mercoledì 18 ottobre 2017

Alla curiosa e intrigante scoperta del significato dei nomi dei paesi garfagnini

Mamma mia che brutta parola! "Toponimo". Un vocabolo che fa venire
alla memoria mille cose strane fuorchè quella esatta, invece è uno dei termini più affascinanti ed interessanti che ci sia. Nel suo specifico tale parola proviene dal greco, ed è composta dalle parole tòpos = luogo e onoma = nome, infatti la toponomastica (altra terribile parola) è lo studio dei nomi dei luoghi, ed una materia bellissima che attraversa nello stesso tempo altre materie, come la storia, la geografia, la glottologia (n.d.r: lo studio delle lingue) e la filologia (n.d.r: l'insieme delle discipline che ricostruiscono i documenti letterari alla loro corretta interpretazione). Come tutti sanno ogni nome di luogo, città o paese ha dietro di se una storia molto antica che al suo interno racchiude un significato nascosto che non sempre si conosce e allora vi siete mai chiesti come mai il vostro paese si chiama proprio così? Da dove deriva il suo nome? Qual'è il suo significato? Avete mai notato che alcuni dei paesi garfagnini hanno dei nomi composti, altri invece sono apparentemente indecifrabili, mentre altri ancora contengono un nome di un santo? I toponimi hanno di fatto un origine molto varia, ad esempio possono derivare da alture del terreno e d'impulso ecco mi viene in mente
Il paese del Poggio
il paese del Poggio (comune di Camporgiano)che si è formato difatti originariamente sul Colle della Capriola, o sennò possono nascere da cime, passi, valli, corsi d'acqua, boschi, colture, miniere e attività lavorative in genere e vediamo in questo caso paesi come Fornovolasco che deve la sua denominazione a dei forni legati alla fusione del ferro, o Fornaci di Barga che deve ricercare le proprie radici etimologiche sempre intorno ad un forno, ma che stavolta serviva però per cuocere mattoni. Ma sopratutto i nostri paesi hanno legato il proprio nome a una persona, che in origine poteva essere il fondatore, il feudatario o il proprietario di quell'appezzamento di terreno. Un "trucchetto" per capire ancor di
Le attività dei coloni romani in un
mosaico del III secolo
più l'origine dei borghi (in questo caso la regola è generale) sta nell'osservare come termina il nome del proprio paese o città che sia e vediamo che quelli che terminano con il suffisso ano e ana sono di origine latina, mentre ago-aga-ico-ica sono di derivazione gallica, ciò che finisce in engo è di chiara genesi germanica. Tornando alle località che hanno i suffissi ano-ana, questi con ogni probabilità si sono formati dal nome del proprietario del terreno sul quale e poi sorto l'insediamento, per ben chiarire portiamo il caso di Gallicano, e vediamo appunto che "fundus Gallicanus", significa fondo (agricolo) appartenente a Gallicanus. Da non tralasciare sono i toponimi con i nomi religiosi, questi luoghi verosimilmente sono di origine medievale (Pieve, Badia, Angeli e così via...)e in particolare i nomi dei paesi che provengono direttamente da un santo si chiamano niente di meno che  "agiotoponomi" (altro parolone) e in Garfagnana da questo punto di vista possiamo portare una miriade d'esempi: San Michele (Piazza al Serchio), San Romano, San Pellegrino in Alpe...Altra curiosità intrigante è vedere che ci sono nomi che vengono da viabilità antiche e di conseguenza alludono alle miglia romane, caso esemplare nella provincia di Lucca sono le località di Sesto di Moriano (sextum lapidem), Valdottavo (octavum lapidem) e Diecimo (decimun lapidem) che segnalavano le miglia sull'antica Via Clodia. Molto comuni inoltre sono quei toponimi garfagnini(e non solo garfagnini) che riprendono l'appellativo dalla presenza in loco di antichi
L'antica Via Clodia
castelli, fortezze o anche torri, lampante l'esempio nostrano di Castelnuovo Garfagnana, Castiglione o Castelvecchio Pascoli. 

Sia chiara una cosa, non sempre è possibile risalire all'origine del luogo, origine persa ormai nel tempo, a volte è possibile fare delle ipotesi, ed è quello che farò adesso, naturalmente non sono mie personali supposizioni, ma di studiosi dell'argomento che hanno cercato di dare un perchè del nome ai paesi della Garfagnana. Per non fare "torto" a nessuno faremo però un excursus sui comuni, uno per uno. Cominciamo da...

Camporgiano: L'origine del toponimo è incerta e anche se non sembra questo è un nome composto, la prima parola deriva dal latino
Camporgiano e la sua rocca
"campus" (campo). La seconda parola potrebbe avere origine dal nome della vicina località "Rogiana" (ora Poggio San Terenzio), oppure dal latino "hordeum" (orzo), con significato globale di campo coltivato a orzo.


Careggine: Per alcuni questo nome è derivante da "Caricinum" o "Cariginae" e starebbe a significare "campo della regina" e se come si presume fosse riferito ad un accampamento militare romano varrebbe a dire "campo a capo di altri castra (intesi come accampamenti)". Altra ipotesi vorrebbe che il nome nascesse da "Pagus Caricius", in riferimento ad una pieve edificata secondo la tradizione paleocristiana sui "pagi" (villaggi rurali), in alternativa un luogo ricco di "carices", ovvero giunchi.

Castelnuovo Garfagnana: Il nome fa riferimento ad un "Castrum Novum" ossia ad un nuovo castello di costruzione recente rispetto ad uno già esistente. 

Castiglione Garfagnana: Tale appellativo risale al periodo della
Il Castello del Leone:
Castiglione
Garfagnana
dominazione romana quando si costruivano i "castra" (cioè di fortificazioni). Tra queste fortificazioni c'era "Castrum Leonis", il castello del leone, al tempo tenuto in gran considerazione per la sua posizione di controllo per la più facile via che conduceva al di là dell'Appennino. Era quindi l'antico "castrum leonis", la più forte delle fortificazioni capace di battersi e difendersi come un leone per proteggere il proprio territorio. 


Fabbriche di Vergemoli: Nome composto. "Fabbriche" viene fatto risalire a dei mastri ferrai che si stabilirono in zona nel XIV
Fabbriche e il ponte medievale
secolo, quando l'economia del luogo era basata sulla lavorazione del ferro. L'etimologia del nome Vergemoli è più complessa ed è piuttosto controversa e incerta, le ipotesi sono svariate. Si parla che sia riferita ad una persona tale Geminus, potrebbe derivare anche dalla posizione geografica del paese che sorge sullo spartiacque di due valli: "vallis gemina" (valli gemelle), oppure dal latino 
"Virgemulum", vale a dire piccolo piantonaio(n.d.r: vivaio con terreno opportunamente lavorato dove si interrano le pianticelle innestate). Si può anche ipotizzare che il nome sia composto da "Ver",(radice di vertice) vale a dire luogo in alto e da "moli" che significherebbe macine, il nome perciò significherebbe "molini in alto", vista la numerosa e antica presenza di questi nella zona.

Fosciandora: Questo toponimo è fra i più curiosi e singolari e ci dice che la provenienza di questo nome verrebbe da "fuscandola", ciò probabilmente indicava il colore fucsia delle pietre utilizzate per la costruzione delle case in epoca remota. 

