mercoledì 27 aprile 2016

Garfagnana: i bambini e la II guerra mondiale. Memorie dimenticate...

 Bambini che "giocano" con un
carro armato 
In ogni guerra i bambini sono le vittime più indifese. Brutalmente strappati da un mondo familiare e domestico a un mondo totalmente sconosciuto, fatto di privazioni, di paura, di fame e violenza, sono costretti a seguire il destino degli adulti in una situazione che gli stessi adulti hanno creato e che loro di certo non hanno voluto. Nei libri di storia i bambini non hanno voce. Sono assenti, oppure spariscono dietro le cifre delle vittime o nelle ricostruzioni dei grandi eventi. Nella maggioranza dei casi la storiografia non si interessa del loro punto di vista, ritenendoli testimoni ingenui o poco affidabili proprio per l'età in cui hanno visto compiersi il male, eppure nel loro sguardo rimangono tracce divenute incancellabili. Il mio articolo di oggi vuole ridare voce e luce a tutti quei bambini che in Garfagnana sono morti nella II guerra mondiale. Abbiamo sempre parlato e scritto (me compreso) di battaglie, di armate e partigiani a riguardo della guerra nella nostra zona, ma i bambini dove erano? Cosa facevano? I bambini di quel tempo, fino a quel funesto 10 giugno 1940 (n.d.r: giorno dell'entrata in guerra) erano esattamente come i bambini di oggi, piaceva giocare, piacevano i dolci e non piaceva la scuola e la maestra, da quel giorno cessò la loro fanciullezza e divennero immediatamente adulti, molti di questi piccoli morirono e quelli che sopravvissero non se la passarono bene comunque, una buona parte di questi fanciulli rimasero brutalmente mutilati, altri ancora 
orfani e a quelli che non successe niente di tutto questo rimasero nell'anima e negli occhi immagini e sensazioni che nessuno dovrebbe mai nè vedere nè provare, per tutti questi il destino riservò in ogni modo un unica conseguenza, quella di non far tornare mai più i giorni della spensierata gioventù,sobbarcandosi da subito di enormi e insopportabili fardelli. Cercando e ricercando addirittura non si riesce nemmeno a trovare il numero dei bambini morti per guerra dal 1940 al 1945, sono inglobati nel numero totale delle vittime, di loro si sono perse le tracce e la memoria. Ma siccome la storia è anche memoria ecco allora come non ricordare Virgilio di otto anni di Nicciano (comune di Piazza al Serchio) morto sotto i bombardamenti insieme alla mamma Bertei Vittoria nell'inverno 1944, oppure è impossibile non rammentarsi di Pierluigi Bernardi bimbo di Treppignana (comune di Fosciandora) di età indefinita morto a causa di una granata esplosa, non scordiamoci nemmeno di Giuliano Nardini di quattro anni che nella famosa battaglia di Sommocolonia muore in braccio alla madre colpito da una raffica di mitra provenuta da chissà dove e sempre nell'inverno di quel maledetto 1944 intere famiglie furono falcidiate sotto le bombe dei temibili cacciabombardieri alleati Thunderbolt, schiere di innocenti fratellini rimasero sotto le macerie dei bombardamenti che in quel drammatico 28 dicembre colpirono implacabilmente tutta la Garfagnana. Fu colpita così inesorabilmente la piccola frazione di Pontecosi (comune di Pieve Fosciana)dove incredibilmente morirono ben otto persone appartenenti alla famiglia Guidi, fra i quali i piccoli Michele di anni dieci,Francesco di nove, Maria Grazia di tre, e Pietro di un anno, di tutto il nucleo familiare rimase viva la sola madre(pensate lo strazio !!!), la stessa sorte il solito giorno colpì Cascio (comune di Molazzana)e la famiglia Prontelli, oltre al babbo e alla mamma rimasero senza vita anche i figli Davide di quattordici anni,Varno (?) di quindici,Gisella dieci,Sandro otto,Aurora sette e Loredano di due anni, in più le cuginette Carla di otto e Nada di due e che dire poi dei fratellini Kurt (di quattro anni) e Liliana Urbach di appena quindici mesi? Questi erano bambini ebrei deportati dall'Austria a Bagni di Lucca e morti poi nell'inferno di Auschwitz.Naturalmente questi nomi non sono che una goccia nel mare dei bambini morti per causa bellica in Garfagnana e se mi è concesso a futura memoria e in rappresentanza di tutti i bambini della valle periti in tutte le guerre vorrei ricordarne una su tutti: Ada Cassettari. Di questa bambina si ha una memoria precisa nel diario dell'allora tenente della Divisione Monterosa Cesare Fiaschi appartenente al Gruppo Artiglieria Bergamo. Si racconta in questa pagina di diario della ritirata delle forze tedesche e italiane dopo quella battaglia che passerà alla storia come la "battaglia di Natale"(per la storia della battaglia leggi: http://paolomarzi.blogspot.it/2014/12/il-piu-tragico-natale ) ma anche conosciuta con il nome in codice (tedesco) Wintergewitter (ovverosia Tempesta d'inverno). Nei giorni a ridosso del Natale ci fu una grossa offensiva delle forze dell'Asse che
Barga bombardata
sbaragliarono tutta la linea ricacciando gli americani indietro di una ventina di chilometri.Dopo pochi giorni i tedeschi non supportati da eventuali rinforzi tornarono nelle posizioni originarie, ma lo smacco e la paura fu grande per gli alleati che cominciarono a bombardare la Garfagnana senza pietà,ecco allora il racconto di quei giorni e la brutale vicenda della piccola Ada:


