venerdì 28 novembre 2014

Il caso del sandalo rosso. Storia di un omicidio plurimo nella Garfagnana di fine 1700

Un brigate del 700
Certo non ci faremo meraviglia nel dire che anche nei secoli scorsi
esistevano casi di omicidio efferati. Gli assassinii non sono figli dei nostri tempi, i vari omicidi tipo il caso di Garlasco, di Novi Ligure, di Cogne (tanto per ricordare i più eclatanti) che ci hanno lasciato a bocca aperta niente sono a quello che succedeva nel passato, a dire il vero al confronto oggi sembra di vivere a Disneyland o nel Paese dei Balocchi.Non riuscirete a crederci ma oggi (da questo punto di vista) viviamo in una delle società più sicure della storia.Da alcuni dati alla mano sul finire dell'800 (solamente poco più di cento anni fa)  c'erano 29 omicidi volontari ogni centomila abitanti (un'enormità!!!), oggi con lo stesso metodo di paragone abbiamo solamente lo 0,9.Grazie a Dio nessuno di questi tempi uccide più per un metro di terra, per adulterio (qui ho dei dubbi...), per furto di bestiame. Nel 2012, abbiamo avuto un record positivo: "solamente" 526 omicidi denunciati, il miglior risultato degli ultimi 150 anni di storia d'Italia,meglio di Francia, Gran Bretagna, Belgio e Danimarca. Tutto questo popò di numeri per dire appunto che gli omicidi nel passato si commettevano pure in zone remote come la nostra Garfagnana (anche assai direi) e vi fu un caso verso la conclusione del 1700 che andò a finire su tutte le cronache locali e sulle bocche di tutti nonostante gli scarsi mezzi di comunicazione.Fu un caso di plurimo omicidio che fece scalpore come oggi avrebbe fatto scalpore qualche altro "degno" delitto da meritare gli onori di "Porta a porta". Prima di raccontare i fatti tengo a precisare che ometterò volutamente nomi, cognomi e tutto quello che possa far riconoscere in maniera chiara i personaggi e rimarrò il più possibile vago sui dettagli di questa brutta vicenda, poichè potrebbe essere sempre possibile che qualcuno vi riconosca nella storia i suoi avi e quindi mi pare giusto non urtare la sensibilità di chicchessia nonostante che siano passati ormai più di 200 anni.Prima di iniziare a narrare voglio fare inoltre un'altra piccola premessa;mi sono imbattuto in questa storia quando settimane addietro facevo delle ricerche riguardanti la famosa via Vandelli e sono rimasto sorpreso dai documenti di questa vicenda tanto precisi e minuziosi in ogni suo aspetto che mi vien da pensare che alcuni particolari (di cui non parlerò) siano poco veritieri, spesso, e questo succede anche oggi, le notizie portate di voce in voce assumono contorni maggiori di quello che in realtà sarebbero e ciò non vorrei che fosse successo per questo caso.Ma andiamo a questo punto a
Un tratto della Via Vandelli
raccontare gli eventi.Siamo negli ultimissimi anni del 1700 e una giovane coppia (a quanto pare novelli sposi) saliva lungo la via Vandelli provenendo da Massa portando con se delle gerle di sale da portare in Garfagnana per scambiarle con farina di castagne, allo stesso tempo un altra coppia più anziana anche questi marito e moglie era partita dalla Garfagnana e faceva il percorso inverso e voleva raggiungere la costa, anch'essi per vendere  si dice testualmente "logori cenci".L'amaro destino volle che i quattro si incontrassero lungo il percorso e che come dice la buona creanza si salutassero per poi fermarsi insieme per sgranchirsi le ossa dai pesanti fardelli approfittando così di rinfrancarsi dalla lunga camminata e mettersi poi a fare due chiacchiere tranquillamente, parlando del più e del meno. Nell'intrattenersi la donna garfagnina notò le due gerle di sale (n.d.r: al tempo il sale era chiamato l'oro bianco, tanto prezioso perchè indispensabile all'organismo dell'uomo e poi serviva per conservare carne, pesce e quant'altro, praticamente sostituiva l'odierno frigorifero) e posò gli occhi ingordi su di esse. Con sguardo complice e forse con premeditazione i due garfagnini decisero di impossessarsi del bottino  e in men che non si dica saltarono addosso ai due sventurati massesi accoltellandoli senza pietà, sgozzandoli di fatto come due capretti e depredandoli dei loro averi e di un bagaglio in possesso della povera donna uccisa. Decisero così di tornare sui loro passi e far ritorno a casa. Una volta a casa, nascosto il sale, la donna aprì il bagaglio rubato e vide fra gli altri effetti personali un sandalo di un bel rosso brillante (colore poco usato in quel tempo dalla gente comune ) provò a cercare l'altro ma purtroppo per lei non lo trovò, ma rimase tanto ammirata che decise di mandare il marito dall'unico calzolaio del paese per farne fare un altro simile,così da avere poi la