Gallicano: Il nome era già in uso nel 771 come Galicanum,
Il centro storico di Gallicano
probabilmente dal nome di un colono romano di nome Gallio o Gallicano (a dire il vero nella tabula Alimentare di Veleia è noto come Cornelius Gallicanus).


Giuncugnano: Il nome della località nascerebbe dal nome proprio "Iucundius", al quale viene aggiunto il suffisso "anus" indicante l'appartenenza.

Minucciano: Il paese prende il nome dal console romano Quinto Minucio Termo (in precedenza il luogo si chiamava Saltus), incaricato della difesa del confine dalle invasioni barbariche.

Molazzana: Difficile risalire all'origine di questo nome. Diverse sono le interpretazioni, tutte però riconducono alla mola, intesa
Molazzana
come macina. Tutto questo però non ha alcun fondamento documentato, anche se c'era l'antica presenza (sul torrente 
Vescherana) di due importanti  mulini per la comunità di Molazzana.

Piazza al Serchio: Il nome è composto da "piazza" che farebbe riferimento a uno spiazzo o meglio a una vasta area che in epoca medievale era usata come luogo di mercato e "al Serchio", che si riferisce al fiume che scorre vicino al paese. Da far notare che fino al 1923(anno in cui il borgo passò alla provincia di Lucca) il paese si chiamava Piazza Massese.

Pieve Fosciana: Eccoci ancora davanti a un nome composto, in questo
Pieve Fosciana
caso da "Pieve" che ha chiara attinenza alla parola chiesa, infatti dall'XI secolo prese il nome di "Plebes de Fosciana". Il toponimo Fosciana ha anche in questo caso origini romane ed è attribuibile al latifondista Fuscus che a quanto pare avrebbe avuto una superficie agraria dove oggi è situato il Piano Pieve, che al tempo si chiamava "Campus Fuscianus", cioè i campi di Fuscus.


San Romano Garfagnana: Il paese prende semplicemente il nome dal santo a cui è dedicata la chiesa principale.

Sillano: Lucio Cornelio Silla generale romano è alla genesi di
L'illustre generale
romano Lucio Cornelio
Silla
questo paese. Si racconta che le sue armate dirette in Gallia dovettero fermare la loro avanzata nei pressi dell'attuale paese a causa di una forte nevicata, visto il maltempo per un certo periodo i valorosi soldati di Silla soggiornarono in questi boschi costruendo delle casupole, alla loro partenza queste casupole furono occupate dagli abitanti locali. 


Vagli: Il temine Vagli deriva da "Vallis", valle.

Villa Collemandina: Il paese nasce da una fattoria (o casa di campagna) romana: "Villae". Con l'arrivo dei longobardi si hanno le prime notizie documentate sul luogo che continua ad essere citato come "Villa". Nel 1168 viene nominata in una bolla papale come "Ecclesia Sancti Sixi de Villa (Collemondinga)" che indicava il luogo della fondazione del paese: Colle Mondingo. Nel tempo il nome varierà in "Villa di Colle", "Villa Colle Mondingo", "Villa Colle Mondina", ed infine Villa Collemandina.

E questo è quanto. Naturalmente non va tutto preso per oro colato, il campo in questione e la materia sono difficilissimi da interpretare,
d'altronde si fa riferimento a nomi nati mille e più anni fa. Di questi ricercatori c'è solo da apprezzare il puntiglioso studio e la minuziosa ricerca, per la "sola" e semplice voglia di sapere e di farci conoscere le nostre radici. 



Bibliografia:

  • "Dizionario della toponomastica-storia e significato dei nomi geografici italiani" UTET