-Giorno 30 dicembre 1944
Prosegue ininterrottamente l'offensiva aerea. Gli americani vogliono far pagare a caro prezzo il successo dell'operazione Wintergewitter che, dati i mezzi di cui dispongono, li ha non poco ridicolizzati. Cacciabombardieri spezzonano e mitragliano la zona dove sono alloggiate le salmerie della linea pezzi della nostra batteria. Terminata l'incursione ricevo telefonicamente notizia dal sergente Rabitti loro comandante, che non vi sono state perdite. Felice scendo di corsa le scale per recarmi al piano terra e comunicare agli uomini la buona notizia, ma alla porta d'ingresso della costruzione incontro una giovane donna con un bambino in braccio. La mano destra della donna che sorregge la testa del piccolo è sanguinante e il bambino ha la testa sfracellata. La ragazza tutta coperta di sangue è venuta da chi sa dove per cercare soccorso.E' in stato di shock, certamente non si è resa conto che il bambino è morto. Questa improvvisa, inaspettata visione mi fa passare in un istante da uno stato di contentezza ad uno stato di sconvolgente
famiglie in fuga dai bombardamenti
costernazione; ho un capogiro, devo appoggiarmi alla costruzione per non cadere per terra, non riesco a guardare. Qualcosa in me rifiuta questa realtà, ho sopportato la visione di corpi straziati, divenuti irriconoscibili ma l'espressione di quella madre, impietrita dal dolore e dalla disperazione, non riesco a sostenerla. Per fortuna arriva l'ufficiale medico che immediatamente soccorre la sfortunata ragazza e la ricovera nell'infermeria. Senza l'intervento del dottore non sarei riuscito a combinare niente di positivo, in quanto in un istante la mia mente ha cessato di ragionare. Maledirei il mondo e le atrocità della guerra- 


Il piccolo bambino di cui si parla non era un maschietto,ma bensì una dolce femminuccia, era appunto Ada Cassettari figlia di Carlo e di Regoli Silvia, la giovane madre che la teneva in braccio. Ada aveva appena due anni e morì in località Tineggiori (nel comune di Fosciandora) il 30 dicembre '44 dopo un violento bombardamento e mitragliamento aereo. Una scheggia attraversava così il braccio della mamma che la sosteneva, conficcandosi nella testolina della povera piccola.

Così diceva Charles Summer un lungimirante politico della metà del 1800:
"Datemi il denaro che è stato speso nelle guerre e vestirò ogni uomo, donna o bambino con un abbigliamento dei quali re e regine saranno orgogliosi. Costruirò una scuola in ogni valle sull'intera terra. Incoronerò ogni pendio con un posto di adorazione consacrato alla pace"

mercoledì 20 aprile 2016

Viaggio nei "paesi fantasma" della Garfagnana

Fabbriche di Careggine
Diamo onore a chi non c'è più...Stavolta grazie a Dio non parliamo però di morti, ma parliamo di tutti quei paesi in Garfagnana che sono spariti dalla faccia della Terra e dalle mappe di tutta Italia e che sinistramente vengono chiamati "paesi fantasma".Mi sembra giusto ricordare un po' tutti questi borghi che per un motivo o per un altro sono stati progressivamente abbandonati. La Garfagnana sicuramente è una fra le zone in cui maggiormente è avvenuto questo fenomeno e pensare che una volta questi luoghi erano pieni di vita ed attività lavorative, abitati da centinaia di persone e oggi la vegetazione li ha "mangiati" e la memoria li ha cancellati. Questo articolo di oggi non vuole essere però un censimento dei paesi abbandonati della valle, chissà quanti ci sono che non conosco e quanti ce ne sono stati che nessuno ricorda più, vuole essere semplicemente un viaggio in questo fenomeno non tipicamente garfagnino ma che riguarda sopratutto il nostro Paese, infatti secondo dati ISTAT in Italia abbondano a quasi seimila i borghi abbandonati, considerando i veri e propri paesi, gli alpeggi e gli stazzi. Ognuno di questi centri disabitati racconta la storia del proprio territorio e la propria intima vita quotidiana.Quando si disquisisce sui "paesi fantasma" bisogna andare a vedere innanzitutto le cause dell'abbandono che possono essere molteplici. Una fra le cause principali può essere determinata dalle forze della natura,viene subito alla mente il centro storico de L'Aquila distrutto dal terremoto del 2009 e fino a poco tempo fa semi deserto e per esempio nel nostro piccolo esiste(o meglio non esiste più)il borgo di Bergiola nel comune di Minucciano. La sua storia si è sviluppata attraverso i secoli senza particolari problemi fino a quel tragico settembre del 1920 quando (come ben si sa) un distruttivo terremoto colpì l'intera Garfagnana e questo per Bergiola significò una dolorosa fine. Il
Bergiola
(foto tratta dal sito bergiola.it)
paese venne così completamente abbandonato.In seguito con l'andar degli anni la vegetazione si fece fitta ed era difficile anche raggiungerlo e si innescò per questo un clima di mistero e paura, si racconta che in certi periodi dell'anno ci si poteva imbattere in un mostruoso serpente nero chiamato (dai pochi sfortunati che giurano di averlo visto)con l'inquietante nome di Devasto.