coppia.Ma come ben sapete la vanità e il vezzo sono donna (oggi anche uomo a dire il vero...) e ciò fu fatale...Intanto in tutta la Garfagnana e verso le coste si era sparsa la voce del feroce
Panorami garfagnini
assassinio, sul luogo accorse la gendarmeria estense e subito notò che tale misfatto non poteva essere opera dei briganti che a decine e decine infestavano quella strada perchè il loro "modus operandi" (come si direbbe oggi) era diverso.Di solito si "accontentavano" di rubare la merce e anche i soldi lasciando nella maggior parte dei casi vivi i malcapitati, la loro arma da difesa poi era lo schioppo in caso di complicazioni non avrebbero esitato comunque a sparare, il coltello quindi molto raramente veniva usato da loro.Il caso fu affidato al più abile commissario prefettizio del ducato tale Barbieri.Il duca di Modena voleva risolvere il caso, la via Vandelli era diventata un luogo oramai insicuro e a dir poco pericoloso, ciò poteva compromettere seriamente i commerci su questa strada. La cosa quindi stava assumendo i contorni di un vero e proprio caso di Stato. Ma la polizia come si dice nei migliori romanzi gialli brancolava nel buio. Unico indizio sul luogo dell'omicidio fu trovato un ennesimo sandalo rosso vicino ai due cadaveri...Il caso volle non si sa come che questo sandalo finì nelle mani di uno degli uomini che lavorava da accompagnatore per la gendarmeria sulla Vandelli, proprio per investigare su questo caso.L'uomo abitava in un paese vicino, lo stesso degli assassini e decise di fare cosa gradita regalando questo sandalo alla figlia, una "bambinetta" dodicenne.Giustamente la bambina non sapendo che farci con un solo sandalo pregò il babbo di andare dal calzolaio per farne un'altro somigliante, la primavera stava per iniziare e la piccola non vedeva l'ora di far sfoggio di questi sandali rossi.Quando il padre portò poi il secondo sandalo al calzolaio del paese,questi si insospetti subito e mostrò all'uomo l'altro identico sandalo portato dall'anziana coppia qualche giorno prima, così parlando riuscì a comprendere tutto l'arcano e informò immediatamente la gendarmeria denunciando così marito e moglie che gli avevano portato la prima calzatura.I due furono ritenuti
Ercole III d'Este
colpevoli e il Duca di Modena Ercole III d'Este comminò di persona per loro la pena di morte, dovevano perire tramite il taglio della testa e così fu.A monito di tutti,viandanti, briganti e semplici passanti le teste mozzate dei colpevoli furono messe in due gabbiotte distinte ed esposte sulla Via Vandelli.Con il tempo la gente dell'allora piccolo borgo garfagnino volle dimenticare la vicenda e quanto accaduto ai loro compaesani e cercò di buttare la storia in leggenda, ma ciò non fu leggenda ma solo la cruda realtà.


martedì 25 novembre 2014

Il "grano dei poveri": il farro e il suo lungo viaggio dalla Palestina alla Garfagnana

FARRO(foto tratte da farrodellagarfagnana.it)
Accanto alle nostre ricchezze artistiche e paesaggistiche a mio avviso bisogna togliersi tanto di cappello alla nostra cucina.La cucina garfagnina è di origine contadina, fatta di antichi sapori, di semplicità,di genuinità fatta di piatti sostanziosi perchè così lo richiedeva la dura vita dei campi. Ma vogliamo mettere "i mangiari" che ci faceva la nonna? Io mi ricordo quella polenta di granturco con i funghi porcini in umido, per non parlare poi della mia gioia quando ammiravo quel pentolone con gli ossi di maiale a bollire e sull'altro fuoco la polenta di neccio a cuocere. Tutti piatti dati dai frutti della nostra terra, non da qualche serra nel sud della Spagna o da qualsiasi altra parte del mondo. I nostri funghi,le nostre castagne... e pensare che oltre a questi abbiamo un altro frutto di nobili e antichissima genesi che è simbolo del duro lavoro dei campi, anzi direi di più è antico come il lavoro stesso. Questo frutto è il farro, capostipite di tutti i frumenti oggi conosciuti.La sua coltivazione risale a 7000 anni prima della venuta di Cristo, alimento base degli Assiri,degli Egizi, dei popoli del Medio Oriente e dell'Africa del nord.Secondo recenti studi la sua origine dovrebbe essere in Palestina e guardiamo però un po' la strada che ha fatto prima di giungere in Garfagnana. Gira che ti rigira in Italia a quanto pare lo portarono i Greci, in quattro e quattr'otto i romani lo fecero suo e diffusero distese di coltivazioni, tanto da divenire il loro piatto forte.  Il "puls" o il "farratum" era un piatto tradizionale,anche qui veniva preparato in vari modi.Un piatto tipico era la "mola salsa" una focaccia usata anche nei riti religiosi, o ancora "il libum" una specie di torta.Era anche  simbolo di buon augurio, segno di abbondanza e fertilità e perciò donato agli sposi, inoltre era anche molto fortificante,il medico Galeno (n.d.r: antico medico greco) riferisce che agli eserciti era stato sostituito l'orzo con il farro perchè più energetico e nutriente e per capire meglio ancora  la sua importanza è bene dire che insieme al sale era dato come paga ai centurioni stessi.In quell'epoca Roma lo esportò in tutti i luoghi di conquista a partire dalle regioni del nord Europa fino alle estreme province italiche. Ma fra tutte queste province c'era un posto più degli altri dove questo cereale veniva più rigoglioso e abbondante, era la Garfagnana.Da quei lontani tempi il connubio Garfagnana farro è diventato indissolubile, il legame è diventato saldo proprio perchè è l'unico posto in Italia dove viene prodotto ininterrottamente da duemila anni,sopratutto perchè il farro si
Campi di farro in Garfagnana
(foto tratte da farrodellagarfagnana.it)
adatta stupendamente al nostro clima e trova ideale coltivazione in zone comprese fra i 300 metri fino a 1000. Arrivò poi il momento di crisi anche per il farro, con l'avvento di nuove varietà di frumento nudo (cioè privo di protezione esterna) il nostro cereale venne definitivamente soppiantato e confinato in alcune aree specifiche tanto da venir  chiamato "il grano dei poveri".Nella nostra valle come detto si è sempre coltivato, in una pubblicazione dal titolo "La Garfagnana 1883-1983 Aspetti economici, Agricoli, Urbanistici e Socio-culturali" si riporta un'indagine della produzione agricola fatta nel 1883 nel circondario di Castelnuovo Garfagnana.In questa indagine alla voce "farro" si legge:

" Lo coltivano assai, sebbene in pochi comuni, nei luoghi alquanto montuosi ma non troppo elevati. Dopo averlo raccolto nell'agosto lo brillano e ne fanno torte e minestra. Gli alpigiani del comune di S.Romano, Vagli ed altri luoghi ne vendono una certa quantità agli abitanti dei paesi vicini ed ai mercanti: costa circa 36-40 centesimi al chilogrammo"
Curiosità fra le curiosità mi piace sottolineare il fatto che il farro agli inizi del secolo scorso e nell'800 non veniva consumato dai garfagnini, anzi per meglio dire veniva consumato qualche volta, giusto giusto per variare dai soliti piatti a base di castagne e grano turco;ma a tutto questo c'era un perchè,lo si preferiva vendere sul mercato lucchese per guadagnare qualche soldo in più e soddisfare le esigenze della famiglia, anche perchè il farro aveva un prezzo più alto degli altri cereali coltivati. Fra alti e bassi siamo arrivati ai giorni nostri. La grande ripresa e un nuovo "boom" del farro nella nostra valle ci fu agli inizi negli anni 80 quando in un decennio circa si passò da coltivare poche migliaia di metri quadrati a qualche decina di ettari. Arrivò poi il fatidico anno del 1996 quando il
Il marchio IGP del "Farro della Garfagnana"
farro della Garfagnana ottenne dall'Unione Europea il riconoscimento di indicazione geografica protetta, il famoso I.G.P, divenendo di fatto il nostro prodotto principe. Oggi esistono circa 100 piccole aziende consorziate con il marchio "Farro della Garfagnana" che producono farro su una superficie di 200 ettari circa.Il consorzio attualmente lavora il 60% dei 2500 quintali di farro prodotto curandone direttamente la vendita.A dimostrazione della buona qualità del prodotto bisogna doverosamente aggiungere che nella fase di semina è assolutamente vietato l'uso di concimi chimici,fitofarmaci e diserbanti.

Che aggiungere, dopo tutto questo mi sarebbe venuta voglia di un minestra di farro fumante magari con un filo di olio "bono" sopra...

venerdì 21 novembre 2014

La leggenda di Aronte il gigante che difendeva le Alpi Apuane da qualsiasi nemico


Le Alpi Apuane sono patrimonio di tutti, non hanno territorialità,sono un bene comune e noi siamo fortunati perchè le "viviamo" tutti i giorni. Apriamo la finestra di casa ed eccole lì davanti a noi maestose ed imponenti;sia d'estate che d'inverno sono luogo per le nostre passeggiate ed escursioni,inoltre gustiamo i frutti che ci dona, come funghi, castagne,mirtilli e quant'altro, godiamo della sua aria cristallina,insomma sono un tesoro che va difeso, ognuno a suo modo.Io nel mio piccolo lo faccio diffondendo le sue belle leggende e le sue storie e vi narro oggi di come le difendeva Aronte un gigante posto a guardia dei nostri monti pronto a sfidare chicchessia nemico.Ma prima facciamo un po' di antefatto e
Vecchia foto rifugio Aronte
raccontiamo giusto, giusto due cose (interessanti) così per approfondire di più l'argomento. La storia (non la leggenda) ci dice che Aronte è veramente vissuto e che la sua figura è legata a doppio filo con le Alpi Apuane,era nato a Luni (oggi in provincia di La Spezia) ed era un potente indovino, forse il più potente dell'epoca, era di origine etrusca e viveva al tempo della Roma di Cesare (50 a.C circa),la sua vita si svolgeva in ascesi e meditazione in una grotta delle Alpi Apuane detta dei "Fantiscritti"nel versante carrarino. Un bel giorno l'aruspice (mago) etrusco fu richiamato dai suoi monti dai potenti di Roma per raggiungere la "città eterna" per spiegare alcuni misteriosi eventi che si erano manifestati e ai quali veniva attribuita particolare importanza, infatti guardando le viscere di un toro sacrificato presagì le sciagure che si sarebbero abbattute su Roma come la guerra civile fra Pompeo e Giulio Cesare con la vittoria di quest'ultimo. Dopo questi eventi tutti a Roma lo adoravano. Aronte era considerato colui che: "qui sapientem genuit testimonium centuriae et constituens ad historiam uniuscuiusque hominis" ovvero "un uomo saggio che testimoniava nei secoli il nascere e tramontare di ogni vicenda umana",ma lui nonostante fosse ricoperto di tutti gli onori volle ritornare sulle sue Alpi Apuane e lasciare la gloria agli altri.La sua fama raggiunse più di mille anni dopo anche il sommo poeta Dante Alighieri che lo citò nella Divina Commedia nel XX canto dell'inferno  e lo immaginava in una spelonca tra i bianchi marmi sopra Carrara da dove poteva guardare il mare e le stelle:


"Aronta è quei ch’al ventre li s’atterga,
che ne’ monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese, che di sotto alberga,
ebbe tra bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
E’l mar non gli era la veduta tronca."