mercoledì 11 ottobre 2017

Una bontà tutta garfagnina, la farina di neccio. Le sue origini e la sua storia

"Il castagno è il nostro albero del pane. Ci andrebbe messa, in ogni
castagno, una croce, come si fa con gli alberi divenuti sacri..."
Giovanni Pascoli nel 1908 descrisse così sulle pagine del giornale "La Prensa" agli italiani emigrati in Argentina  il significato profondo che poteva avere il castagno per la gente della Valle del Serchio. Nulla di più vero e rappresentativo, d'altronde i numeri di ieri e di oggi parlano da se, difatti nel 1846 Carlo Roncaglia funzionario estense, da una statistica generale sullo stato modenese contava in Garfagnana più di due milioni di piante di castagno (per l'esattezza 2.052.157) con una resa in castagne secche pari a 76.135 quintali. Oggi i numeri naturalmente sono cambiati, ma ciò non toglie che la lucchesia sia a livello regionale e sia a livello  nazionale è la provincia con la maggior superficie boschiva a castagneto, nel 1978 risultavano oltre 29 mila ettari e solo in Garfagnana prosperavano castagni che coprivano 12.740 ettari. Con gli anni il numero si è drasticamente ridotto, anche se ancora rimangono cifre di tutto rispetto e secondo il censimento del 2005 promosso dalla comunità montana e dall'associazione castanicoltori della Garfagnana risultano a castagneto 3.000 ettari, con una resa di castagne fresche pari a 25.000 quintali che si trasformeranno in ben 2000 quintali di prelibata farina di neccio. Già, la squisita farina di neccio, salvezza dei garfagnini in svariate epoche storiche, anche
Il castagneto di Pratomaleta
 (Sillano Giuncugnano)
lei merita la sua storia e una sua identità che va ricercata intorno all'anno mille, quando con l'aumento della popolazione garfagnina ci fu bisogno di mettere a frutto anche le diverse zone incolte della vallata, si pensò così di incrementare la coltivazione del castagno, naturalmente non è che mancassero in quel periodo, ma loro presenza era considerata secondaria e il consumo dei suoi frutti irrilevante, ma anche questa volta il bosco fu piegato alla volontà dell'uomo, ed ecco affermarsi una volta per tutte il castagno in Garfagnana. Uno dei maggiori promotori di questa nuova politica economica-alimentare fu Paolo Guinigi, signore di Lucca che capì da subito l'importanza di questa pianta: "cultivazioni più idonee alla produzione di farina buona e serbevole", ritenendo a giusta ragione che questa avrebbe sfamato una famiglia per gran parte dell'anno. Ma non solo, Paolo Guinigi intuì da subito che una selva pulita ed una cura del castagno avrebbe portato un raccolto  molto più ampio e di conseguenza a una maggior quantità di farina, a questo scopo fu istituito nel 1487 "l'Offizio
Paolo Guinigi
sopra le Selve
", fra le altre cose fu sempre sua cura impedire il taglio indiscriminato dei castagneti, così nei luoghi concessi al taglio sussisteva l'obbligo (sottolineo l'obbligo) entro tre anni  di innestare da 50 a 100 piedi di castagni per coltra (ogni coltra misura 2000 mq circa), la legge inoltre prevedeva che adoperandosi in queste mansioni si acquisiva legalmente il diritto di usufruire del raccolto per otto anni e in alcuni anni si poteva anche prendere il possesso del terreno, in aggiunta sussisteva il dovere di ripulire il bosco da tutte le piante che non davano frutto, dai rovi e dalle pietre, al fine di migliorare il pascolo poichè sotto questi alberi vi pascolavano le pecore in una simbiosi fra castanicoltura e pascolo ovino, fra castagne e formaggio. Un concetto questo e un modo di vivere tutto garfagnino confermato dall'agronomo Vincenzo  Tanara nel 1664 nel suo "L'economia del cittadino in villa": "I castagni sono di due sorti, selvatico il naturale, domestico l'artificioso. Dal frutto si ricava una farina dalla quale si fa pane e di tanto nutrimento, che levatone quello di frumento nutrisce più di ogni altro grano, e ce ne accerta vedere uomini robustissimi e donne giovani che nella carne somigliano al latte, e nelle guance rosa, vivendo solo di questa farina, di formaggio e di acqua". Insomma la farina di neccio era entrata ormai a buon titolo come fonte principale del sostentamento garfagnino, bisognava quindi proteggerla con delle leggi ad hoc e Barga in questo senso fu una delle prime, nel suo statuto nel 1360 si leggono severe disposizioni sulla raccolta delle castagne e per la farina (tanto per cambiare) furono messe delle tasse sulla sua produzione. Fondamentale per la
metato garfagnino
creazione della farina di neccio era, ed è il metato, casupole in muratura fatte in modo da contenere le castagne messe li ad asciugare. Sono costruzioni sparse qua e là per i castagneti, divise a metà da un solaio a stecche di legno, poste l'una accanto all'altra (il canniccio) dove sopra verranno messe le castagne, al piano inferiore invece si fa 
una brace, un fuoco leggero,  con gli stessi ciocchi di castagno, il fumo sale così verso "il canniccio" e fa si che le castagne a poco a poco diventino secche, dopo 40 giorni di essiccatura sono pronte per essere portate al mulino per farne farina. Ancora oggi se si va per i boschi della Garfagnana non ci si può non imbattere in un metato e anche se non sono mai stati fatti censimenti in tal senso possiamo stimare dalla produzione di farina degli anni '50 del '900 che i metati in funzione nella provincia di
castagne messe a seccare nel metato
Lucca erano circa 7.000 e per far capire ancor meglio l'entità della produzione della farina di neccio in Garfagnana possiamo sicuramente affermare che nell'ottocento i mulini attivi erano 245. Ma il vocabolo "neccio" che da il nome alla squisita farina e in buona parte agli altri piatti fatti con le castagne, da dove viene? Alcune fonti ci dicono che  in epoche lontane i garfagnini con le ghiande producevano una sorta di farina, che anche questa aveva il solito procedimento di essiccazione delle castagne è presumibile che queste ghiande fossero ghiande di leccio, con l'andar dei decenni questa farina fu abbandonata negli usi alimentari per essere sostituita con quella di castagne è possibile quindi che nel linguaggio comune si sia mantenuta la solita parola "ilceus"(leccio- neccio), altri affermano che 
potrebbe anche derivare da parole latino medievale o liguri. Certo che le prelibatezze  che si possono fare con la farina di neccio
Necci con ricotta
sono innumerevoli, un tempo erano piatti poveri per la povera gente e ora sono fra i piatti più ricercati in gastronomia, come la "polenta e ossi", ottima polenta di neccio accompagnata con ossi di maiale e zampucci con ancora abbastanza carne attaccata, oppure il classico "neccio", schiacciatella cotta fra due testi da gustarsi con dell'ottima ricotta locale, o sennò "i manafregoli" la stessa polenta cotta nel latte, per non parlare del "castagnaccio" , torta di farina di castagne guarnita con pinoli, noci e bucce d'arancia... e la vinata invece? Questo piatto è per palati forti e si consumava specialmente nelle sere "a veglio", quando la polenta di castagne resa ormai una morbida crema veniva versata in un piatto fondo, servita con del vino già fatto bollire e una spolverata di zucchero. Finalmente nel 1998 la farina di neccio eb
casta
be il riconoscimento che da sempre meritava, grazie sopratutto all'associazione dei castanicoltori garfagnini, quando la Comunità Europea gli ha riconosciuto ufficialmente il marchio di Denominazione di Origine Protetta. Un suggello doveroso dopo mille anni di storia.



Biblografia



  • "I castagni della Garfagnana" Studi per la tracciabilità di filiera e la caratterizzazione qualitativa della farina di neccio della Garfagnana DOP- "L'albero del pane storia della farina di neccio della Garfagnana" di Ivo Poli. Edito Regione Toscana anno 2009
  • "Statistica generale degli stati estensi" a tutto l'anno 1847 di Carlo Roncaglia edito da tipografia Vincenzi 1849
  • "L'economia del cittadino in villa" di Vincenzo Tanara 1664

mercoledì 4 ottobre 2017

I centenari di Garfagnana e il loro segreto per l'elisir di lunga vita

La storia è fatta sopratutto da memoria e testimonianze e fra le più
grandi risorse per chi scrive di storia come me, i racconti delle persone anziane sono fondamentali. Sono una fonte inesauribile di notizie e di aneddoti, talvolta felici e talvolta commoventi, basta mettersi lì cominciare un discorso ed ecco che magicamente il loro album dei ricordi si apre...Grazie a Dio in fatto di memoria e quindi di gagliardi vecchietti la Garfagnana (e i suoi storici) possono andare tranquilli, secondo statistiche recenti infatti i centenari in tutta la provincia di Lucca sono addirittura triplicati, da indagini ISTAT non sono mai stati così tanti. Ben 144 in totale e il gentil sesso è in stragrande maggioranza con 120 signore che hanno spento le cento e più candeline, mentre i signori sono "solamente" 24, così ripartiti geograficamente: 115 vivono fra la Piana e la Garfagnana e 29 in Versilia. Il dato è impressionante paragonato a quello del 2002 (appena 15 anni fa), ed effettivamente all'epoca si contavano appena 53 centenari (un incremento del +170% !!!), consideriamo poi che è in forte aumento anche la fascia degli over 75, nel 2015 erano 39 mila, oggi siamo già oltre le 49 mila unità. Anche nel resto della nostra regione (la Toscana) non si scherza, anche  qui i centenari sono in abbondanza (1506) e addirittura si prevede che in provincia (Lucca) nel 2030 gli arzilli nonnetti che arriveranno ai cento anni saranno  oltre 500, dati che fanno ben sperare, dal momento che la stessa Toscana risulta essere fra le primissime in Italia in quanto "a speranza di vita" (80,9 per gli uomini e 85 per le donne, primato che in 25 anni
è aumentato di 6 anni per i signori e 4 per le signore). Ecco allora comune per comune (Mediavalle e Garfagnana comprese) la dislocazione e la classifica di coloro che hanno un secolo (o oltre) di veneranda età:
  • Barga 8 centenari
  • Borgo a Mozzano 5
  • Castelnuovo Garfagnana 3
  • Bagni di Lucca 2
  • Molazzana 2
  • Gallicano 2
  • Giuncugnano- Sillano 2
  • Minucciano, Fabbriche di Vergemoli, Camporgiano, Piazza al Serchio, Pieve Fosciana, San Romano, Villa Collemandina, Coreglia 1

In tutta la Valle del Serchio coloro che toccano il secolo di vita sono 32. Da segnalare il dato di Barga e Borgo a Mozzano (coloro che hanno più centenari), nelle due località in questione sono presenti case di riposo, dove loro probabilmente hanno lì il domicilio.