Da non sottovalutare nemmeno le cause riguardanti le epidemie.Nei secoli scorsi alcuni alpeggi garfagnini a ridosso dell'Appennino tosco-emiliano a partire più precisamente dal 1629 (quando ormai la peste stava dilagando in Garfagnana), furono letteralmente dati alle fiamme dalle guardie governative del Duca di Modena Francesco I d'Este,che cercavano in questo modo di delimitare il contagio ai centri urbani più grandi, per questo come detto alcuni piccoli abitati dei pastori furono incendiati e di questi centri addirittura non si conosce più nemmeno il nome. A riguardo di epidemie, curiosa è la probabile etimologia del nome del "paese fantasma" di Camperano (località che si trova tra Trombacco e Chieva di Sotto nel comune di Gallicano). La storia ci dice che in questo posto venivano portati i lebbrosi da Piastreto, sotto le grotte di Burioni a Trassilico, il prete dava a quegli sventurati la benedizione e guardando in basso verso di loro scuotendo la testa diceva - Camperanno o moriranno?- e di lì il nome Camperano.
Vispereglia
(foto Daniele Saisi)
Fra tutte le altre cause possibili la più frequente è sicuramente quella economica. Tutti sanno che nel secondo dopoguerra in Italia c'è stato l'abbandono delle montagne e l'invasione delle città o di quei paesi dove cominciavano a sorgere le industrie. Questi villaggi "lontani dal mondo" e con ormai poche possibilità di guadagno furono lasciati progressivamente deserti fra gli anni '50 e '60  e non mancò a questa regola nemmeno la Garfagnana. Vispereglia e Col di Luco sempre nel comune di Fabbriche di Vergemoli ne sono un esempio pratico, questi paesini vivevano infatti di vita propria, proprio in quei tempi in cui il ritmo della vita non era quello di questi anni, andavano avanti come piccoli ecosistemi autonomi, riuscendo ad avere tutto di quello di cui avevano bisogno, grazie alle coltivazioni, alle risorse naturali e all'ingegno delle persone.
Non ci possiamo nemmeno dimenticare delle cause belliche, perchè quando non è la natura, è l'uomo a distruggere quanto costruito da se stesso. La guerra esiste da quando esiste l'uomo e sono numerosi i paesi distrutti dai bombardamenti della II guerra mondiale a conferma di questo il paese di Col di Favilla nel cuore delle Apuane nè è un fulgido esempio. Le attività principali degli abitanti erano la produzione del carbone, la pastorizia, la lavorazione dei metalli presso il canale delle Verghe
Col di Favilla
(foto di Aldo Innocenti)
e l'estrazione del tannino dal castagno, destinato alle concerie del pisano, insomma il paese era più vivo che mai e solo i bombardamenti alleati dell'ultimo conflitto mondiale, dove il borgo subì gravi distruzioni e le allentanti comodità che offriva il fondovalle fecero cessare per sempre il cuore battente di questo ultra secolare abitato. Altro singolare esempio di paese scomparso per cause sempre riguardanti la guerra ed eventuale pericolo di invasione è la curiosa storia del villaggio di Monti situato nel prospiciente colle davanti a Castelnuovo Garfagnana.Il piccolo paesello annoverava una "signora" chiesa intitolata a San Pantaleone e a San Michele, risalente addirittura al 1045, non per questo il