La sua figura divenne così leggendaria nei secoli,l'amore di questo indovino per le sue montagne salì a simbolo di esse tant'è che si racconta (e qui si entra nella leggenda) che Aronte era un gigante che aveva il compito datogli dagli Dei di difendere le Alpi Apuane dagli attacchi dei nemici che provenivano dal mare. Quando i primi cavatori salirono sui monti per estrarre il marmo e ferire la montagna Aronte scese a valle per impedire agli uomini di rovinare questi meravigliosi monti. Il destino volle che una volta sceso Aronte incontrasse una giovane fanciulla e se ne innamorasse ma lei lo respinse,la disperazione e il dolore attanagliarono Aronte che per il dolore una volta risalito sulle vette delle Apuane morì. Fu così che da quel giorno che i monti delle Apuane vollero dimostrare la loro ingratitudine e inimicizia alla gente che abitava sulle coste girandogli "le spalle"e voltarono di fatto verso il mare le loro pareti più scoscese e inaccessibili.
Il rifugio Aronte oggi

La figura di Aronte era così entrata nel cuore degli amanti di queste montagne che fu così che nei pressi del Passo Focolaccia  (ai piedi del Monte Cavallo) il 18 maggio 1902 fu inaugurato il Rifugio Aronte,il rifugio più carico di storia in assoluto essendo il primo costruito sulle Alpi Apuane e fra l'altro detiene un altro record perchè posto a 1642 metri d'altezza quindi il bivacco più alto dell'intera catena. Dalla Garfagnana lo si può raggiungere lungo la strada marmifera che sale da Gorfigliano, in auto fino alla galleria del Passo della Tombaccia e di li poi a piedi fino al valico della Focolaccia, tempo di percorrenza circa due ore. Una gita da fare con serenità tanto c'è Aronte che ci protegge...

martedì 18 novembre 2014

La Fortezza di Mont'Alfonso nata sulle ceneri di un piccolo paese...Ecco la sua storia

La Fortezza di Mont'Alfonso (foto di Daniele Saisi)
Di solito quando siamo in un posto non pensiamo mai a quello che quel luogo è stato in passato. Siamo abituati a vivere il momento e non è nostra abitudine guardarci indietro. Questa brutta consuetudine ci porta a dimenticare il valore dei luoghi, ci porta a non avere una memoria storica e a prendere tutto con superficialità. Questo effetto l'ho riscontrato in particolare su uno dei nostri monumenti garfagnini per eccellenza, un vero e proprio gioiello recuperato in tutto l'antico splendore  e sto parlando appunto della Fortezza di Mont'Alfonso a Castelnuovo Garfagnana. Oggi questo luogo è adibito a feste di tutti i generi,sfilate di moda, cene a tema e anche eventi culturali,tutto interessante, gioioso e simpatico, ci mancherebbe altro e non mi prendete per un intransigente (è anche così che si riscoprono e si valorizzano le cose), ma non è una bugia quando dico che molti dei suoi abituali avventori non sanno niente della storia di questa fortezza e mi piacerebbe renderli consapevoli dell'importanza e del valore di questo posto e senza alcuna presunzione vorrei raccontarvi la sua storia.
L'interno della fortezza
 (foto Route 324)