Andiamo ancora di più nello specifico e guardiamo anche il resto della provincia:


  • Lucca 37 centenari
  • Viareggio 17
  • Capannori 17
  • Pietrasanta 12
  • Camaiore 12
  • Altopascio 4
  • Porcari 4
  • Stazzema 3
  • Massarosa 2
  • Montecarlo, Pescaglia, Seravezza,  Villa Basilica 1
Insomma in Garfagnana a quanto pare si vive bene e si vive a lungo, secondo fonti mediche tutto è legato alla connotazione rurale della valle, lo stile di vita contadino di una volta incide in maniera
Natura e aria buona (Isola Santa)
particolare sulle prospettive di vita, ancor di più incide però la qualità del cibo, alimenti sani, ortaggi senza l'aggiunta di additivi chimici e animali allevati naturalmente sono un vero toccasana. A conferma di questo molti dei nostri anziani ultra ottantenni ancora badano personalmente alle bestie e agli orti e Mario 
originario di Villa Collemandina e agricoltore a tempo pieno (che da poco ha festeggiato i 100 anni) ci dice che il segreto dei centenari è non morire prima dei 100 anni...effettivamente non fa una grinza...
Studiosi di gerontologia incuriositi dal fenomeno garfagnino hanno incominciato in questi anni a metterci dentro il naso e quindi a studiare per scoprire il possibile elisir di lunga vita, interessati sopratutto dall'eventuale crescita di questi, che ci sarà nei prossimi decenni. In particolare stanno studiando il loro stile alimentare, valutando il nesso tra composizione di cibo, invecchiamento e malattie, con un occhio anche all'antropologia sociale. Walter Longo ordinario di gerontologia e di scienze biologiche alla University of Southern California di Los Angeles ci spiega meglio il concetto: - Tutti i centenari del mondo mangiano poco e quasi sempre le stesse cose. Apprezzano e si godono i momenti della vita in comune, la chiesa, le feste, la piazza, ma sanno anche essere indipendenti dal sistema sociale, pensiero poi che vale non solo per i centenari ma per tutti gli anziani in genere-.
La buona cucina di una volta

Dunque non è solo una sana alimentazione che ci porta a vivere più a lungo, così Harriet Jameson giovane professoressa di 28 anni dell'Indiana University dice che la longevità garfagnina e in generale nella maggioranza dei casi sia legata al "senso dei luoghi":- Noi crediamo che l'assenza di stress sia da misurare anche attraverso gli spazi in cui vivono, l'aria che si respira, la frequenza dei contatti umani. In sostanza quello che noi definiamo rapporto di comunità è fondamentale per vivere meglio e più a lungo. Indaghiamo nelle "blu zone" (n.d.r: termine usato per identificare le zone geografiche dove le persone vivono più a lungo) di tutto il mondo e questo sembra essere il filo comune che lega tutti i più longevi-. la collega Asa Escocker(28 anni anche lei) porta un esempio:- Non può esserci paragone fra chi vive in una famiglia circondato dall'affetto dei figli e dei nipoti e chi passa i suoi giorni in un ospizio. Non può esserci relazione per chi vive nella frenetica New York o a Pechino e chi passa le sue giornate nella serenità di un paese. Stiamo constatando che in questi piccoli paesini la qualità della vita è diversa, è migliore. Il tratto dominante è la serenità, non la frenesia. La tranquillità, non l'ossessione e tutto avviene in spazi liberi e non soffocati, naturalmente non è da sottovalutare che questi vecchietti
La vita contadina, dura ma sana
beneficiano di nuovi standard di comodità di vita, dei progressi della medicina. Nelle interviste che abbiamo fatto a queste persone centenarie le classiche patologie dell'invecchiamento sono quasi assenti, il signor Bruno ad esempio ci ha impressionato, a una memoria vivida e lucida e ci ha raccontato la sua esperienza di guerra quando da giovane braccato dai nazisti fuggiva nei boschi di San Pellegrino in Alpe, ricordi nitidi e precisi come se fossero accaduti ieri- 

Questo è quello che scienza ci dice, ma i diretti interessati la pensano un po' diversamente e Giuseppe, 97 anni ha le idee chiare sul segreto per vivere molti anni. Lui tutti i giorni si occupa dell'orto, dei suoi pomodori, dell'insalata, delle zucchine ma per lui la sua salvezza dall'invecchiamento sono state le donne, anche ultimamente ha chiesto a una signora di uscire per bere qualcosa e ha riscoperto che è una cosa indispensabile e che fa stare felice, allegro e vivo. Di pensiero totalmente opposto è un suo omonimo (anch'egli di nome Giovanni), lui è zitello e dice che sicuramente il matrimonio gli avrebbe levato vent'anni vita, i suoi coetanei si sono tutti sposati, le mogli sono sopravvissute e loro sono tutti al cimitero... 
Poi c'è la Luigina madre di sette figli e 98 anni sul "groppone",
Secondo alcuni
allunga la vita...
lei consiglia che per vivere a lungo bisogna essere sempre ottimisti, mantenersi in attività e buttare via le sigarette. Altri consigli dispensa Vincenzo (94) e la butta sul bere, vino rosso e "bono" è la panacea di tutti i mali. L'ex maestra garfagnina Giuseppina dall'alto della sua esperienza afferma che il cervello e il corpo vanno sempre mantenuti attivi, lavora in giardino tutti i giorni e legge ancora Cechov a 92 anni. Per ultimo i ricercatori dell'Indiana University hanno incontrato Antonio e Anna marito e moglie che abitano in un paesello fra i boschi garfagnini, 96 anni lei e 95 lui e hanno fatto intuire agli scienziati che erano li ad intervistarli  che non può essere solo il buon cibo la formula del vivere a lungo, hanno affermato che senza affetto ed amore la loro vita sarebbe durata molto di meno...ed ecco allora che a un tratto mi ritornano alla mente le parole di un romanzo di Romano Battaglia:

"Chi ama profondamente non invecchia mai, neanche quando ha cent'anni. Potrà morire di vecchiaia ma morirà giovane".




Bibliografia:

  • Analisi di Coldiretti-Epaca su dati ISTAT riferiti al 2016, dati per l'argomento trattato fortemente suscettibili a variazioni
  • Studio fornito dall'Indiana University in collaborazione con University of Southern California, anno 2016
  • Cielochiaro di Romano Battaglia, anno 1993, BUR editore

mercoledì 20 settembre 2017

Gli "Enemy Aliens" garfagnini. L'internamento degli italiani in America nella II guerra mondiale

Queste sono le dolorose vicende accadute durante la II guerra
l'ingresso nel campo di concentramento
di detenuti italiani
mondiale a due famiglie originarie della Valle del Serchio, che in questo articolo hanno scelto di rimanere anonime. Sono due famiglie che oggi (e come al tempo dei fatti) vivono serenamente e agiatamente negli Stati Uniti d'America, una proveniente da Barga e da tre generazioni residente in California, mentre l'altra è di Vergemoli ed è nello stato dell'Oregon da circa novant'anni. Hanno una cosa in comune, oltre alla solita origine, hanno da raccontarci la storia dei loro avi, partiti da emigranti dalla Garfagnana nei primi anni del 1900, pieni di buone speranze di essere accolti nella Terra Promessa d'America come lavoratori e cittadini onesti...e così fu, fino al momento in cui non furono dichiarati "Enemy Aliens", ossia, stranieri nemici.