duca Alfonso II d'Este si fece dei problemi e nel 1579 non esitò a costruirvi l'attuale e famosa Fortezza di Mont'Alfonso,cosicché lo sfortunato paese fu inglobato letteralmente nelle imponenti mura, negli anni successivi fu militarizzato e di conseguenza cancellato da qualsivoglia mappa.
Può succedere anche che un paese venga completamente espropriato e questo è successo al più famoso di tutti i "paesi fantasma" cioè a Fabbriche di Careggine. I giorni che suo malgrado lo resero nella memoria di tutti immortale arrivarono all'inizio del 1941 quando la Società Selt Valdarno (l'attuale E.N.E.L)sbarrò il corso del fiume
Fabbriche di Careggine semi sommerso
Edron con lo scopo di costruire un bacino idroelettrico e così tra il 1947 e il 1953 venne costruita la diga (92 metri di altezza) che portò alla nascita del lago di Vagli e alla conseguente morte del paese che ormai già stava sotto a 34 milioni di metri cubi di acqua. Quando venne sommerso la località contava 31 case popolate da 146 abitanti, un cimitero,un ponte a tre arcate e la chiesa romanica di San Teodoro risalente al 1590. I 146 abitanti che a malincuore lasciarono le loro case furono trasferiti nel vicino paese di Vagli di Sotto oppure in altri paesi della valle.

L'Isola Santa
(foto tratta dal blog Giorni Rubati)
Simile fine la fece pure l'antico borgo dell'Isola Santa nel comune di Careggine, ma qui il discorso cambia un po' e la causa fu da considerarsi antropica (mamma mia che parolona!!!), per antropico si intende tutti quei fattori che, attraverso la mano dell'uomo provocano delle reazioni che hanno la risultante di produrre (in questo caso) lo spopolamento di un paese. Il più lampante in Garfagnana riguarda proprio l'Isola Santa, lì la pace finì nel 1949 quando venne costruita un ennesima diga per lo sfruttamento della Turrite Secca.Il centro abitato fu in parte sommerso: alcune case, un ponte ed un mulino. Il peggio però doveva ancora venire, difatti si scoprì che tutto il resto del paese rimasto in superficie aveva problemi di stabilità,problemi dovuti alle grandi escursioni di acqua, imposte dalla Selt Valdarno. La situazione venne risolta alla fine degli anni '70, ma ormai lo spopolamento era avvenuto e danni irreparabili erano già stati fatti, l'Isola Santa era ormai quasi disabitata. Nel 1975 gli ultimi abitanti rimasti, durante uno svuotamento del bacino artificiale, occuparono il paese in segno di protesta per rivendicare il diritto a case nuove e sicure. La lotta in buona parte ebbe successo, le abitazioni nuove furono costruite altrove, e fu la definitiva morte di un antichissima comunità.

Si conclude così questo piccolo viaggio nei paesi abbandonati della Garfagnana e il mio pensiero va a tutti gli abitanti (ormai quasi tutti scomparsi) di questi
borghi e alla tragedia che hanno subito, veder sradicate le loro origini,le loro abitudini, abbandonare le case e i campi che loro stessi o i loro genitori costruirono e coltivarono con sacrificio e amore deve essere stato uno strazio inimmaginabile e di difficile sopportazione. 

mercoledì 13 aprile 2016

L'infelice storia del "Papa buono" e del soldato garfagnino

La vita di un uomo è fatta anche di incontri con altre persone, sono
Papa Giovanni XXIII, il Papa buono
esistenze che si intrecciano, sono destini che certe volte fanno parte di un unica trama e che nella maggior parte dei casi la sorte le rende ineluttabili e quando una cosa è segnata nel fato state sicuri che prima o poi accadrà. Questa vicenda che andrò a raccontare è la conferma di tutto ciò e me l'ha riportata alla mente un caro amico alcuni giorni or sono ed è la storia del "Papa buono" e del soldato garfagnino. Non è una storia qualunque o un sentito dire, ma sono fatti che rimarranno indelebili nella mente di colui che quarantuno anni dopo quei tragici eventi che narrerò diverrà Papa con il nome di Giovanni XXIII,uno dei Papi più ben voluti di tutta la millenaria era della chiesa cattolica, conosciuto appunto con l'appellativo di "Papa buono". Gli avvenimenti a dire il vero si ridurrebbero a poca cosa, per scrivere questo articolo basterebbero ben poche righe, ma qui il cronista in questo racconto vuole riportare a galla i fatti per cercare ulteriori notizie su questa vicenda incredibile e toccante,infatti purtroppo nelle mie ricerche non sono riuscito a dare un seguito a questi accadimenti,ad esempio non sono riuscito a trovare i discendenti di questo povero soldato di cui parlerò e non sono riuscito a trovare nemmeno il luogo di sepoltura e chiunque fosse in grado di darmi notizie in tal senso sarei ben lieto di aggiornare questo racconto e dare completezza a questa vicenda che merita veramente di avere gli onori della cronaca.Ma partiamo dall'inizio e poniamoci questa domanda: cosa c'entra un futuro Papa con un soldato? In questo caso molto e diamo allora ordine ai fatti.