Era l'epoca in cui Castelnuovo aveva per "padrone" gli Estensi e siccome i rapporti con il vicinato lucchese non erano così idilliaci si sentiva sempre di più minacciata e viveva nella paura di essere messa a ferro e fuoco dai nemici. Eravamo intorno al 1570 e la posizione geografica della cittadina non avrebbe permesso una lunga resistenza e la scarsa capienza del castello non permetteva di ospitare per lungo tempo la popolazione e così dopo molte insistenze,richieste e sopratutto dietro un contributo di ben 30.000 scudi da parte dei castelnuovesi stessi il duca concesse il permesso di edificare una fortilizio. Ma quale posto scegliere? La scelta cadde su un colle prospiciente Castelnuovo, sopra di esso però vi era però un piccolo borgo chiamato Monti, il piccolo paesello annoverava già una chiesa intitolata a San Michele e San Pantaleone (già citata in documenti d'archivio del 1045) e alcune case, ma la decisione era ormai presa, il piccolo borgo sarebbe stato inglobato all'interno delle mura della nuova fortificazione, la posizione era perfetta non si poteva rinunciare.Dal colle si dominava tutta la valle e la via che lungo il Serchio portava ai valichi appenninici. I lavori cominciarono nel 1579 e il progetto venne affidato a Marco Antonio Pasi (tanto per capirsi questo architetto estense era considerato all'epoca come un Renzo Piano oggi...) e terminarono nel 1585. A cotanta inaugurazione partecipò in persona il Duca Alfonso II d''Este e per tutto dire tale fortezza che dai castelnuovesi era stato deciso di chiamarla "San Pantaleone a Monte" (in omaggio all'antica chiesa li situata e in connubio con il nome del piccolo borgo preesistente) il duca impose che fosse intitolata a se stesso e nacque così quella che ancora oggi è chiamata "la Fortezza di Mont'Alfonso".Comunque sia era un opera di tutto rispetto,più di un chilometro di mura (1150 metri), sette baluardi collocati in modo asimmetrico per adeguarsi alle caratteristiche del terreno, otto posti di guardia. Al suo interno erano collocati gli edifici destinati alle truppe e agli ufficiali (oggi ne rimangono solo sette), una grande cisterna
La Pianta della Fortezza
per la raccolta dell'acqua piovana,una rimessa per i viveri, una casamatta sotterranea, carceri e nel 1617 venne costruita una fonderia da cannoni.Si racconta inoltre fra leggenda e verità che ci dovrebbe essere un cunicolo che la collega con Castelnuovo.Gli anni passavano e nel 1805 con le conquiste napoleoniche la fortezza cambiò padrone con la creazione del Ducato di Lucca e Piombino che sancì di fatto la riannessione della Garfagnana a Lucca. Questi lucchesi però non sapevano che farsene di questa fortezza visto gli enormi costi di manutenzione e decisero così di venderla al miglior offerente e così fu, ma la parentesi durò poco. Napoleone fu sconfitto a Waterloo ed esiliato a Sant'Elena e tutto tornò come prima e così anche a Castelnuovo ritornarono sulla scena i vecchi "proprietari" della fortezza, gli Estensi che se la ripresero senza se e senza ma.Ormai però spiravano venti di pace e tranquillità su tutta Europa e così anche a Castelnuovo e dopo gli sconvolgimenti napoleonici e l'avvento di una certa stabilità politica sulla fortezza si allentò anche il controllo militare. Era il 1830 testimonianze riportano che ormai la maggior parte degli edifici era pericolante e gran parte del terreno interno alle mura era stato trasformato in campi coltivati e luogo dove far pascolare le pecore. Allora venne così destinata ad ospitare solamente la IV Compagnia dei Reali Cacciatori
Vecchia foto della Fortezza quando
 ormai era diventato luogo dedito
 anche all'agricoltura e all'allevamento
(Collezione Fioravanti)
ripristinando soltanto due edifici.Arrivò anche Il nuovo secolo e segnò ancora una volta il passaggio di Mont'Alfonso in mano ai privati.La famiglia scozzese  Bechelli
(di chiara origine italiana)la acquistò e ne fece la propria residenza estiva, trasformando di fatto le prigioni in una graziosa villa liberty. Ma purtroppo le mille vicissitudini  per la fortezza non terminarono qui. Già il mantenere il tutto era difficile ma poi il famoso terremoto del 1920 dette un importante accelerazione al processo di degrado.Arrivò anche la seconda guerra mondiale e la fortezza fu disgraziatamente sede di domicilio coatto per numerose famiglie ebree mandate al confino a Castelnuovo in attesa dei formi crematori di Auschwitz (solo in tre si salvarono); ma il colpo di grazia alla fortificazione fu dato dai bombardamenti del 1944-45 che non  la risparmiarono causando danni su danni. Ormai i proprietari della famiglia Bechelli  cedettero,loro non ce l'avrebbero fatta a sostenere i costi di un restauro totale e 
la villetta in stile liberty dei Bechelli
mandare alla malora una tale opera sarebbe stato un delitto e così il primo novembre 1980 fu rogato l'atto di compravendita fra gli eredi della famiglia e la provincia di Lucca. I periti incaricati a redigere una relazione parlarono di un luogo che ormai versava in pessime condizioni,alcuni edifici erano completamente diroccati, insomma 
un vero disastro. Oggi come detto la fortezza è di proprietà della Provincia di Lucca che ha  promosso fra l'altro un programma di indagini archeologiche e restauro, inoltre se così si può dire è un prolungamento di Castelnuovo stessa, oggi è un luogo di promozione turistica e culturale...insomma la Fortezza è tornata a vivere.