Chi erano coloro che gli stessi americani identificarono come Enemy Aliens? Tutto cominciò quel maledetto 10 giugno 1940 con la dichiarazione di guerra, quando Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia palesò la volontà di mettere a ferro e fuoco Gran Bretagna e Francia e si concretizzò definitivamente nei fatti l'11 dicembre 1941, quando anche gli Stati Uniti d'America diventarono ufficialmente nostri nemici. A quel punto seicentomila civili italiani e italo -americani regolari che si trovavano sul territorio statunitense furono trattati da ostili e per questo sottoposti a coprifuoco, ai controlli della polizia, al sequestro dei beni e alla
I giornali dell'epoca italiani parlavano già
degli arresti degli italiani negli U.S.A
deportazione in campi di concentramento americani, tutto questo senza aver commesso nessun tipo di reato. Avvenimenti poco conosciuti questi, che anche gli stessi italiani che furono sottoposti a queste restrizioni cercarono presto di dimenticare, sono stati oltre settant'anni di silenzio e giusto negli ultimi lustri comincia a riaffiorare qualche storia che i nipoti e i figli di questi poveri deportati hanno raccolto dai loro nonni, zii o padri, episodi che raccontavano malvolentieri, narrazioni quasi estorte dalle loro bocche, l'amarezza e il pudore affioravano dalle loro parole per un Paese che mai a loro ha chiesto scusa. Ecco allora le testimonianze da me raccolte, grazie all'aiuto fondamentale dell'amico giornalista freelance Francis Poli che mi ha messo in contatto con queste due famiglie sopracitate che mi hanno raccontato le vicende dei loro cari, relegati nel campo di concentramento di Fort Missoula nel Montana. Anche i parenti (come detto) per rispetto alla volontà che fu espressa dai loro antenati hanno preferito rimanere anonimi.

"Il primo a partire- racconta Al (diminutivo di Alfredo)- fu mio padre da Vergemoli. A Vergemoli lavorava nei campi, era il secondo
Il campo di concentramento di Fort Missoula
di nove fratelli e da mangiare per tutti non ce n'era. Prese così la decisione insieme ad uno zio di partire per l'America. Raggiunse così le coste del New England dove lavorò come facchino nei vari porti della zona, poi si presentò l'opportunità di trasferirsi in Oregon a lavorare come taglialegna, qui la paga era buona, così mio padre richiamò anche mia madre dal'Italia. Si stabilirono definitivamente a Medford ed ebbero quattro figli (fra cui io). Purtroppo mio padre morì presto e mia madre rimase sola con i bambini da crescere. Il mondo ci cadde addosso un giorno di novembre del 1942, quando ricevemmo a casa due comunicazioni ufficiali del governo. La prima ci informava che durante l'operazione Torch (n.d.r: l'invasione del Marocco da parte delle truppe americane) mio fratello era deceduto sotto il fuoco avversario durante lo sbarco, mentre l'altra lo stesso governo che aveva portato via un figlio a mia madre per difendere la bandiera a stelle e strisce ci dava notizia che proprio la mia mamma era stata classificata come "enemy alien"...una straniera nemica. Quanto prima doveva prepararsi per essere arrestata ed internata. La polizia e l'F.B.I sarebbero venuti a prenderla"

La cronaca di quel periodo ci racconta che la polizia nel giro di poco tempo chiuse scuole, giornali, circoli italiani, pizzerie, rosticcerie, tutti luoghi sospettati di essere centri di
I giornali americani cosi
dicevano "Gli Italiani
hanno colpito.
Mussolini è in azione qui"
propaganda fascista o addirittura cellule fasciste di reclutamento.

"Mia madre -continua Al- non si riprese più, dopo la liberazione la nostalgia per la Garfagnana fu ancora maggiore, pregava giorno e notte che la riportassimo a vivere all'ombra della Pania, non fu mai possibile se non in qualche breve vacanza, ed è il mio più grande dispiacere"
Per capire bene a che livello fosse in America la psicosi anti-italiana è emblematico il fatto successo a Francesco Di Maggio che abitava a San Francisco, era il padre del più famoso giocatore di baseball di tutti i tempi Joe Di Maggio (futuro marito di Marilyn Monroe), mentre lui era negli stadi a infiammare le folle il suo papà era a casa agli arresti domiciliari per il suo cognome italiano...e lui era fra i più fortunati. Niente in confronto a quello che successe a Mario, partito da Barga in giovanissima età, ben presto dimenticò il paese natio, si trovava bene in California, il clima, la gente, la fidanzata appena trovata e un buon lavoro. Tutto bello fino al giorno in cui tornò a casa dopo aver svolto alcune faccende domestiche e lì trovò la polizia ad attenderlo: "Gli chiesero di seguirlo - racconta il nipote- lui gli rispose perchè, la risposta degli agenti fu lapidaria: sei italiano. A mio nonno gli fu poi sequestrato anche il suo peschereccio, strumento principale del suo lavoro. Lavorava infatti come pescatore e forniva pesce alle industrie del settore. Le autorità portuali dichiararono che il suo peschereccio "italiano", così come tutti quelli "italiani"  presenti sulle coste californiane potevano essere usati per introdurre nel Paese armi o spie".
A causa di tutto questo l'industria della pesca californiana subì un tracollo vertiginoso, gli italiani pescavano il 90% del pesce locale.
Sempre il nipote di Mario ci narra che la stessa sorte di suo nonno la subirono anche i vicini di casa del quartiere italiano: 
"Rimanevo sempre a bocca aperta ed incredulo quando mi diceva che un suo amico paralizzato fu portato via su una sedia a rotelle,
Particolare di Fort Missoula
perdipiù era residente legalmente negli U.S.A da oltre cinquant'anni".

Come detto i più fortunati che per qualche motivo agli occhi dell'F.B.I apparivano meno "pericolosi" se la cavavano con forti costrizioni alla libertà personale, come il divieto di allontanarsi oltre i dieci chilometri da casa e con l'obbligo di firma alla stazione di polizia più vicina, per gli altri la destinazione era il campo di concentramento. Ma com'era la vita in questi campi di prigionia?
" Mio nonno Mario fu rinchiuso a Fort Missoula, e diceva che malgrado l'inquietante presenza del filo spinato e delle torri di guardia sorvegliate da soldati armati non si stava poi tanto male, il mangiare non mancava mai e fu ancor meglio quando arrivò nel campo l'equipaggio di una nave da crociera, si arrivò a mangiare perfino bene, tant'è che anche le guardie stanche del rancio
Internati Italiani
venivano a cenare nelle cucine del campo"
. Insomma niente a che vedere con i lager tedeschi o i gulag russi, capiamoci bene, ma benchè questo, la libertà che è il bene più importante era pur sempre negata.

