che la sua sarà una vita al limite fra il vivere e il morire. Viene così trasferito a Trapani e poi chiamato ad Agrigento a guidare la polizia giudiziaria al tribunale . Soprannominato “il mastino” per la sua abilità di investigatore, in venti anni di indagini tra Palermo e Agrigento era diventato un esperto del fenomeno mafioso e dei rapporti mafia,politica e affari . Quel lontano 4 aprile sulla statale 115 direzione Porto Empedocle si stava recando a casa verso le due del pomeriggio in una giornata di sole siciliano con la sua Fiat Ritmo, quando un Fiorino sorpassandolo sul viadotto Morandi spalancò il portellone posteriore... i colpi di kalashnikov riecheggiarono in tutta la valle.”Il mastino” morì così quel maledetto 4 aprile del 1992, erano l'anno delle stragi, di Falcone e Borsellino, di Capaci e di Via D'Amelio e del maresciallo Guazzelli. 
Venne ricordato con queste parole da “Il Giornale di Sicilia”:
Eliminato ad Agrigento l'uomo che sapeva tutto sulle cosche,era la memoria storica che le combatteva da trent'anni”.
Giuliano era un uomo di cinquantanove anni che aveva già maturato i requisiti per la pensione, ma aveva preferito continuare a servire la Repubblica, .
Giuliano era uno dei migliori e la mafia i migliori li uccide ...


La Fiat Ritmo del Maresciallo Guazzelli crivellata di colpi quel 4 aprile 92


mercoledì 2 aprile 2014

La fanciulla di Vagli

le spille trovate nella tomba
Visse e morì nella Garfagnana tormentata dalle guerre che le pagine di Tito Livio fanno rivivere con l'emozione e la sottile simpatia per un popolo (i liguri apuani) radicato nelle sue tradizioni e nella sua aspirazione di libertà.Era il periodo che imperversava la guerra fra il Liguri-Apuani e la potente Roma e forse proprio in una di queste violente battaglie di 2200 anni fa perse la vita quella che oggi è conosciuta come “Ia fanciulla di Vagli” giovane Ligure -apuana di 12-14 anni. La ragazzina era sicuramente di alto rango,forse figlia di un capo tribù visti i suoi ornamenti preziosi ritrovati dentro la sua tomba.Fra i suoi oggetti personali c'erano spille, le cinture, i braccialetti, gli anelli e le collane d’ambra tutti chiusi dentro una coppa che conteneva anche le sue ceneri.Si perchè la classica sepoltura ligure apuana prevedeva che dopo la cremazione le ceneri fossero raccolte dentro un vaso e poi il tutto doveva essere sepolto in una tomba a cassetta (tomba composta da la
il luogo del ritrovamento
stre di pietra).Il tutto fu poi scoperto
alla Murata,nel 2008 poco distante da Vagli da un vaglino che casualmente mentre passeggiava vide dalla terra smossa da un escavatore i resti tombali.La scoperta fu subito dichiarata sensazionale e la fanciulla e i suoi resti cominciarono il suo peregrinare in laboratori vari e il girovagare di mostre in mostre fino a che finalmente lo scorso anno è ritornata stabilmente a casa a Vagli nel palazzo Verdigi dove può essere visitata su prenotazione così finalmente potrà continuare il suo eterno sonno nella terra che la vide prima nascere e poi morire...Riposa in pace piccola!