venerdì 14 novembre 2014

Le origini del dialetto garfagnino...Praticamente una Torre di Babele

Il dialetto è la nostra anima, è il nostro modo di esprimerci
La torre di Babele
 simbolo del dialetto garfagnino
è un segno che ci contraddistingue ma la Garfagnana (più di cento paesi raggruppati in 16 comuni su una superficie di 54.928 ettari) non ha un vernacolo unico, definito e quegli aspetti fonici e morfologici che fanno regola fissa in altri dialetti come ad esempio a Pisa (se sei di Pisa o della provincia niente cambia nel vernacolo)e in altri, qui in Garfagnana cambiano non sono mai fissi, ma si accentuano o si attenuano e cambiano di luogo in luogo (fra il vernacolo gallicanese e quello di Gorfigliano c'è quanto dal giorno alla notte), insomma addentrarsi nel nostro dialetto è un groviglio di supposizioni, di teorie e di deduzioni da far invidia alla biblica Torre di Babele. Mica che siano mancati gli studiosi, ah no! Mezza Europa si è interessata al modo di parlare dei garfagnini. Ne hanno scritto l'illustre professor Rolhs dell'università di Monaco, il professor Hubert dell'università di Zurigo,la bavarese Erika Bonin che addirittura nel 1952 pubblicò un saggio sul dialetto di Gorfigliano, lo svizzero Fauch tanto per gradire ha snocciolato così come se niente fosse trecento pagine sul dialetto di Vagli. In Italia la lista si allunga, il professor Bolelli dell'università di Pisa, il Bottiglioni di quella di Bologna, Ambrosi, Pieri insomma tutti con il "prof" davanti e con quali risultati ? Così dicono loro "positivi". Accidenti! Tanto positivi che io tutt'oggi povero
Alta Garfagnana Lago di Vagli
diavolo di un garfagnino non so a chi devo la grazia delle mie espressioni. Da quel poco (pochissimo) che ci è dato sapere il dialetto garfagnino secondo il prof  Bertoni ha una matrice comune nei dialetti emiliani, il Giannarelli ci dice ha infiltrazioni lunigianesi, a mio modesto avviso l'esimio linguista Giannini è quello che ci si avvicina di più. Considera la Garfagnana un mosaico di dialetti e la divide in tre aree linguistiche ciascuna con un proprio carattere fonologico: alta Garfagnana, da Vagli in su;media Garfagnana, con centro in Castelnuovo; bassa Garfagnana per i paesi che confluiscono su Gallicano Il dialetto garfagnino fa parte del gruppo garfagnino-versiliese, un dialetto di transizione tra il lucchese e il massese-lunigianese,con forti richiami emiliano-liguri (mamma mia che confusione!!!) questo soprattutto nei paesi non situati in valle ma sui crinali: l'alto garfagnino, è infatti per molti aspetti ancora più simile al massese-lunigianese con influenze emiliane nei comuni addossati al confine di tale regione. Le influenze di questo dialetto si fanno meno evidenti man mano che si ridiscende il Serchio e ci avvicina verso Castelnuovo e Gallicano, allora qui abbiamo anche delle influenze del dialetto lucchese ed è presente anche un fenomeno detto "toscanizzazione" è una tendenza moderna che riguarda sopratutto tutta la bassa valle,dovuta questa al fenomeno del pendolarismo,verso quelle zone dove il dialetto
Bassa Garfagnana,Gallicano
toscano D.O.C la fa da padrone.Andiamo però a vedere alcuni casi in cui  una caratteristica accomuna tutta la Garfagnana, t
ipico del dialetto garfagnino  è la sonorizzazione della "c" che suona quasi come una 'g'.Altra regola comune è l'amputazione,chiamiamola così, per meglio capirci dei verbi all'infinito: mangiare-"mangià"; bere-"be" dormire -"dormì"  , non c'è "re" che tenga, tutti tagliati via "Ballà, cantà,pià,sedè,vedè,piacè".Nel perfetto i verbi in ere terminano in "etti"io lessi "io leggetti" io vidi "io vedetti" e quelli in ire in "itti" io sentii "io sentitti" e così via...Tale pronuncia ci accomuna con i versiliesi e massesi probabilmente per il comune ceppo apuano, in quanto in antico le nostre terre non erano abitate dagli etruschi (come le altre zone toscane) ma dai liguri apuani.

Oggi il dialetto sembra quasi anacronistico, merce di contrabbando.Non si parla più, ci si vergogna,lo si considera come qualcosa di inferiore impresentabile.Eppure fu per molti secoli l'unico mezzo d'espressione.Ci si sentiva liberi da ogni inceppo della cultura, la fantasia non veniva ostacolata perchè era il modo di esprimersi più spontaneo, più diretto ed efficace...

martedì 11 novembre 2014

Le strade garfagnine di una volta: la Via Vandelli frutto di un matrimonio combinato...

la via Vandelli
Le strade in Garfagnana sono state sempre un problema è inutile nasconderci dietro ad un dito, la natura ci ha stretto fra due catene montuose le Alpi Apuane e gli Appennini e gli ingegneri si sono dovuti sempre arrangiare per darci una circolazione stradale decente, solo negli ultimi decenni ad esempio possiamo raggiungere Lucca in maniera agevole, se poi vogliamo andare al mare d'estate per goderci qualche giornata di sole  ci accorgiamo quanto ancora sono impervie le strade per giungere alle assolate spiagge versiliesi. I problemi quindi ancora tutt'oggi ci sono
e continuano...figuriamoci una volta.Un caso emblematico è rappresentato da questa vecchia strada di cui vi racconterò oggi. Abbiamo sentito parlare spesso della Via Vandelli e parlando di essa riusciremo a capire che all'epoca costruire una strada era un impresa a dir poco titanica.Il tutto ebbe inizio con un matrimonio d'interesse nel lontano 1741 fra il figlio del duca di Modena Ercole d'Este e l'erede del ducato di Massa Maria Teresa Cybo-Malaspina, si perchè è bene precisare che il Ducato di Modena (che allora governava la Garfagnana) aspirava come nelle migliori tradizioni dei regni a uno sbocco sul mare per migliorare i mercati e sopratutto (in questo caso) per la creazione di un porto militare (poi mai fatto a causa dei bassi fondali)  e quale occasione migliore di far sposare il proprio rampollo con la figlia di un duca, principe o chicchessia che avesse almeno un lembo di terra che si affacciasse sul mare? Tale sorte come detto toccò al Ducato di Massa.A matrimonio fatto le aspirazioni del duca di Modena Francesco III si concretizzarono e pote dare inizio (per dire il vero l'opera fu iniziata nel 1739 a promessa di matrimonio avvenuta...) ad una strada che congiungesse  Modena con Massa che attraversava l'Appennino tosco-emiliano giungeva in
il percorso della Vandelli
territorio garfagnino toccando San Pellegrino in Alpe, Castiglione Garfagnana,Pieve Fosciana quindi dopo aver attraversato il fiume Serchio risalire la Valle dell'Edron fino a Vagli di Sotto,la località Arnetola e il duro passo della Tambura per poi di li scendere verso Resceto, poi Massa.Facile a dirsi ma a farsi fu a dir poco ardua, basterebbe dirlo se fosse ancora in vita all'abate (era anche un religioso) Domenico Vandelli, l'ingegnere matematico che progettò e ideò questa strada a cui fu concesso l'onore di intitolarsela con il suo nome... o per meglio dire cognome.Da un punto di vista puramente tecnico fu un opera considerata all'epoca all'avanguardia.Al Vandelli tanto per rendergli la vita più "facile" gli  vennero posti anche dei vincoli costruttivi imperativi. Oltre ai costi contenuti, unitamente ai tempi brevi per la costruzione, la strada doveva richiedere una manutenzione minima, poter permettere il passaggio di mezzi pesanti che