Angelo Giuseppe Roncalli (il futuro Papa Giovanni XXIII) nasce il 25 novembre del 1881 a Sotto il Monte in provincia di Bergamo da un umile famiglia contadina, a dieci anni vieni mandato in seminario dove si distingue per il rendimento agli studi ed è a vent'anni quando era ancora chierico che si avvicina per la prima volta al mondo militare, quando chiamato al servizio di leva viene mandato al 73° reggimento fanteria (Brigata Lombardia) a Bergamo destinato alla compagnia reggimentale di Sanità e lì conseguirà il grado di caporale.Venne poi congedato nel 1902 e nel 1904 Angelo divenne sacerdote. 
Angelo Roncalli soldato

Gli anni passavano e all'orizzonte venti di guerra cominciavano a spirare sull'Italia. La prima guerra mondiale cominciò così nel 1914 ma il nostro Paese ne era ancora fuori, ma ormai gli equilibri erano fragili. L'Italia come sempre è divisa su tutto e anche questa volta la scelta o meno di entrare in guerra fu condizionata dalle decisioni delle masse popolari, separate fra interventisti nella quali file si trovavano tutti coloro che vedevano in questa guerra un completamento del Risorgimento e dall'altra parte i neutralisti con a capo i liberali, i giolittiani e sopratutto i cattolici. Non basteranno quindi gli appelli alla pace di Papa Benedetto XV, l'Italia scenderà in guerra il 24 maggio 1915. A questa chiamata alle armi non scampa nemmeno don Angelo Roncalli che viene richiamato alle armi il 23 maggio 1915 nel Regio Corpo della Sanità Militare con il grado di sergente e così scrive nel suo diario quel giorno:
- Domani parto per i servizio militare in sanità. Dove mi manderanno? Forse sul fronte nemico? Tornerò a Bergamo, oppure il Signore mi ha preparato la mia ultima ora sul campo di guerra? Nulla so; questo solamente voglio, la volontà di Dio in tutto e sempre, e la sua gloria nel sacrificio completo del mio essere. Così e solo così penso di mantenermi all'altezza della mia vocazione e di mostrare a fatti il mio vero amore per la Patria e per le anime dei miei fratelli. Lo spirito è pronto e lieto. Signore Gesù mantenetemi sempre in queste disposizioni. Maria mia buona mamma aiutatemi ut in omnibus glorificetur Christus -
Affidando così l'anima alla gloria di Cristo, Angelo partiva per Milano dove fu dislocato all'Ospedale Militare Principale,
Corriere della Sera
successivamente fu trasferito a Bergamo al "Ricovero Nuovo" dove si trovò ad assistere sia spiritualmente ma sopratutto materialmente la marea di feriti che provenivano dal fronte trentino. Era un vero strazio questo continuo arrivare di questi poveri soldati mutilati, sfigurati e smembrati, sgombrati in fretta e furia sotto il fuoco nemico e trasportati fino alle retrovie lombarde per essere sottoposti ad interventi chirurgici, medicazioni e cure specifiche. La situazione cambiò drasticamente nel 1917 quando questo ospedale accolse centinaia di prigionieri italiani  rimpatriati dai Kriegfangenlager austriaci (n.d.r:campi di concentramento) , e qui se mi è permesso voglio aprire una parentesi più che doverosa, perchè abbiamo sempre sentito parlare degli spaventosi lager tedeschi solo a riguardo della II guerra mondiale, ma è bene e giusto sottolineare che molti di questi erano presenti anche nella "Grande Guerra", tanto per "snocciolare" qualche numero e rendersi bene conto delle proporzioni del massacro nei campi di concentramento austriaci (specialmente dopo la disfatta di Caporetto) i prigionieri italiani erano oltre seicentomila, ma ancora e più impressionante è la cifra dei morti che superava le centomila unità, molti dei nostri connazionali morivano per le
Soldati italiani rimpatriati
dai campi di prigionia austriaci
ferite riportate in battaglia, ma la maggior parte periva sopratutto per malattie varie: per tubercolosi, polmonite e per fame. Qualcosa però si mosse per salvare da sicura morte questi prigionieri e grazie all'iniziativa della Croce Rossa fu creata a Ginevra l'Agenzia di soccorso a favore dei prigionieri di guerra che d'accordo con le nazioni belligeranti faceva in modo che vi fosse uno scambio fra eserciti di tutti quei prigionieri malati o feriti. Ed è qui che molto probabilmente entra in scena il soldato garfagnino Diani Egidio, originario delle Verrucole (comune di San Romano).Plausibilmente Egidio proveniva da uno di questi campi di concentramento austriaci e rientrò in Italia attraverso la Svizzera proprio grazie alla Croce Rossa e a questo accordo per la salvaguardia dei prigionieri malati. Infatti il povero Egidio era stato colpito da polmonite e per questo trasferito all'ospedale di Bergamo "Banco Sete".Nel frattempo don Angelo Roncalli era stato promosso Sottotenente e nominato cappellano militare, coordinava di fatto le varie attività delle Case del Soldato e naturalmente non
Campo di concentramenti austriaco
mancava mai l'assistenza spirituale a tutti gli ammalati e ai feriti e fu proprio durante questo peregrinare da un ospedale all'altro per dare conforto e aiuto che don Angelo conobbe Egidio Diani. Quest'uomo garfagnino rimase talmente impresso nella memoria e nel cuore del futuro Papa che divenne con ogni probabilità amico e confidente, addirittura fino all'estremo momento della morte del soldato, tanto che Don Angelo su una fotografia che ritraeva Egidio vergò di suo pugno le seguenti parole:

"Diani Egidio di San Romano Garfagnana (Verrucole) distretto di Lucca, 3° artigl. da Montagna-classe 1898: morto di polmonite violenta e da me assistito all'Osped. Mil. "Banco Sete" in Bergamo, la notte del 19 aprile 1917. Anima eletta e pura, carattere schietto ed amabilissimo, era troppo degno di abitare con gli angeli prima che i contatti profani potessero contaminare il cristiano candore. Nelle ore estreme promise di ricordarsi di me in Paradiso"
Lapide commemorativa sui morti
della I guerra mondiale
 sul campanile delle Verrucole
compare anche il nome di Diani Egidio
L'episodio toccò l'anima di don Angelo che ricordò il fatto anche nel discorso del 1920 al VI Congresso Eucaristico Nazionale in cui egli fra l'altro ricordò anche: "...le lunghe notti vigilate fra i giacigli dei cari e valorosi soldati..." e rievocava quando: "...mi buttavo in ginocchio a piangere come un fanciullo  per le morti di quei poveri figli del nostro popolo, modesti lavoratori dei campi..."  e nemmeno quando diventò Papa si dimenticò di quella circostanza, quando parlava di guerra ricordava sempre il garfagnino Egidio Diani a conferma di ciò si vada a leggere alcune delle sue biografie ("La storia di Papa Giovanni raccontata da chi gli è stato vicino" oppure "La vita del Papa buono nelle sue parole" e altre ancora) dove questo triste accadimento viene sempre citato. Il Papa conservò sempre fra le sue cose più care questa foto dei fatti sopracitati e oggi questo ritratto di Egidio è sempre fra noi ed è conservato nel museo dedicato a Giovanni XXIII a Sotto il Monte a sottolineare l'importanza morale che ebbe per il Santo Padre questa immagine.
Ricorrono fra pochi giorni i 99 anni della morte del soldato Egidio Diani di colui che il Papa definì-anima eletta- e sarebbe bello ricevere nuove notizie su questa vicenda.Dagli archivi del Ministero della Difesa sui caduti della Grande Guerra non risulta nemmeno il luogo di sepoltura anche se sul campanile della chiesa delle
Dall'Archivio dei morti della Grande Guerra
compare il nome di Diani Egidio
 ma...niente di più
Verrucole nella lapide commemorativa dei morti della prima guerra mondiale compare il suo nome. Beh, io sono qua in attesa di notizie per concludere degnamente la storia del Papa buono e del soldato garfagnino...