La caccia all'italiano durò fino alla caduta del regime fascista (25 luglio 1943) e cessò definitivamente con l'armistizio di Cassibile (8 settembre '43), ma già quando il presidente americano Roosevelt alla fine del 1942 era in odor di nuove elezioni presidenziali, desideroso di accaparrarsi il sostegno degli italo americani, allentò fortemente le restrizioni per i nostri connazionali sospendendo di fatto ogni imprigionamento.
Gli internati fecero così mestamente ritorno alle loro vite e alla propria casa:
"Molti - afferma ancora Al- dei nostri amici e conoscenti dopo questa brutta esperienza fecero ritorno in Italia e anche in Garfagnana.Un amica della mamma (nata nel paese di San Romano) e tutta la sua famiglia, compresi i tre figli nati negli Stati Uniti furono tutti arrestati ed imprigionati, ottenuta la libertà lavorò giorno e notte per racimolare soldi per tornare con la sua famiglia in Garfagnana. Il suo terrore era che prima o poi sarebbero tornati per catturarli nuovamente. Quando la signora salutò mia mamma per fare ritorno nella Valle del Serchio si congedò con queste parole: -Meglio poveri, ma liberi a casa propria-"
Oggi parlamentari americani di origine italiana lottano perchè vengano perlomeno riconosciute agli emigranti italiani delle scuse ufficiali che mai ci sono state, un bel documentario intitolato "Bella Vista" (n.d.r: l'ironico nome che i prigionieri avevano dato a Fort Missoula)e un libro della studiosa Carol Van Valkenburg
Mappa dei campi di detenzione americani
("Alien Place") hanno riportato a galla l'attenzione dell'opinione pubblica. Medesima sorte (anzi molto peggiore) toccò ai giapponesi in terra americana, il presidente Clinton però, anni orsono riconobbe la colpa e oltre che chiedere fortemente perdono il governo statunitense pagò un rimborso di oltre ventimila dollari a ogni nippo- americano internato. Agli oltre seicentomila italiani fino ad oggi l'unico tributo è stato il silenzio... e niente più. 



Fonte:

  • Un ringraziamento particolare a Francis Poli giornalista freelance americano ma di chiare origini lucchesi, per avermi segnalato e messo in contatto con le famiglie sopracitate. L'articolo rivisto e integrato verrà pubblicato negli Stati Uniti sul periodico "Voce Italiana", giornale per italo americani di Washington D.C

mercoledì 13 settembre 2017

"Il tiro della forma". Storia e origini di uno sport e di un mondo tutto particolare...

Il momento del lancio
Chi vuole identificare la Garfagnana in un gioco non può pensar
altro che a "Il tiro della forma", inutile girarci intorno la passione, l'esaltazione e il fanatismo che ha dentro di sè questo sport nemmeno il calcio. Ormai si pratica in pochi luoghi della nostra valle, ma dove ancora si gioca intorno a se vive un mondo particolare, fatto di varia umanità, di strategie, di alleanze e di... scommesse. E' sempre stato così fin dai secoli scorsi, in certe epoche per evitare disordini sociali fu anche proibito il suo svolgimento in modo da tenere pacifiche le nostre umili comunità. Infatti il gioco ha origini antichissime e come ogni gioco che si rispetti ha le sue regole e le sue leggi. Ma andiamo per gradi e prima di approfondire l'argomento spieghiamo bene a chi non conosce questo passatempo in cosa consiste. Le sue regole generali sono semplici a dirsi: fra due contendenti vince colui che riesce a tirare (o meglio a far rotolare) una forma di formaggio il più lontano possibile, detto così lo scopo del gioco può essere quasi puerile, al limite dell'infantile, ma alla fine di questo articolo il mio ignaro lettore cambierà idea.
Il luogo in cui si svolge oggi (e sempre si è svolto) è all'aria
Il campo di gioco: il tiro (Gallicano anni 80)
(tratta da Daniele Saisi blog foto di
Adolfo Da Prato)
aperta, di solito è situato all'ombra dei nostri secolari castagni o nelle piane del fiume, nei tempi remoti il gioco si svolgeva però per le vie dei paesi. Ma per quale motivo in Garfagnana è nato e si è sviluppato questo anomalo e bizzarro divertimento? L'illustrissimo professor Alcide Rossi nel suo libro "Folklore garfagnino" del 1967 individua tre cause, la prima fa riferimento alle caratteristiche economiche della Garfagnana e quindi alla forte attività pastorizia e alla conseguente abbondanza di formaggio pecorino, la seconda la si può ricercare nelle scarse e disagiate vie di comunicazione per raggiungere i borghi vicini, perciò per rompere la monotonia paesana i pastori locali s'inventarono questo svago per grandi e piccoli, la terza causa stava nel poco costo e nella grande produzione di
il raro libro di Rossi di
mia proprietà
formaggio, per questa ragione perderlo o vincerlo non incideva in maniera particolare sul portafoglio del giocatore. 

Prima di cominciare una partita seria a monte di tutto esisteva un cerimoniale vecchio di secoli, così agli inizi del 1900 a Castelnuovo (in località Carbonaia) il giovedì verso le due quando terminava il mercato cittadino, gli uomini raggiungevano "il tiro"
(n.d.r: così si chiama il luogo della competizione), appassionati e curiosi si accalcavano nel luogo stabilito pronti ad assistere ai consueti rituali; uno dei partecipanti si avvicinava alle pile delle forme di formaggio e una volta scelta la più adatta a sè (secondo gli allenamenti fatti o al proprio fisico)l'alzava in alto in segno di sfida, una volta che questa era stata accettata ci si accordava sulle regole da mettere in campo, giacchè erano tre le varianti della competizione. La prima era quella classica ed era chiamata "la scinta" e consisteva nel lanciare la forma una sola volta, il più lontano possibile, oppure si poteva
il momento della scelta della forma
(archivio Pascoli.Comune di Barga)
anche scegliere per "la sfunata e rivolta", ossia era possibile fare anche un tiro (oltre che di andata) di ritorno sul medesimo percorso. Il cosiddetto "rivoltatiro" era la seconda opzione, qui i due giocatori facevano il proprio lancio dalla medesima posizione e il secondo in direzione opposta nel punto esatto in cui si era fermata la forma dell'avversario nel tiro precedente. Infine la terza e ultima modalità era chiamata in maniera diversa da paese in paese e così la si poteva denominare sia "vantaggio", "resa", "aggiunta" o "abbuono" e veniva solitamente applicata quando era evidente la differenza di forza fra un competitore ed un altro, in questo caso il più forzuto concedeva qualche metro di vantaggio al più mingherlino, questo vantaggio veniva misurato "a pugno" o a "bracciata". Vediamo gli strumenti indispensabili per qualsiasi rispettabile concorrente, Alcide Rossi descrive minuziosamente in
Qui si vedono bene il tricciolo,
 la manetta, il briolo e il bracciolo