trasportavano il marmo di estrazione locale e concepita in modo di durare nel tempo. Le pendenze dovevano essere tali da permettere il loro superamento. Un ulteriore vincolo era rappresentato dalla necessità che il tracciato non attraversasse mai lo Stato Pontificio, né la Repubblica di Lucca, né il Granducato di Toscana.Tutti questi fattori determinarono un costo rilevante per la sua realizzazione tant'è che fu presentata al popolo come strada carrozzabile e commerciale per farla pagare in parte alle comunità locali (passano i secoli ma le brutte abitudini rimangono...) Per completare l'opera, lungo la strada vennero costruite stazioni di manutenzione e stazioni di sosta per il cambio e l'abbeveraggio dei cavalli, ostelli, piazzole per lo scarico ed il carico delle merci e posti di guardia.La strada inoltre aveva numerose diramazioni che servivano per collegarsi a piccole località, fabbriche, cave di pietra,di marmo e miniere di ferro.Il tratto più duro da fare fu manco a dirlo quello del passo del Monte Tambura.Insomma fra alti e bassi la strada fu terminata nel 1751 dopo dodici anni circa  di duri lavori e 360 Km di percorrenza complessiva .La strada una volta fatta presentò subito due grandi problemi nel tratto garfagnino.Il primo era dovuto ai rigidi inverni nostrali;la neve rendeva impossibile il passaggio di qualunque mezzo, il secondo era il pericolo che correvano coloro che la percorrevano;i briganti garfagnini divennero una minaccia per tutti, soldati, viandanti e mercanti.Il problema era tanto grave che il duca mise la pena di morte per tali manigoldi e ancora oggi sono visibili i fori dei pali dove venivano giustiziati.Fu comunque  utilizzata pienamente per quasi 50 anni, poi cominciò a perdere d'importanza, nuovi assetti commerciali spostarono gli interessi altrove.Il duca provò a concedere detassazioni e agevolazioni a chiunque avesse aperto un'attività lungo la via, provò in questa maniera a dare un nuovo impulso, ma niente.Con
l'annessione poi al Regno d'Italia la strada perse definitivamente d'importanza e sopratutto il prezioso sostegno economico per la sua manutenzione.Eccoci arrivati ai giorni nostri e questa strada ha subito un imponente lavoro di restauro dal comune di Massa e dal Parco delle Apuane.Oggi la strada è ancora "viva" numerose persone attraverso il percorso C.A.I n°35 vi praticano il trekking, la mountain bike,gite a cavallo ed escursioni in genere.L'importanza storica non è andata quindi persa per questi posti dai panorami così mirabili.

venerdì 7 novembre 2014

Le terme di Pieve Fosciana.Croce e delizia.Ecco la loro "fantascientifica"e incredibile storia...

Sorgente Lago Prà di Lama
(foto Route 324)
Altro che terme di Montecatini!!! Le acque termali le abbiamo anche in Garfagnana! Le abbiamo a due passi da casa, ma la differenza sta in una cosa, le nostre acque direi che sono un po' troppo  "vivaci" e quindi difficili da sfruttare, ma i benefici sono conclamati e comunque sia si trovano a Prà di Lama a due passi dal centro abitato di Pieve Fosciana per la strada che porta al Sillico. Appena arrivati a prima vista ci appare subito un piccolo e ameno laghetto dove nuotano tranquille e pacifiche oche e anatre. Il lago è di origine termale (per accorgersene basta toccare l'acqua calda che esce dal tubo che alimenta lo specchio d'acqua)e non è alimentato solamente da questa sorgente ma da diverse, alcune delle quali addirittura subacquee. Ma in realtà c'è dell'altro...Il colpo d'occhio quindi ci dice che è tutto normale, ma...
La nascita del lago di Prà di Lama è recentissima, nel 1826 al posto del lago c'era un bel prato verde, dove al centro vi era una copiosa sorgente termale, ci fu costruita una capanna,una casupola dove gli avventori facevano bagni ed abluzioni già a scopo terapeutico.Nel giro di pochi mesi la situazione mutò clamorosamente,la capanna venne inghiottita dal terreno ed il suolo sprofondò lasciando il posto ad uno specchio d'acqua non troppo grande.Ma non finì qui.Due anni dopo nel 1828, il 15 agosto un forte boato fece sussultare gli abitanti di Pieve
Vecchia foto di Prà di Lama
 delle Terme alla Pieve.Foto
fornita dall'amico Damiano Giuntini