mercoledì 6 aprile 2016

Il "De bello Apuano". Tredici anni di guerra fra gli Apuani e la potente Roma

Un ringraziamento grosso come una casa la Garfagnana (e non solo) lo
Guerriero Ligure Apuano
deve obbligatoriamente dare ad un signore nato a Padova esattamente 2075 anni fa,è grazie sopratutto a lui che oggi sappiamo molto (ma non tutto)sui nostri discendenti più lontani, su quelli che probabilmente furono i primi a stanziarsi nella nostra valle e sui nostri monti, loro erano i Liguri Apuani e questo signore si chiamava Tito Livio, storico romano,senza lui forse non si saprebbe dare un identificazione precisa a quel fiero popolo che seppe dare filo da torcere alla potente Roma. Tito Livio si può considerare senza dubbio la principale e la più autorevole fonte sugli Apuani, scrisse un'opera intitolata 
"A Urbe condita libri" cioè "Libri dalla fondazione di Roma", questa era un'opera ciclopica che comprendeva ben 142 libri che partivano a narrare dalla fondazione di Roma e arrivavano al 9 a.C. A noi sono arrivati i primi dieci e i libri che vanno dal 21 al 45, in cui il buon Dio ha voluto che ci fossero proprio le guerre contro i Liguri. Infatti oggi parleremo proprio di questo, di questa sanguinosa e cruenta guerra fra gli Apuani e Roma.Fu una guerra vera e propria che si protrasse per ben 13 lunghi anni ed è conosciuta come il "De bello Apuano"(n.d.r: sulla guerra apuana), non sarà balzato agli onori e alle
Tito Livio
cronache come il più conosciuto "De bello Gallico", scritto da Giulio Cesare, ma Tito Livio seppe dare comunque e con dovizia di particolari l'idea di quello che successe in quei violenti anni.Innanzitutto per meglio capire la situazione cominciamo con il dire che i Liguri erano una popolazione divisa in svariate tribù o confederazioni, ad esempio c'erano i Friniati che occupavano le attuali province di Parma, Modena e Reggio Emilia, poi ancora
 i Tigulli insediati nella riviera ligure di levante o sennò gli Ingauni che presidiavano Albenga (provincia di Savona)fino ad 
arrivare ai nostri Apuani che si stabilirono nei territori dell'attuale Garfagnana, Lunigiana e Versilia.Nei fatti la guerra contro i Romani era già iniziata nel 238 a.C e i Liguri fieri della propria indipendenza e tenaci difensori delle loro terre rappresentavano il maggior ostacolo per l'espansione romana verso nord.Queste azioni militari però erano più che altro episodi di guerriglia che si svolgevano sui monti dove chiunque si avventurasse con intenzioni bellicose veniva sistematicamente sconfitto da un nemico come dice il buon Tito Livio "sciolto e veloce che (profondo conoscitore del territorio) piombava loro addosso inaspettato". In questa vecchia guerra gli Apuani (a differenza delle altre tribù liguri) se ne erano sempre tirati fuori, erano rimasti neutrali perchè in quel tempo terre impervie come le nostre valli poco interessavano a Roma, questo però fino al 193 a.C quando i fieri
Territorio Apuano
antenati scenderanno in campo assaltando i Romani. Comincia così il "De bello Apuano", un lungo periodo di sanguinose battaglie intentate per proteggere il territorio apuano dall'invasione romana.Tutto cominciò quando al termine della II guerra punica i Romani si attestarono su tutta la fascia costiera tirrenica fino ad arrivare al Porto di Luni (n.d.r:oggi in provincia di La Spezia). Il porto era attivissimo sia da un punto di vista commerciale (vedi le cave di marmo) che da un punto di vista militare ed era unito a Roma da una veloce strada (l'Aurelia Nova), erano sufficienti appena quattro giorni per portare notizie alla capitale.Tale luogo raggiunse in breve tempo un'importanza fondamentale e gli Apuani schivi e riluttanti si incominciarono a preoccupare da tutti questi movimenti.L'evento che fece precipitare i fatti fu quando il console Marco Porcio Catone stazionò con una flotta di 25 navi nel porto in attesa di truppe di terra destinate queste alla spedizione in Spagna. La grande confederazione degli Apuani si sentì  minacciata e la più potente fra le popolazioni