termini tecnici tipicamente garfagnini tutti gli utensili per una buona partita e spiega che stabilita la modalità di gioco la forma viene bucata sul dorso, in modo da identificarla come prenotata e sopratutto tale buco servirà per introdurvi il piccolo nodo che si trova sull'estremità del "tricciolo". Il "tricciolo" è una cinghia intrecciata fatta solitamente di canapa ed è l'indispensabile attrezzo che serve per avvolgere, lanciare e dare il movimento rotatorio alla forma, normalmente non è larga più di due o tre centimetri e la sua lunghezza deve essere tale da arrotolare tre volte e mezzo le piccole forme e quattro volte le grandi, termina con una "manetta", un passante in cui il giocatore introduce la mano, altro aggeggio essenziale e il "brioloun traversino di legno di cinque o sette centimetri che si afferra fra il dito indice e il medio e serve per sostenere e tener ben ferma la forma. Fondamentale per la salute del giocatore è invece il "bracciolo", cioè un bracciale di cuoio di otto centimetri di larghezza da mettersi ben stretto al polso, che fa si che i tendini del polso stesso non si strappino, in special modo quando si tirano forme che superano i quindici o anche i trenta chili di peso.
Prima di effettuare qualsiasi lancio esiste anche una parte squisitamente tecnica, dove i giocatori controllano le forme di formaggio, le battono con le nocche per verificarne la compattezza e
vengono anche provate sul terreno di gioco per vederne l'equilibratura, viene poi ispezionato anche il rettilineo dove si svolgerà la partita per ravvisare bene quale percorso fare alla propria forma.
Un semplice pari o dispari decide chi inizia per primo:
"L'atleta sorteggiato per primo cinge la forma il più aderente possibile con il "tricciolo" introduce la mano nella "manetta", aggiusta "il briolo" ad una distanza tale da essere strettamente afferrato, alza e abbassa alcune volte il braccio quasi a provarne la perfetta elasticità e si  accinge "a sfunare" cioè a lanciare la forma. La folla che nel frattempo vociava e lanciava frizzi come per incanto al grido di "eccola, eccola" sgombra la pista tirandosi ai margini e sgrana gli occhi su tutti i movimenti del tiratore, il quale prima inizia la rincorsa adagio adagio, poi accelera sempre più e giunto alle vicinanze del segno, precedentemente fatto sul terreno e che non deve oltrepassare, spicca un salto e "sfuna" o "scinge" la forma"
Già il salto. Il salto sembra una cosa da poco ma è basilare per una

(Archivio Pascoli-Comune di Barga)

buona riuscita del lancio, importante è che sia eseguito al tempo propizio, con eleganza ed elasticità nei movimenti. La partita naturalmente si concludeva con un vincitore che generalmente diventava proprietario della forma, almeno che non ci fosse stato il precedente accordo di giocare "a gode", in quel caso la forma veniva totalmente pagata dallo sconfitto che però aveva diritto alla metà. Una regola a cui si conformavano tutti "i tiri" della valle era quella che se nel caso la forma di formaggio si fosse spaccata per un urto o altro qualsivoglia incidente ai competitori spettavano i pezzi più grossi e gli spettatori più svelti (di solito erano i bambini) si potevano accaparrare il resto. Per chi non ha conosciuto questi luoghi non può immaginare cosa ci girava intorno, tutto questo rappresentava un momento di forte aggregazione, la folla che assisteva alle partire era pervasa da emozioni forti che rasentavano la totale esaltazione: 
" Era tutto un vociare, uno stringere mani, un dare consigli ai
L'ambiente del tiro
Gallicano anni'80 (tratta da
Daniele Saisi blog foto di Adolfo Da Prato)

(
tiratori, un sussurrare all'orecchio dell'atleta su cui era stata puntata la somma, chissà quali raccomandazioni segrete, un agitarsi frenetico ed un trinciar giudizi su questo o su quel tiratore"
I giocatori più forti erano visti come delle vere e proprie star, la loro fama si spandeva per tutta la Garfagnana, ma naturalmente quello che attirava (e attira) di più la gente erano (e sono) le scommesse, la possibilità di racimolare un bel gruzzoletto la faceva da padrona e si puntava dalle piccole somme a somme ben consistenti su questo o su quel giocatore, allora a quel punto la trepidazione saliva di partita in partita e l'agitazione si sentiva nell'aria, speranza e timore erano i sentimenti che prevalevano e di li a poco gli animi si sarebbero sicuramente surriscaldati (aiutati da qualche bicchiere di vino) e non era difficile che al culmine della partita ci fosse qualche contestazione sulla sua regolarità ed allora ecco che scoppiava la baruffa e il passo dalla baruffa alla rissa era breve... Era proprio per questi motivi che nei tempi andati il gioco era stato proibito. Nel 1605 a Camporgiano era stato ordinato che:"per evitare li scandali ed ogni altro buon rispetto, nessuna persona terriera o forestiera aderisca, ne presuma tirar trottole di legno"Infatti certe volte quando le competizioni si svolgevano all'interno dei paesi capitava spesso e volentieri che le forme urtando sui muri delle case si rompessero ed allora in alcuni casi erano sostituite con forme di legno. Comunque sia anche Gallicano nel 1668 ribadì il suo no a questo sport: "Per l'avvenire s'intende sia proibito nel Castello di Gallicano e suo territorio ad ogni persona di tirar formaggio, girella, ecc per le strade o altrove senza licenza del signor Commissario, pena di due scudi d'oro per uno". A Vergemoli
Ancora oggi in certe occasioni speciali si
tira la forma nei paesi
invece furono molto più risoluti, era il 1764: "il giuoco, della trottola, forma o ruzzolone e perpetuamente bandito e proibito da S.A Serenissima entro l'abitato di Vergemoli", non contenti l'anno successivo inasprirono la legge quando il gioco venne vietato "in tutta la terra di Vergemoli". Dentro il paese non era nemmeno difficile che un povero malcapitato prendesse una forma sulla testa e così a Palleroso nel 1848 si denunciava che: "gravi danni ai fabbricati ivi esistenti ma anche pericoli dei viandanti terrieri o forestieri, che anzi, giorni orsono fu sorpresa una giovane che transitava per la strada da un colpo di forma, che la rovesciò in terra tramortita, con relative contusioni". Nonostante le proibizioni nessun paese rispettava la legge e si continuava tranquillamente a giocare, a sorvegliare sul mantenimento dell'ordine pubblico c'erano gli agenti comunali che spesso invece di vigilare...: "L'agente del luogo anzichè impedirlo è uno dei giocatori che colla presenza, e coll'esercizio incoraggia gli altri ad un gioco tanto riprovevole e pericoloso nelle pubbliche strade". Su questo divertimento volle metter becco anche la Chiesa, possiamo immaginare il proliferare di bestemmie ed improperi e allora ci si ricordò di un fantomatico articolo 4, di una notificazione datata 7 aprile 1820 che così diceva: "Nei giorni di Festa è proibito

qualsiasi gioco, e soltanto potranno esercitarsi i permessi della legge, ultimate però le funzioni ecclesiastiche della sera".
Insomma come vedete il tiro della forma per la Garfagnana non è un semplice passatempo, ma è un qualcosa che è intimo, vivo e palpitante e per chi non ha mai visto o vissuto l'ambiente del "tiro" consiglio di farci un salto, almeno una volta, scoprirete tutti i sentimenti del genere umano...