Fosciana e delle zone limitrofe, alla base di una collina  si sollevò una gran quantità d'acqua fangosa, malsana e fetida, a quanto pare questi miasmi si liberarono nell'aria provocando una grave epidemia che arrivò a colpire i due terzi della popolazione locale facendo
così aumentare fortemente il tasso di mortalità. In quell'occasione il lago si ampliò e arrivò a misurare quaranta metri di circonferenza e undici di profondità.La cosa ormai aveva preso i contorni del dramma e la situazione si faceva davvero preoccupante,erano finiti i tempi dei bagni salutari,la situazione andava affrontata.Nel 1842 il lago da come era "miracolosamente" comparso improvvisamente scomparì quasi del tutto per poi nell'anno successivo (1843)un nuovo movimento del terreno provocò la nascita di altre dieci sorgenti che ingrandirono nuovamente il lago, tant'è che il Serchio a quanto pare fu colorato del suo fango per 25 chilomentri e così come successe quindici anni prima nella zona crebbero a dismisura le malattie e le morti misteriose. Gli anni passavano la cosa si normalizzò ed un secolo dopo, alla fine della II seconda guerra mondiale il lago si era ridotto a poco più che a uno stagno.Gli abitanti contavano per sempre di chiudere i conti con il "maledetto" lago e speravano di "bonificarlo" riempiendolo di macerie e rifiuti.Ma non è così che si ferma Madre Natura.La Natura non si lascia domare tanto facilmente, nuove "eruzioni" ricrearono il lago, sempre più grande.Negli anni a venire la cosa si calmò nuovamente, furono così create strutture di accoglienza per sfruttare i benefici dell'acqua, furono costruite vasche prima di pietra e poi di granito, spogliatoi, insomma tutto il necessario per delle vere e proprie terme.Gli affari andavano benone,le strutture erano sempre 
Lago termale di Prà di Lama
(foto di Aldo Innocenti)
occupate, sopratutto nei fine settimana.Tutto bello fino agli inizi degli anni '70 del '900, quando un giorno il lago si risvegliò ingoiando piante alte più di 10 metri,la distruzione continuò, il lago si "mangiò" anche buona parte degli edifici adibiti a bagno termale (oggi non vi è traccia alcuna di essi).Arriviamo poi ai giorni nostri e questa è cronaca recente.Nel marzo 1996 il lago ha subito ancora un repentino abbassamento di due metri, mentre l'anno scorso sono apparsi dei cosiddetti "vulcanelli" riconducibili forse all'attività sismica che colpì tutta la Garfagnana,tant'è che l'I.N.G.V( Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) venne a fare sopralluoghi e a monitorare la situazione.Nel frattempo illustri studiosi hanno accertato ancora una volta le ottime qualità terapeutiche delle acque sulfureo - radioattive della sorgente di Prà di Lama.

Quello che c'è di bello però è che da almeno 150 anni non si sente più parlare di epidemie e di morti misteriose, anche se è molto probabile che tali morti la suggestione popolare le abbia legate ed ingigantite agli eventi bizzarri del lago. Vorrei chiudere con una morale che mi sembra calzi a pennello per queste terme. Robert Ingersoll politico  e studioso americano un giorno affermò: - In natura non ci sono ricompense o punizioni: ci sono conseguenze-

martedì 4 novembre 2014

Trassilico o come dicevano gli antichi romani "Trans silicem": al di là della Pania.

Trassilico in lontananza
Posto a 720 metri d'altezza da le sue spalle alle Alpi Apuane, di fronte alla Pania della Croce ed il Monte Forato.In epoche lontane terra di confine di non secondario rilievo,rinunciò alla fedeltà a Lucca e scelse una soluzione adottata da altri paesi limitrofi (vedi Barga ed altri) di dipendere da un "padrone lontano" quando nel 1430 decise spontaneamente di passare agli Estensi diventando così sede di un importante vicaria appunto perchè posto in un crocevia fra i domini fiorentini e lucchesi.Questo è Trassilico un altro dei tanti gioielli garfagnini nel momento del suo massimo splendore.Ma le sue origini risalgono all'epoca romana a testimoniare ciò ci sono alcuni ritrovamenti avvenuti nel 1988 quando fu rinvenuta casualmente per il cedimento di un muro una piccola lastra di arenaria
 Vecchia cartolina di Trassilico
(collezione Fioravanti9
databile fra il IV e il V secolo d.C con incisa la scritta funebre  per un bimbo di nome Propensus:

                       "Scomparso in tenera età e risorto a nuova vita".
Difatti i romani  si sarebbero insediati venendo dalla Versilia attraverso la foce di Petrosciana (all'epoca una delle poche vie percorribili che portavano nella nostra valle)  dopo aver sconfitto i Liguri nel II secolo proprio in Versilia e invadendo così di fatto la Garfagnana e qui a Trassilico si stabilirono a guardia della citata ed importante via di comunicazione.Sembra così che fu grazie ai romani l'origine del suo nome  che potrebbe avere due radici una da 
" trans pertusum  silicem" cioè "oltre il foro della pietra" con evidente riferimento al Monte Forato e l'altro da "trans silicem" appunto "al di là della pietra" intesa "Pietra" come Pania come anticamente si chiamava (Pietra Pania).Trassilico rimase sulla cresta dell'onda per così dire fino al decadimento del suo comune nel  1947  quando passò sotto Fabbriche di Valico e
Trassilico in autunno (foto di Daniele Saisi)

successivamente (e ancora oggi) a Gallicano. Al momento del passaggio dei comuni il solo paese di Trassilico contava ben 1722 persone oggi credo che di poco si passi le cento unità.Su Trassilico ci sarebbe molto da dire e raccontare.Una pagina a se merita la sua bellissima rocca, una pagina a se la  meritano alcune curiose storie.Questo prendetelo solo come un aperitivo di quello che in futuro poi racconterò di questo piccolo paese, ricco, ricchissimo di storia perchè la storia dei piccoli è molto importante perchè ci aiuta a comprendere meglio quella dei "grandi"