L'antico Porto di Luni
(oggi frazione di Ortonovo
prov di La Spezia)
liguri rimaste indipendenti(che si era ritirata sulla alte montagne) si rese conto di essere ormai circondata e si preparò inevitabilmente alla guerra. Nel 193 a.C partì così un attacco in grande stile,ventimila Apuani invasero tutta la pianura di Luni, ma non solo, l'attacco si sviluppò su più fronti, altri diecimila occuparono Piacenza e ben quarantamila si accamparono sotto Pisa. Naturalmente i Romani non rimasero con le mani in mano e in soccorso da Arezzo giunse il generale Quinto Minucio Termo che salvò Pisa da sicura distruzione,ma non salvò però il circondario che fu completamente distrutto, anzi c'è da aggiungere che miracolosamente l'ufficiale romano scampò ad un imboscata, salvato fortunosamente dalla sua cavalleria. Solo l'anno dopo Quinto Minucio riuscì ad affrontarli in campo aperto e riportò una schiacciante vittoria, al suolo rimasero novemila guerrieri Liguri. Sbaragliati i nemici i Romani entrarono così in territorio apuano. La sconfitta però non indebolì nell'animo i valorosi soldati nostrali, che tre anni dopo ripartirono al contrattacco e respinsero nuovamente gli odiati Romani oltre confine a costo però di notevoli perdite. Dopo tre anni di dure battaglie e un enormità di morti da una parte e dall'altra il generale Quinto Minucio Termo fu rispedito a Roma dove non ottenne il trionfo (n.d.r: il trionfo era il massimo onore nell'antica Roma, veniva tributato con una cerimonia solenne al generale che avesse conseguito grandi vittorie)segno che le sue campagne non furono riuscite a porre un freno all'aggressività degli Apuani. Ma c'era anche di più e di peggio, nonostante Pisa fosse scampata alla devastazione, le comunicazioni via terra con il fondamentale porto di Luni erano interrotte, poichè gli Apuani avevano occupato tutta la zona costiera dell'attuale Versilia
tagliando di fatto ogni via e in più a dar manforte alla causa apuana si allearono a loro perfino i Liguri Friniati provenienti dal modenese e dal reggiano.Arrivò allora il turno del console Marco
L'impervio territorio apuano oggi
Valerio Messalla, che provò anche lui ma senza successo a frenare le incursioni liguri. La cosa ormai per il Senato romano cominciò ad assumere priorità assoluta e per tutto dire nel 186 a.C fu organizzata un 
operazione in larga scala e due eserciti consolari quello di Caio Flaminio e quello di Marco Emilio furono mandati all'inseguimento dei Liguri.Il primo li rincorse lungo le valli appenniniche che scendevano verso l'Arno, prima intercettò i Friniati e poi gli Apuani che furono ambedue sconfitti, mentre il secondo risalì la Valle del Serchio saccheggiando tutte le terre abitate costringendo gli abitanti a rifugiarsi sulle montagne più alte. Pur sconfitti gli Apuani non deposero mai le armi ed è per questo che costrinsero un ulteriore console Quinto Marcio Filippo ad un'ennesima operazione militare.Il console partì al comando di tremila fanti e 150 cavalieri romani, assistiti da altri cinquemila fanti e duecento cavalieri "socii" (n.d.r: per socii si intende tutti quei popoli o quelle città legate a Roma da un trattato di alleanza),avanzò però imprudentemente negli impenetrabili boschi garfagnini e nelle scoscese gole dove vennero accerchiati e letteralmente massacrati, subendo di fatto la più grave sconfitta di tutte le guerre contro i Liguri, restarono sul campo più di quattromila morti romani, vennero perse tre insegne delle legioni e undici insegne degli alleati, mentre il resto dell'esercitò si ritirò in disordine. Il luogo dello scontro è passato alla storia con il nome di "Saltus Marcius", identificato forse in una località vicino a Castiglione Garfagnana conosciuta appunto come Marcione (per i dettagli della battaglia leggi: http://paolomarzi.blogspot.it/2014/05/meglio-dei-300-spartani). La clamorosa vittoria rimbalzò di villaggio in villaggio e baldanzosi gli Apuani ripresero le scorrerie sul litorale versiliese, mentre dall'altro lato anche gli Ingauni nella riviera ligure di ponente a tali notizie si sollevarono e nel 189 a.C trucidarono il pretore Quinto Bebio e la sua scorta che erano diretti in Spagna. Consoli e
generali romani con gli anni si susseguirono ad un ritmo vertiginoso e frenetico, nessuno nonostante le vittorie riportate piegò in maniera definitiva il valoroso popolo apuano.Ci fu però un fatto che cambiò le sorti della guerra, quando gli Ingauni (n.d.r : stanziati nei pressi di Albenga) furono definitivamente sconfitti e resi inabili alla guerra,con questa azione gli Apuani potevano essere stretti in una morsa a tenaglia da nord a sud e fu proprio così che nella Liguria orientale i Romani si preparavano ad una azione risolutiva, tanto da raccogliere quattro nuove legioni che raggiunsero lo spaventoso numero di 35.800 uomini, di rincalzo è bene specificare che ben tre eserciti gravitavano intorno al territorio apuano pronti casomai ad intervenire ce ne fosse stato bisogno. Nel 180 a.C  le quattro legioni agli ordini di Publio Cornelio Cetego e di Marco Bebio Panfilo si mossero inesorabilmente contro gli Apuani con l'intenzione di risolvere definitivamente il "problema apuano".I nostri antenati furono colti completamente di sorpresa perchè l'esercito romano era sceso in battaglia prima del consueto, cioè prima che (come usanza voleva) assumessero il comando i nuovi consoli e così quasi senza colpo ferire furono costretti alla resa dodicimila Apuani.A vittoria ottenuta i due capi militari consultarono il Senato romano sul da farsi e fu presa una clamorosa ed indegna decisione, quella di deportare nientedimeno che quarantamila capifamiglia con mogli e figli e confinarli nel lontano Sannio (n.d.r: regione nel sud italia compresa fra Abruzzo,Molise e Campania) per fare così in modo che questa razza fosse per
sempre estirpata da questi luoghi e non potesse così creare problemi futuri alle conquiste romane. Qui in questa regione (il Sannio) vivranno per secoli in un isolamento etnico umiliante con il nome di Ligures Baebiani e Corneliani, dal nome dei consoli che li sconfissero. Nel frattempo le legioni proseguirono nella loro pulizia etnica catturando ancora settemila capifamiglia che subirono la solita sorte. Sopravvissero ancora nella loro terra e in vallate isolate poche migliaia di imprendibili Apuani che dopo molti anni di pace si ribellarono nuovamente nel 155 a.C, ma vennero inevitabilmente spazzati via dai soldati del console Marco Claudio Marcello che chiuse in modo risolutivo la "questione apuana", tanto da ottenere quel trionfo tanto agognato e sperato dai suoi molteplici precedessori nella gloriosa Urbe ed una dedica di riconoscenza da parte degli abitanti di Luni.
Finiva per sempre così la gloriosa epopea dei Liguri Apuani, un popolo coraggioso, fiero ed indomabile che solo la deportazione e quasi quarantamila legionari romani cancellarono per sempre dalla faccia della Terra.