Bibliografia:

  • "Usanze, credenze, feste, riti e folclore in Garfagnana" di Lorenza Rossi edito dalla Comunità Montana della Garfagnana- Banca dell'identità e della memoria, anno 2004
  • "Folklore garfagnino (il tiro della forma)" di Alcide Rossi edito Leo S. Olschki Firenze, anno 1967

mercoledì 30 agosto 2017

I cognomi più diffusi in Garfagnana e la loro storia

Buffi, stravaganti, curiosi e talvolta simpatici: i cognomi hanno un
legame strettissimo con la storia, narrano le vicende di individui o di intere famiglie, sono strettamente legati ai luoghi e alle circostanze che li hanno generati. Infatti studiare questa materia, esplorare la genesi e l'etimologia di un cognome è il modo migliore per scoprire come vivevano i nostri antenati, che mestiere facevano e perfino quali caratteristiche fisiche li contraddistinguevano.
Naturalmente nemmeno la Garfagnana sfugge a queste peculiarità e la nascita dei nostri cognomi non si differenzia da quelli di tutto il resto d'Italia, ed effettivamente la loro comparsa vedeva la necessità di distinguere le persone fra loro e di censire la popolazione. I primissimi registri di nomi erano già presenti in epoca romana(questi romani erano proprio un passo avanti !!!) e i cittadini venivano segnati in base a tre criteri:

-praenomen: paragonabile al nome proprio di persona
-nomen: anche se il termine inganna è assimilabile al cognome odierno
-cognomen: riconducibile alla definizione contemporanea di soprannome

Tanto per far capire bene presumiamo che il prenomen (il nome) fosse Caio e il nomen o gens (ovverosia la famiglia di provenienza) fosse Giulia, quando questi due nomi non furono più sufficienti per distinguere le persone, poichè gli omonimi erano diventati troppi si aggiunse il cognomen (un soprannome)ad esempio Cesare che
curiosamente significa colui con gli occhi chiari. Ma perchè mi direte voi questi cognomi romani non sono giunti fino a noi? Semplicemente perchè dopo la caduta dell'impero romano i registri anagrafici andarono distrutti o perduti e nei secoli a venire con l'imbarbarimento della società non si senti il bisogno nè di cognomi nè di registri. Però come si sa i tempi cambiano e fra il X e l'XI secolo si ebbe una forte crescita demografica e per distinguere le persone e per rendere sicuri anche gli atti pubblici diventò nuovamente usuale l'uso del cognome da registrare poi nei municipi in cui si abitava. I campi in cui darsi un cognome erano vastissimi e potevano derivare da una caratteristica fisica (Biondi, Gobbi, Bassi, Mancini) o da un soprannome: Rossi ad esempio era attribuito alle persone rosse di capelli, ma non solo, anche dalla provenienza(Dal Colle, Monti, Piacentini), dal mestiere (Fabbri Cacciatori, Barbieri, Tintori), o anche dal capofamiglia (Di Francesco, Di Matteo), figuriamoci che anche i più sfortunati come "i trovatelli", (i piccoli pargoletti che venivano abbandonati negli orfanotrofi) troveranno il loro cognome, ma grazie al loro stato di abbandonati, ecco allora gli Esposito, Innocenti e Trovato. Ma c'è di più, e questo ci fa capire veramente quanto si può nascondere dietro ad un semplice cognome, dal momento che da un'attento studio linguistico si può capire il luogo d'origine della famiglia che lo porta. Analizziamo un cognome derivante da un mestiere, per esempio il fabbro e vediamo  così che di regione in regione ha prodotto cognomi diversi. In Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna è diventato Ferrari, Ferrario, Ferreri, in Toscana e Veneto eccolo trasformarsi in Fabbri e Favero, in Campania e Lazio in Forgione. A dissipare ogni dubbio e a rendere obbligatorio l'uso del cognome  ci pensò Santa Romana Chiesa nel 1564 quando con il Concilio di Trento stabilì che i preti dovessero tenere un registro con nome e cognome di tutti i battezzati. Oggi il 75% dei cognomi esistenti possono essere comprensibili nel loro significato originale, il
Il Concilio di Trento, qui si stabilì
l'obbligatorietà del cognome
resto hanno subito variazioni fonetiche o di trascrizione che ne hanno stravolto il senso originario.

Adesso per tirare le somme e per tornare alla nostra Garfagnana guardiamo comune per comune i primi cinque cognomi più diffusi. Ognuno poi tragga le sue conclusioni e faccia le sue ricerche o ne faccia tesoro per la pura e semplice curiosità.

Camporgiano

  1. Suffredini
  2. Luccarini 
  3. Comparini
  4. Grassi
  5. Bravi
Careggine
  1. Conti
  2. Franchi
  3. Puppa
  4. Poli
  5. Rossi
Castelnuovo Garfagnana
  1. Biagioni
  2. Dini
  3. Rossi
  4. Pieroni
  5. Bertoncini
Castiglione Garfagnana
  1. Rossi
  2. Pioli
  3. Lucchesi
  4. Giannotti
  5. Pieroni
Fabbriche di Vergemoli
  1. Graziani
  2. Giusti
  3. Mariani
  4. Paolini
  5. Rigali
Fosciandora
  1. Bonini
  2. Bertoncini
  3. Lunardi
  4. Nardini 
  5. Salotti
Gallicano
  1. Simonini
  2. Mazzanti
  3. Franchi
  4. Saisi
  5. Poli
Minucciano
  1. Romei
  2. Casotti
  3. Orsi
  4. Paladini
  5. Torre
Molazzana
  1. Biagioni 
  2. Battaglia
  3. Bertozzi
  4. Pieroni
  5. Rossi
Piazza al Serchio
  1. Bertei
  2. Fontanini
  3. Bertolini
  4. Ferri
  5. Borghesi
Pieve Fosciana
  1. Angelini
  2. Toni
  3. Bertoncini
  4. Pieroni
  5. Rossi
San Romano Garfagnana
  1. Satti
  2. Bravi
  3. Biagioni
  4. Crudeli
  5. Salotti
Sillano Giuncugnano
  1. Pagani
  2. Angeli
  3. Bertolini
  4. Danti
  5. Bosi
Vagli di Sotto
  1. Orsetti
  2. Coltelli
  3. Baisi
  4. Balducci
  5. Braccini
Villa Collemandina
  1. Lemmi
  2. Cerretti
  3. Manetti
  4. Mariani
  5. Pieroni
Aggiungerò a questa statistica anche Barga seppur considerata fuori dai classici "confini" garfagnini, in omaggio ai tanti lettori che ho in questo comune

Barga
  1. Gonnella
  2. Biagioni
  3. Bertoncini
  4. Santi
  5. Pieroni  
Facendo quindi un rapido consuntivo generale possiamo considerare che i cognomi più diffusi in Garfagnana sono:

  1. Rossi
  2. Pieroni
  3. Biagioni
  4. Bertoncini
  5. Poli, Franchi, Bertolini e Bravi (grosso modo si pareggiano)
Curiosamente il cognome Rossi che è  il più diffuso in Garfagnana è anche il più comune in Italia con 45.677 famiglie che portano questo cognome di cui 6.092 solo in Toscana.
In provincia di Lucca il segnale è in controtendenza, il cognome Rossi si trova solamente al settimo posto. Fra i primi cinque troviamo:
  1. Guidi 
  2. Papini
  3. Lucchesi
  4. Benedetti
  5. Pardini
Infine per chiudere questo originale e interessante argomento vi lascio un ultimo dato su cui pensare, tratto da uno studio fatto da Enzo
Toscana i cognomi cinesi superano
 quelli italiani
Caffarelli docente di onomastica e pubblicato sulla rivista Anci, il giornale dell'associazione dei comuni italiani, ebbene, il cognome più comune a Brescia è Singh (provenienza India e Pakistan), a Prato vince il cinese Chen, neanche a Milano scherzano i cinesi se è vero (come è vero) che gli Hu ormai battono i Brambilla ed a Imperia la medaglia d'argento è dei tunisini Fatnassi...


Bibliografia
  • Elenco dei cognomi garfagnini tratto da: Italia in dettaglio.it i comuni e la frazioni d'Italia. Da Reti e Sistemi s.r.l (dati aggiornati nel 2016)
  • "Gli italiani del XX secolo" ricerca sui cognomi italiani del professor Enzo Caffarelli pubblicata su Anci (aprile 2012)